Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.
(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)
[Immagine tratta da travelandtourworld.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]Barry Lopez, il grande scrittore americano di natura e paesaggi, nel suo Sogni artici (libro di cui vi parlerò a breve, qui nel blog) propone una suggestiva definizione dei viaggiatori turistici contemporanei: li chiama «viaggiatori riluttanti», ovvero quelli che «hanno in mente quanto sta accadendo in patria e non badano al paesaggio» (pag.269). È una definizione parecchio interessante in quanto altrettanto arguta per come descriva benissimo, a suo modo e per come la intendo io, il (non) senso di certo viaggiare turistico contemporaneo. In pratica, il “viaggiatore riluttante” è quello che all’apparenza e per propria convinzione “epidermica” è ben contento di partire per un viaggio ma in realtà non vuole partire affatto, non vuole uscire dalla rassicurante routine quotidiana, dai suoi schemi, dalle abitudini consolidate, vi resta saldamente agganciato e in questo modo, anche quando si trova nel territorio più lontano e spettacolare, finisce inesorabilmente per cercare in esso quello che trova normalmente nella propria quotidianità. Non vede nulla del paesaggio, come dice Lopez, non genera alcuna relazione con il luogo in cui si trova: è come se davanti agli occhi avesse uno schermo sul quale la mente gli fa vedere soltanto ciò che egli riconosce perché abituale mentre su tutto il resto lo sguardo scorre come su un muro bianco. Un “viaggiatore” così non sta viaggiando affatto: si sta solo muovendo con il corpo ma, per tutto il resto, è ben fermo a casa propria.
Di “viaggiatori” così ne ho incontrati parecchi: gente che al Circolo Polare Artico si lamentava che nei ristoranti a cena non servissero il pane o che nei fiordi norvegesi, scesi a terra dalle grandi navi da crociera, osservavano tutto di fretta e non vedevano l’ora di tornare a bordo perché quel giorno c’era la “serata siciliana” oppure quelli che rifiutano di pernottare nei rifugi in montagna che non hanno camere singole e offrono solo camerate o si lamentano che non vi sia la connessione wifi o che la strada da cui partire per raggiungerlo non sia asfaltata e non offra ampi parcheggi oppure, più semplicemente, ricercano la folla (diurno o notturno) e non ne hanno fastidio esattamente come fossero in centro a Milano o a Roma… insomma, la lista potrebbe allungarsi parecchio.
Purtroppo questa predisposizione mentale è un effetto evidente del turismo di massa contemporaneo (a sua volta conseguenza del vivere odierno vocato al consumismo di tutto), il cui fine principale non è offrire esperienze di viaggio autentico ma vendere un mero prodotto (un pacchetto turistico) che, incidentalmente, ha “in allegato” dei luoghi i quali tuttavia non contano molto: conta il servizio, i comfort, ovviamente il prezzo e naturalmente la quantità di contenuti visivi che in tali “viaggi” si possono poi postare sui social. D’altro canto il viaggio vero risulta molto poco compatibile con un prodotto da vendere, e così molti “viaggiatori” (nel senso di gente che si sposta e compie un viaggio ma in modo inconsciamente riluttante, appunto) visitano paesi e regioni in giro per il mondo incredibilmente interessanti ma non mettono piede fuori dal villaggio turistico che hanno prenotato, nel quale hanno a disposizione esattamente quello che trovano ogni altro giorno dell’anno a casa propria: la brioche e il cappuccino a colazione, la pasta o la pizza, la sauna e l’idromassaggio, la serata in discoteca con, unica variante, lo spettacolo di danze tipiche locali eseguito da autoctoni che sono (gioco forza) più urbanizzati e forse pure più alienati di quelli che li applaudono.
In effetti, a pensarci bene, sinonimi di “riluttante” sono avverso, maldisposto, ostile. Per questo, alla lunga, quei non viaggiatori finiscono per generare notevoli danni ai luoghi che frequentano: inesorabilmente la trascuratezza verso i paesaggi che essi si portano appresso rischia di far diventare trascurati i paesaggi stessi, banalizzandone se non degradandone le peculiarità. Per come costoro “viaggiano”, se restassero a casa loro non cambierebbe molto e alla fine, probabilmente, riguardo certi luoghi farebbero meno danni. Già.
P.S.: sia chiaro, poi ognuno è libero di viaggiare o meno come vuole, non è una questione di forma (De gustibus non est disputandum, anche qui) ma di sostanza e, semmai, di travisamento di essa, ecco.
[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.
(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)
La Svizzera non assomiglia ad alcun altro Stato sia per gli eventi che vi si sono succeduti nei vari secoli, sia per la situazione geografica e topografica, sia per le lingue differenti e le diverse confessioni religiose e l’estrema differenza di costumi che esiste tra le sue diverse parti. La natura ha fatto del vostro Paese uno Stato federale; volerla vincere non è da uomo saggio.
Così dovette concludere Napoleone Bonaparte con i delegati svizzeri convocati a Parigi il 10 dicembre 1802 in occasione dello scioglimento della “Repubblica Elvetica”, con la quale Napoleone cercò di sottomettere gli svizzeri della “Vecchia Confederazione” al dominio francese, fallendo miseramente e rinunciandovi dopo soli 5 anni. Tutt’oggi, dal 1291 ovvero da settecentrotrent’anni, la Svizzera resta invitta, da questo punto di vista.
Dunque, anche per ciò che vi ho appena raccontato: Alles Gute zum Geburtstag, Schweiz | Joyeux anniversaire, Suisse! | Bun Anniversari, Svizra! | Buon compleanno, Svizzera!
[La Ferrovia del Semmering a fine Ottocento. Foto di Snapshots Of The Past, CC BY-SA 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Gli appassionati di grandi viaggi in treno saranno felici di sapere che, da pochi giorni, è stata riattivata in tutta la sua lunghezza la linea ferroviaria diretta fra Vienna e Trieste, la celeberrima Südbanhof(Ferrovia meridionale), costruita in età asburgica e, con il suo spettacolare tratto alpino nel quale prende il nome di Ferrovia del Semmering, “Patrimonio dell’Umanità” Unesco dal 1998.
È una sensazione sublime. Prima la pianura viennese accarezzata dalla sua secolare brezza, poi piano piano la salita verso il Semmering, la prima tratta ferroviaria montana d’Europa, capolavoro dell’ingegneria umana, fortemente voluta dall’arciduca d’Austria Giovanni e perfettamente progettata da Carlo Ghega (geniale ingegnere stradale e ferroviario italiano di origini albanesi con cittadinanza austriaca – n.d.L.). Quattordici gallerie costruite tra il 1848 e il 1854 e sedici viadotti che portano alle lussureggianti vallate della Stiria che con i suoi vigneti accompagna il fischio del treno fino alla piana di Lubiana. Dalla capitale slovena il convoglio riprende il suo viaggio innalzandosi verso il brullo Carso per incontrare all’orizzonte il luccichio del mare prima dell’ultima discesa verso la porta al mondo dell’ex impero asburgico, Trieste.
È come vivere nel film Ritorno al futuro. L’Europa di Mezzo gioisce nel rivedere aperta la storica linea ferroviaria che fece di Trieste una delle città più ricche, vivaci, effervescenti del mondo e di Vienna la capitale d’un impero proiettato globalmente. A 164 anni dal primo treno, e dopo decenni di fermo, da ieri i convogli scorrono di nuovo esattamente sullo stesso tracciato di allora. Nulla è cambiato. Manca solo la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe che nel viaggio d’inaugurazione veniva accolto nelle varie stazioni dai locali al canto dell’Inno dei Popoli.
[Lo stesso tratto della Ferrovia del Semmering dell’immagine in testa al post, nel 2016. Foto di Liberaler Humanist, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]La Südbanhof è stata in effetti una delle grandi opere ottocentesche di ingegneria che hanno “creato” l’Europa contemporanea e il suo paesaggio, unendo due tra le città fondamentali nella storia del continente le quali oggi, con il collegamento ritrovato, ricreano un legame non solo logistico e commerciale ma pure culturale mai venuto meno: qualsiasi viaggiatore che visita Trieste facilmente ne riconosce l’anima asburgica ovvero austroungarica, ben viva tutt’oggi e non solo per ragioni storico-geografiche. Inoltre l’intraprendenza ingegneristica di Carlo Ghega, paragonabile a quella di Carlo Donegani nelle Alpi Centrali (del quale ho scritto qui), ha mostrato la possibilità, fino ad allora ritenuta troppo difficoltosa da realizzare, di superare la barriera alpina attraverso moderne vie di transito, così in qualche modo vincendo (in prospettiva storica) la scellerata partizione geopolitica del crinale alpino dettata dalla disciplina settecentesca di matrice cartesiana, che ha fatto della catena alpina una linea di confine pressoché generale quando fino a prima era sempre stata uno spazio di connessioni e scambi d’ogni sorta.
Oggi il mondo è cambiato, abbiamo a disposizione comodi mezzi di trasporto individuali o aerei ben più veloci di un treno: eppure viaggiare lungo una linea così emblematica e altrettanto spettacolare, in forza dei territori attraversati e dei paesaggi in continuo cambiamento – da quello marino e già mediterraneo di Trieste, a quello prettamente alpino e di gran pregio ambientale della Stiria, fino a quello urbano e pienamente mitteleuropeo (con “vista” verso Oriente, per giunta) di Vienna – può ancora rappresentare un’esperienza di grande fascino e di illuminante valore culturale. Il viaggiatore autentico e appassionato di tali esplorazioni senza tempo la metterà in agenda, senza alcun dubbio.