Nei discorsi che concernono il turismo montano, l’Alto Adige/Südtirol è comunemente preso a modello di eccellenza ed indubitabilmente per diversi aspetti lo è: che ciò sia dovuto alla sua particolarità geopolitica, al regime di autonomia amministrativa del quale gode, per la speciale bellezza del paesaggio dolomitico che ne caratterizza buona parte del territorio o per altre peculiarità, di certo l’accoglienza turistica nella Provincia Autonoma di Bolzano raggiunge livelli difficilmente eguagliati in altre zone turistiche italiane.
Tuttavia, come recita la saggezza popolare, non è sempre tutto oro quel che luccica e dietro l’aureo luccicore altoatesino in alcuni casi si celano circostanze non esattamente esemplari: ad esempio l’overtourism di cui soffrono alcune delle località più rinomate, il gran traffico con relativo caos e inquinamento da città sui passi dolomitici pressoché incontrastato, la turistificazione esasperata di certe zone, l’ambiguità del titolo di “Patrimonio Unesco”, il rifiuto da parte degli albergatori di porre limiti alla frequentazione turistica, come proponeva un ottimo e articolato progetto di qualche tempo fa.
Ecco, gli albergatori per l’appunto. Poste le permesse di cui sopra, forse non è casuale che proprio un esponente della categoria altoatesina/sudtirolese, peraltro tra i più rinomati e prestigiosi, decida di opporsi allo status quo fin qui descritto, dimostrandosi più immune di altri all’oro di cui luccica il suo territorio e denunciandone gli abbaglianti rischi. È Michil Costa, con la famiglia proprietario di alcune delle strutture alberghiere più belle e di alto livello delle Dolomiti, che ha deciso di mettere nero su bianco il proprio pensiero al riguardo in FuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica (Edition Raetia, 2022, prefazione di Massimo Cacciari), un volume il cui titolo risulta tanto chiaro quanto programmatico. Soprattutto nell’utilizzare subito la definizione di “monocultura turistica” la cui accezione è, alla luce dei fatti, inesorabilmente negativa, come ogni volta che un patrimonio culturale, sia esso materiale o immateriale, viene uniformato e standardizzato a un solo principio generale che sia funzionale a certi determinati scopi, con ciò banalizzando il concetto stesso di “cultura” che è quanto di più illimitabile vi sia, anche quando venga contestualizzato a un ambito definito come quello della montagna.
Il turismo in Alto Adige/Südtirol, modello assoluto nel bene e nel male di quello che caratterizza tutta la montagna italiana e non solo essa, è divenuto monoculturale non tanto nelle forme – comunque legate a ciò che si può fare di ludico-ricreativo sui monti – quanto nella sostanza, ovvero in un unico e sostanziale principio di mercificazione del territorio elaborato al fine di ottimizzarne quanto più possibile i tornaconti ricavabili, in una corsa ai record di presenze, di pernottamenti, di guadagni, di sviluppo inevitabilmente senza freni e limiti dalla quale, una volta dentro, è pressoché difficile uscirne. Ma una tale corsa forsennata ai record turistici non può non generare numerose pericolose conseguenze, inevitabilmente […]
(Potete leggere la recensione completa di FuTurismo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Mi duole parecchio tornare a toccare l’argomento “panchine giganti”, un fenomeno che ha già imboccato una rapida decadenza e del quale presto non parlerà più nessuno, in primis quelli (sempre meno persone, in verità) che ora se ne dimostrano entusiasti. Fatto sta che qualche giorno fa “Il Post” ha pubblicato un articolo significativamente intitolato L’invasione delle panchine giganti (lo trovate anche lì sotto) che fa il punto della situazione del fenomeno e rimarca le tante critiche che ha manifestato al riguardo chi si occupa di studio, tutela e valorizzazione del paesaggio (“categoria” nella quale immodestamente mi ci metto anch’io, che infatti sul tema ho scritto parecchio).
L’articolo dà conto anche delle risposte alle suddette critiche da parte di Chris Bangle, l’ideatore e fautore delle “big bench”, che vi riporto qui sotto per come sono state rese dall’articolo:
«Nella vita esistono sempre le critiche, e noi facciamo del nostro meglio per rispondere in modo costruttivo», ha detto Bangle. D’altra parte «i promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio», ha aggiunto, sia in termini di occupazioni di camere che nelle attività dei ristoranti e degli esercizi commerciali. Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che «si diffonda in massa, snaturandosi», ha detto: ha infine paragonato il progetto a Venezia, che è notoriamente alle prese con il problema del turismo di massa, osservando che anche in quel caso «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso».
Personalmente, con tutto il rispetto del caso, mi pare una delle non risposte più notevoli che abbia mai letto, che non affronta affatto le critiche mosse alle big bench – anche perché molte di esse sono ineccepibili – e invece cerca di giustificarne la presenza adducendo motivazioni di una inconsistenza e debolezza sorprendenti.
Rileggiamo la risposta di Bangle in dettaglio. Dunque: che nella vita esistano sempre le critiche è cosa sacrosanta, che si cerchi di rispondervi costruttivamente non è scontato e per ciò è apprezzabile; tuttavia in questa circostanza, vista la mole e la qualità di esse, è cosa formalmente doverosa.
«I promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio»: oddio, vorrei ben vedere che i promotori sostengano il contrario, dacché sarebbe un plateale mea culpa, un’ammissione di fallimento che, è facile supporre, essi non paleserebbero soprattutto all’ideatore delle panchine giganti. Inoltre, sostenere quanto sopra senza portare a sostegno dati concreti risulta ben poco attendibile: è un pour parler he lascia il tempo che trova.
L’affermazione che «Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che si diffonda in massa, snaturandosi» genera da subito un certo sarcasmo. Secondo il sito delle big bench, siamo a 393 panchine esistenti e 64 in costruzione, totale 457 panchinone. «Evitare che si diffonda in massa»? Lo dice seriamente?
Infine, ciliegina finale su una torta già piuttosto indigesta, il paragone con Venezia: che c’azzecca? Sono due cose del tutto imparagonabili, anche nelle rispettive specificità del “turismo di massa”; sostenere poi che «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso», oltre che una banalissima ovvietà, rappresenta un tentativo di sviare l’attenzione da una delle “peculiarità” più negative delle panchine giganti, quella di attrarre visitatori molto più attenti ai selfies che alla conoscenza dei luoghi che le ospitano alimentando un turismo prettamente ludico e puerile. O forse Bangle vorrebbe sostenere che i monumenti artistici e architettonici di Venezia – da lui in sostanza paragonati alle panchinone – possono giustificare una loro fruizione turistica maleducata e degradante? Non penso proprio che voglia farlo, il che dimostra quanto la sua affermazione sia totalmente fuori contesto e funzionale solo al tentativo (fallito) di difendere l’indifendibile.
[Ciò che è successo qualche tempo fa a Triangia, in Valtellina. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Ecco, questo è quanto. Ribadisco: a breve delle panchine giganti non si ricorderà più nessuno (magari verrà inventato qualcosa di ancora peggio ma è un’altra questione, nel caso). Purtroppo, di contro, il timore è che se ne restino lì dove sono state piazzate a centinaia come rottami arrugginiti e cadenti se nessuno si prenderà la briga – che un certo costo avrà, ovviamente – di smantellarli e ripulire l’area. Speriamo vivamente che ciò non accada, e che lì dove ci sono le panchine torni in auge un turismo ben più consapevole, attento e sensibile ai luoghi, alla loro bellezza e alle peculiarità che li caratterizzano e li rendono unici. Un turismo ben più vantaggioso per chiunque, senza alcun dubbio.
[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.
Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.
Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».
Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.
È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.
Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.
Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?
«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).
Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?
Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.
[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.
Immaginavo che l’incontro pubblico di ieri sera a Clusone, in alta Valle Seriana (Bergamo), significativamente intitolato “Quale montagna vuoi?”, poteva risultare parecchio importante e mi auguravo fosse partecipato, ma di sicuro non pensavo così tanto, con la sala piena come un uovo – l’immagine lì sopra è eloquente – di persone attente per tutte le tre ore abbondanti della serata (ma avremmo potuto andare avanti tutta la notte) e nessuno che se ne sia andato prima, numerosi interventi appassionati che, ciascuno a proprio modo, hanno raccontato la quotidianità del territorio in questione, le sue peculiarità, le criticità, le necessità, un dibattito fremente, a tratti rude in forza di certe idee e visioni diverse se non opposte (ma è bene che lo sia stato), innumerevoli stimoli sui quali poter costruire altrettante dissertazioni, le espressioni facciali di molti quanto mai indicative degli stati d’animo e della soddisfazione di essere parte del momento…
Insomma, è stata una serata veramente bellissima, per la quale bisogna essere grati a chiunque vi abbia partecipato, dal primo degli organizzatori all’ultimo del pubblico. Qualcuno è arrivato a dirmi che raramente prima di ieri sera in valle si è visto un incontro talmente importante, profondo e vibrante, i cui echi si riverbereranno a lungo tra le montagne seriane e forse anche oltre. Ciò mi rende ancora più felice di avervi partecipato e aver offerto il mio contributo (dal titolo altrettanto significativo, come vedete sulla locandina e intuite da alcune delle slide che vedete lì sotto che hanno accompagnato le mie parole) al dibattito insieme a quello degli altri prestigiosi relatori, e ancor più di aver potuto imparare molto dagli abitanti dell’alta Valle Seriana, nello starci insieme per quelle tre ore e relazionarmi con essi, più o meno direttamente.
Ecco, trovo che la cosa più preziosa che la partecipazione a tali incontri mi dona sia proprio questa: il dialogo con le persone del luogo, l’ascolto delle cose che hanno da dire sul loro territorio, sulle montagne, sulla realtà che le caratterizza e riguardo la relazione che essi elaborano e sviluppano abitandole. È il racconto dell’anima del luogo fatto da parte di chi lo vive entro il quale si sente la voce del Genius Loci, a volte indistinta, altre volte chiara e forte. Ed è ciò che salvaguarda e alimenta come nessun altra cosa il senso di comunità e la rete di relazioni che la vivifica, una condizione sociale, civica, politica, culturale e antropologica che risulta imprescindibile nelle e per le terre alte.
Le comunità di montagna, che da troppo tempo sono state private della partecipazione ai processi decisionali imposti ai loro territori, quasi sempre stabiliti lontano da essi e a volte da soggetti che poco o nulla sanno e capiscono di cosa significhi vivere in montagna e vivere la montagna, devono poter recuperare non solo tale partecipazione e la relativa interlocuzione con i soggetti decisori – il che significa che devono tornare a essere il vero e solo centro di qualsiasi azione politico-amministrativa che li coinvolge e interessa il territorio; tuttavia, ancor più che poter dire cose su come vogliono che siano le loro montagne (siamo in democrazia, dovrebbe essere una cosa lapalissiana), credo che abbiano bisogno di essere veramente ascoltate. Ascoltate, sì, anche perché, senza l’ascolto dire cose, segnalare bisogni, rivendicare diritti o manifestare responsabilità non serve a nulla.
La mancanza di rappresentatività politica nei territori montani, che si riscontra ovunque e dappertutto viene lamentata dai montanari, è soprattutto questo: non ricevere l’ascolto doveroso e meritato, che comporta poi la concreta assenza di interlocuzione tra istituzioni pubbliche, politiche e amministrative, e comunità civile. Gli abitanti delle montagne vogliono poter dire la loro ma è necessario che qualcuno li ascolti, devono reclamare tale diritto e rivendicane il dovere agli interlocutori istituzionali. Altrimenti il tutto si trasforma in un mero assoggettamento politico di stampo biecamente populista che nulla ha a che vedere con la democrazia: una condizione che, se si manifesta in un ambito già di suo delicato e ricco di criticità come quello delle montagne, facilmente decreta il degrado e poi la fine della comunità che le abita e vive, la quale diventerà composta da meri possessori di un certificato di residenza e stop. Vivere la montagna significherà solo questo: diventare non montanari, per dirla alla Sergio Reolon. E non serve rimarcare che sarebbe un disastro per chiunque, non soltanto per le montagne.
Mi auguro dunque che quello di ieri sera a Clusone sia stato il primo di una lunga serie di incontri simili e di ulteriori occasioni per mettere in pratica e manifestare quanto ho appena scritto, costantemente sviluppato intorno al territorio locale e alla comunità residente. E che magari da ciò si possa ricavarne una sorta di “format” applicabile anche in quegli ambiti montani che ancora non ne godono come dovrebbero e avrebbero bisogno. Rappresenterebbe veramente una gran cosa, che per quanto mi riguarda farò di tutto – per quel poco o nulla che potrò fare – per sostenerla e svilupparla.
Grazie ancora di cuore a tutti quelli che sono intervenuti ieri sera, a Clusone, e a chiunque abbia contribuito a rendere l’incontro così e prezioso e significativo.
(L’immagine in testa al post è di Davide Sapienza, la cui prestigiosa presenza tra il pubblico ha impreziosito la serata.)
Quale montagna volete per voi stessi che la abitate e la frequentate?
Quale futuro volete e vorreste per le vostre montagne, e per i vostri figli e nipoti?
Quando osservate le vostre montagne, cosa pensate di esse? Cosa pensate che siano per voi? E come vi sentite nel mentre che le osservate?
Quali diritti, quali doveri, quali responsabilità percepite nei confronti del territorio montane che abitate e vi accoglie?
Cosa volete essere voi, da qui al futuro, per le vostre montagne se vorrete continuare a viverle, abitarle e frequentarle?
Cosa vorreste che pensasse e ricordasse chi viene e verrà in futuro a visitare le vostre montagne?
Per formulare risposte adeguate bisogna sempre porsi prima delle buone domande.
A volte sembra che chi «faccia cose» in montagna si dia le risposte senza prima porsi nemmeno una domanda. In questo modo le presunte «risposte» non avranno alcun valore effettivo e di contro genereranno inevitabilmente conseguenze deleterie, a volte irreparabili.
[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]Ne parliamo questa sera a Clusone (Bergamo), con un focus sul territorio montano dell’alta Valle Seriana, ma sono discorsi, temi, domande, e relative risposte, che valgono per tutte le nostre montagne. Se siete della zona o nei paraggi, è importante che possiate partecipare e, se volete, dire la vostra. O dare le vostre risposte a quelle domande.
Per saperne di più cliccate sulla locandina lì sopra.