Un luogo sospeso tra la realtà e il… (Colle di) Sogno!

Di Colle di Sogno ho già scritto molto, qui sul blog e altrove, essendo uno dei più bei borghi della montagna lombarda e un luogo nel quale e per il quale lavoro, nella progettazione culturale, da molto tempo, per cui forse lo conoscete già nelle sue così suggestive peculiarità paesaggistiche e urbanistiche e nella bellezza del suo paesaggio.

Colle di Sogno è anche adiacente all’itinerario escursionistico che corre lungo la DOL – Dorsale Orobica Lecchese da Bergamo fino a Morbegno, e infatti del borgo abbiamo raccontato, io e gli altri due coautori, nella guida Dol dei Tre Signori – date un occhio qui, al riguardo. I camminatori che percorrono il trekking della DOL lo possono raggiungere e visitare con una deviazione che richiede meno di un’ora e offre in lauto cambio l’ottima cucina tradizionale della Locanda nel centro del borgo. Se invece volete già sapere qualcosa di più su Colle di Sogno, e sul progetto speciale di valorizzazione culturale del luogo curato da Alpes e significativamente intitolato Un luogo dove re-stare, potete cliccare qui.

Cliccate invece sull’immagine lì sopra per visitare la pagina facebook I cammini di Orobie, dalla quale è tratta.

Marcello Marchesi, “Sette zie”

Una delle cose più belle e preziose che l’Italia abbia saputo “creare”, dal Novecento in poi, è stata quella mirabile schiera di autori letterari che in qualche modo è riuscita a salvare il paese e la sua cultura dalle cose invece più deplorevoli che hanno caratterizzato quel periodo. Tra di essi, se ne sono contraddistinti alcuni che, a fronte dell’evidente natura assai colta della loro produzione letteraria (declinate la definizione nei modi più vari), l’hanno immersa nell’ironia più potente e pungente, facendone un’indispensabile e acutissima “voce morale” del progresso socioculturale italiano del tempo e in generale l’espressione scritta di una visione trasversale acuta e illuminante della società nostrana. Ennio Flaiano, Achille Campanile, Giorgio Manganelli, Giovanni Guareschi, Leo Longanesi, Aldo Buzzi, Enrico Vaime… – inutile dire che l’elenco è lungo e assai pregiato: in esso entra con pieno diritto e grandi onori Marcello Marchesi, il quale seppe declinare la propria letteratura umoristica nei modi più diversi: come autore radiotelevisivo, pubblicitario, giornalista, sceneggiatore, paroliere musicale nonché, ovviamente, come scrittore.

Sette zie (Bompiani, 2001-2017, prefazione di Gianni Turchetta; 1a ediz. 1977) è uno dei suoi libri più famosi e dei pochi testi in forma di “romanzo” che abbia pubblicato. D’altro canto, definirlo così, come un “romanzo”, quantunque formalmente lo sia, è qualcosa che abbisogna di non pochi distinguo. Il libro racconta la storia di Amedeo, ragazzo milanese costretto a trasferirsi a Roma in casa di sette bizzarre zie una delle quali manca sempre all’appello e non si capisce perché, nel mentre cerca col tempo di scrivere un libro che tuttavia non gli riesce proprio di scrivere. Nel frattempo una seconda voce narrante racconta quanto accade a Amedeo offrendo una sorta di visione laterale delle sue vicissitudini, e verso la fine del romanzo una terza voce, assolutamente “non convenzionale”, entra a dire la sua, offrendo per qualche pagina una ulteriore narrazione della storia []

[Immagine di A.C. Marcello Marchesi, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Sette zie cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La montagna anonima (e pure un po’ ridicola)

Tornando alla montagna vista dal cittadino, la città ha segnato indelebilmente il paesaggio alpino nella memoria collettiva, che ha captato l’idillio dell’alpe e se lo è portato in città mediante una sovrapposizione al tessuto urbano di improbabili castelletti neogotici montani o peggio ancora di finti chalet o portinerie realizzate come cabine elettriche alpestri che replicano la miniatura della montagna; viceversa la stazione alpina moderna è essa stessa un modellino in scala del corso cittadino.
Ma qualsiasi riduzione, in architettura come nella socialità dell’abitante, che in città difficilmente indossa i calzoni alla zuava, porta all’anonimato oltre che al ridicolo: il rischio è la perdita dell’identità a favore dell’impersonalità urbana, cosi pericolosa.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.144.)

Lontano dalle faccende umane

[Foto di Simon Berger da Unsplash.]

Posso agevolmente camminare per dieci, quindici, venti e più miglia, partendo da casa, senza incontrare alcuna abitazione, senza attraversare alcuna strada se non dove lo fanno la volpe e il visone: prima lungo il fiume, e poi il ruscello, e poi i campi e i boschi. Per miglia e miglia intorno non vi sono abitanti. Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. L’uomo con le sue faccende, Chiesa e Stato e scuola, e i suoi traffici e i suoi commerci, le sue fabbriche e la sua agricoltura, e la sua politica, la più pericolosa di tutte: mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.

[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009; orig. Walking, or the Wild, 1862.]

Sono sempre parole che non conoscono il tempo, quelle di Thoreau, anzi, che acquisiscono continuamente senso, valore, sostanza, diventando segnavia fondamentali nel nostro cammino attraverso la realtà corrente, così problematica e altrettanto oltraggiata dal potere degli uomini, e indicandoci una via di “salvezza” che possiamo avere a disposizione. Sempre che sapremo salvaguardarla e non farne, più di quanto abbiamo già fatto, l’ennesimo ambito di manifestazione della nostra pericolosità, ovviamente.

Neanche Dio

Cosa? La Gaglinera senza vento? Non capita quasi mai. La cagna è sempre arruffata nella Gaglinera, il cappello sempre in mano. Quando vai nella Gaglinera metti il berretto bianco o la fascia, Giacumbert! Mica vai nella Gaglinera per tenere sempre il cappello in mano? Hai altro da fare che rincorrere sempre il cappello. Ricordati che la tua cagna bianca è sempre arruffata nella Gaglinera. Vestiti per avere caldo e non correre come un pazzo perché altrimenti sudi. E se ti metti il cappello nero invece del berretto bianco lo tieni più in mano che sulla testa dura, e si potrebbe pensare che stai recitando il padrenostro, pieno di fervore. L’angelodelsignorehaportatoilsalutoamaria. Non avere paura, Giacumbert! Nella Gaglinera non vedi nessuno. Non c’è neppure un cristiano nella Gaglinera. Nessuno pensa che tu dica il Padre Nostro. Neanche Dio ti sente gridare al bestiame. Perché Dio non esiste.

[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello. pag.60. Per la cronaca, la Gaglinera, in italiano Gaglianera, è l’ampio versante alpestre sottostante all’omonima vetta che chiude a nord il famoso Piano della Greina, tra Canton Ticino e Grigioni, luogo alpino assolutamente speciale del quale vi ho già parlato qui.]