Tallinn, a Milano (presto!)

Solo qualche giorno fa pubblicavo un post nel quale annunciavo, alla mia maniera, alcune prossime sorprese riguardanti il mio ultimo libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano e Milano. Poi è successo quel che è successo e le sorprese sono dovute rimanere tali: lo sono tutt’ora ma mi auguro vivamente di potervele svelare e, soprattutto, concretizzare presto.

D’altro canto, un libro di viaggio – che non è solo un libro di viaggio – come Tellin’ Tallinn in qualche modo acuisce il proprio valore narrativo (e letterario, sperando che ne abbia) proprio quando circostanze malaugurate e infauste ci impediscono di viaggiare materialmente, e diventa uno strumento di “salvaguardia” e sollecitazione dello spirito peculiare che caratterizza ogni autentico viaggiatore. Uno spirito sempre attivo, vivace, dinamico, anche – se non soprattutto, e non è affatto un paradosso – quando non si è in viaggio, perché è così che esso può bilanciare la stasi materiale di quando non si viaggia, tenendo ben “allenati” mente, cuore e animo e pronti ad una prossima partenza.

Come scrivevo già in passato e ora ribadisco di nuovo, si usa spesso citare quel noto adagio che dice “Il viaggio è la meta”, meno invece si cita il pur altrettanto noto Pessoa che in tema, ne Il libro dell’inquietudine, scrisse “I viaggi sono i viaggiatori”. Tuttavia, se il “vero” viaggio si ha non tanto quando è il viaggiatore a visitare un luogo ma viceversa quando è il luogo a “visitare” il viaggiatore – a entrarvi dentro, a penetrare a fondo nel suo animo esattamente come egli s’addentra per le sue vie o nel suo paesaggio – dunque quando la simbiosi tra luogo e viaggiatore è intensa e vibrante (il che a mio modo di vedere significa realmente visitare un luogo, nel modo più completo), allora come Pessoa, più di Pessoa, mi viene da dire che il viaggiatore è il viaggio. Perché non c’è viaggio “vero” la cui meta non sia dentro di chi lo compie, e in tal modo continui oltre l’ambito geografico, senza limiti effettivi e, per giunta, chiudendo idealmente il solco circolare tracciato in principio dal grande poeta portoghese in un moto, anzi, in un viaggio perpetuo d’un viaggiatore che, altrettanto idealmente, tale è sempre.

Ecco: nonostante tutto, un buon “libro di viaggio” è tale, cioè genera un proprio valore letterario peculiare, anche perché consente di viaggiare pur restando fermi – per scelta, necessità o per obbligo. E lo genera perché, proprio in questi momenti, è un ottimo “integratore” per lo spirito del viaggiatore, pronto a (ri)partire quando ogni circostanza infausta si sarà risolta.

Insomma: fate passare tutto e quelle sorprese riguardanti Tellin’ Tallinn e Milano, nonché molte altre cose, vi verranno svelate e le vedrete realizzarsi. Anche grazie a voi, se lo vorrete.

Camminare sulle parole #4

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui e qui.)

Ciò che Barry Lopez sostiene, in questo passaggio tratto da Una geografia profonda (è alle pagine 34-35) è una di quelle cose così chiare ed evidenti ovvero “ordinarie”, nella nostra relazione di esseri umani e creature viventi con il paesaggio, da finire per essere trascurate e ignorate, paradossalmente. Eppure è una cosa assolutamente fondamentale: il paesaggio esteriore che noi “vediamo”, cioè che concepiamo e definiamo come elemento culturale, si riflette sempre, inevitabilmente, dentro di noi, generandoci un relativo paesaggio interiore che, in pratica, racchiude forma, sostanza e senso della nostra presenza nel luogo dal quale si genera il paesaggio in questione. Conseguentemente, da un lato si genera e definisce ogni elaborazione di quel paesaggio, il suo valore culturale e antropologico, la sua identità, e dall’altro lato si genera la nostra identità in relazione ad esso: riconosciamo il luogo e riconosciamo noi stessi in esso, non sentendoci smarriti in quel luogo e tanto meno dentro di noi.

Posto ciò, e dato che anche la concezione e la determinazione del valore estetico (o quello presumibilmente tale) è uno degli elementi del processo appena descritto, per lo stesso principio non si può definire un paesaggio come “bello” oppure “brutto” senza prima considerare che il paesaggio siamo noi a crearlo, è frutto in buona parte della nostra relazione, esteriore e interiore, con ciò che abbiamo intorno, della nostra sensibilità più intima e del bagaglio culturale che ciascuno possiede: tutti elementi con i quali interpretiamo ciò che colgono i nostri sensi – e questo accade anche inconsciamente, sia chiaro.

Quindi, prima di stabilire il valore estetico del paesaggio, dovremmo prima interrogarci, ovvero metterci in dubbio, la capacità personale di “creazione” del paesaggio, e ciò lo possiamo fare solo quando siamo in grado, almeno minimamente, di comprendere cosa i nostri sensi colgono di ciò che c’è intorno a noi così come, ugualmente, quanto di ciò che abbiamo intorno influenza la nostra percezione e la nostra sensibilità al riguardo – un ambito che oggi viene praticato dalla cosiddetta psicogeografia, disciplina tanto sperimentale quanto di importanza potenzialmente concreta.

Tuttavia, è bene rimarcare che quanto afferma Lopez all’inizio della sua citazione, in relazione alla conoscenza geografica del paesaggio, è comunque qualcosa di importante per entrare in relazione con esso, anzi, è la competenza materiale basilare da affiancare alla cognizione immateriale ovvero un’ottima chiave per aprire le porte verso un rapporto più profondo e consapevole con il mondo che abbiamo intorno. In fondo, e per citare il precedente protagonista di questo cammino letterario, Davide Sapienza, «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano» cioè, sotto molti aspetti, la geografia esteriore, con tutti gli elementi che vi afferiscono, dà forma anche alla nostra geografia interiore, arricchendola del senso e del valore culturale di quei suoi elementi. Alla fine, ribadisco, conoscere il paesaggio in questo modo significa non solo sapersi non smarrire in esso ma, ancor più, saper non smarrirsi cioè ritrovarsi in se stessi, generando un’armonia tra paesaggi esteriori e interiori essenziale e profondamente vitale.

Camminare sulle parole #3

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. I primi due articoli sono qui e qui.)

Quando ho effettuato il “sopralluogo” lungo questo tratto del Sentiero Rusca in preparazione del cammino letterario, ricercando gli elementi fondamentali del paesaggio d’intorno, uno di essi si è imposto subito come potente più d’ogni altro e per questo ineluttabile: il rumore dell’acqua del Torrente Mallero, qui quasi sempre parecchio impetuoso. E ho pensato che una delle cose che fanno ritenere a molti “brutto” questo tratto del Sentiero Rusca è proprio l’essere una sorta di alzaia “imboscata” dell’argine in cemento del corso d’acqua; poi, ho pensato pure a una circostanza di qualche tempo fa, quando sentii alcune persone, in un altro luogo montano lungo un simile torrente, lamentarsi del “frastuono” dell’acqua che impediva loro di parlare senza alzare la voce, chiedendomi nuovamente, ora come allora, come si possa considerare fastidioso un suono tra i più vitali che la Natura offra all’orecchio umano. Quindi, dopo tutte queste meditazioni, m’è venuto in mente La strada era l’acqua, il libro di Davide Sapienza dal quale ho tratto la citazione impressa sul Sentiero Rusca (la si trova a pagina 70 del volume) e quel bellissimo parallelismo tra l’esistenza dell’uomo e il corso di un fiume, entrambi dotati di un proprio suono da ascoltare, comprendere e le cui pur (all’apparenza) inopinate armonie seguire per poterle “navigare” al meglio.

Poi, in un gioco di continui rimandi mentali che l’osservazione e l’ascolto del Mallero mi sollecita(va), ho còlto un altro parallelismo qui presente, tra due flussi di simile rumore ma ben diversa vitalità: quello del torrente, dell’acqua fonte di vita che dai monti scende verso il fondovalle e la pianura, e quello della carrozzabile della Valmalenco, in un momento nel quale sulla stessa il traffico era particolarmente intenso, rumoroso (nel senso più disturbante del termine), puzzolente (stavano passando tre TIR uno dietro l’altro) e inquinante. Eppure il rumore di quei due “flussi” così diversi è molto simile, appunto: e quale diverso impatto, ambientale e culturale, sul paesaggio (sonoro e non) della valle! Il primo, quello del torrente, è un suono del tutto contestuale al paesaggio locale dacché ne è parte formante e integrante; il secondo, decontestuale seppur ormai tristemente “storicizzato” in quell’ambito paesaggistico, ne è diventato parte integrante senza esserne parte formante. È l’esemplificazione concreta di un paradosso tra i maggiori che un po’ ovunque il paesaggio alpino antropizzato manifesta: la presenza di elementi avulsi al contesto paesaggistico e ad esso imposti sovente con la forza e dietro motivazioni altrettanto spesso fallaci ma ormai ritenuta, quella presenza, ordinaria, normale anzi, “utile”. Ma è realmente utile e funzionale alla bellezza del paesaggio ciò che, se non in armonia con esso, finisce inevitabilmente per apportarvi danni poi ignorati per mere umane convenienze?

Sono allora tornato, dopo queste riflessioni, a osservare il Mallero, il moto delle sue acque, apparentemente sempre uguale ma in realtà sempre diverso, così fremente, dinamico, energico, e così costantemente in azione nei confronti del paesaggio sia materialmente (l’acqua che dà vita al territorio e col tempo lo trasforma) e immaterialmente (il suono dell’acqua che forma la nota fondamentale del paesaggio sonoro locale), mi sono lasciato incantare dall’osservazione dei mulinelli, delle cascatelle, delle numerose, piccole e meno piccole rapide, della miriade di correnti… come si può dire di questo tratto che sia “brutto” quando è vitalizzato da una così potente bellezza fluida? Una bellezza che supporta con vigore ciò che scrive Davide Sapienza perché ne diventa una rappresentazione visiva perfetta per chiunque cammini lungo questo tratto del Sentiero Rusca: «E ogni storia, ogni racconto, ogni cammino, anche se lo avrai ascoltato e ripetuto cento, mille volte, sarà sempre una scoperta.» Perché anche il paesaggio è sempre una scoperta, e forse lo è o lo può essere soprattutto dove si pensa o ci viene detto che non lo sia, che sia poco interessante, noioso, brutto. Basta guardarsi intorno e, qui, ascoltare, per capire che non è così.

Tallinn, a Milano

Quanto distano Milano e Tallinn?
Circa 2500 km su strada, poco meno di 1900 per via aerea.
O magari 0. Zero, sì.

A breve potrebbe essere così, grazie (lo dico con tutta la modestia del caso, eh) al mio libro Tellin’ Tallinn, già.
In fondo, come dico spesso, i viaggiatori sono il viaggio, e per molti versi sono anche il luogo verso cui viaggiano e nel quale vivono, per qualche ora o per più tempo. Quindi, mi piacerebbe provare a unire Milano e Tallinn, con la storia che racconto nel mio libro, a portare un luogo nell’altro, un viaggio dentro l’altro viaggio, fino a ricavarne un’armonia – in tutti i sensi.

Perché il vero viaggio è quello che avviene innanzi tutto dentro il viaggiatore, e se la destinazione è una città dal fascino sorprendente e pressoché unico come Tallinn, allora il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola – un’unica meta.

Insomma, dal momento che non c’è neanche un volo diretto, tra le due città… ecco, seguite il blog e a breve ne saprete di più!

Il cuore d’acqua della Svizzera

[Foto di Sarah Lötscher da Pixabay]
Giungendo da Sud delle Alpi, che si viaggi in auto oppure in treno, si supera il Gottardo (ma se avete un mezzo stradale e viaggiate nella bella stagione, fatelo valicando il passo, autentica cerniera di giunzione tra il Nord Europa e il Mediterraneo e luogo sul quale si coglie vividamente il fascino di ostici transiti di persone, animali, merci, la cui storia si perde nella notte dei tempi… Merita parecchio!) e ci si infila nelle sue profonde forre settentrionali perdendo gradatamente quota, finché si giunge in vista di Altdorf, la città di Guglielmo Tell. In quel punto la vallata prende ad allargarsi, i fianchi montuosi ad essere meno opprimenti e il fondovalle spiana e verdeggia di campi coltivati finalmente non più relegati tra boschi fittissimi e rudi gande. Ci si sente sollevati, viene da respirare nuovamente a polmoni pieni, in quel paesaggio che dona come un senso di affrancamento, di distensione e benessere. Ma se si prosegue ancora per qualche chilometro verso Nord, quasi d’improvviso compare a destra della strada – ferrata o autostradale, sempre suppergiù parallele – la luminescenza verde smeraldo della acque del Vierwaldstättersee, il Lago dei Quattro Cantoni, e il paesaggio, da notevole quale già era, diventa oltremodo incantevole.
Il cuore geografico della Svizzera è uno specchio d’acqua cristallina che protende i suoi numerosi rami nelle vallate e tra le vette alpine, somigliando in certe vedute a un fiordo norvegese e in altre a una costa mediterranea. Le sue sponde idilliache costringono immancabilmente alla più lodante banalità, all’esclamazione di stupore ovvia, alla magnificante frase fatta che però qui pare fatta apposta per cotanto paesaggio.
Il viaggiatore non potrebbe chiedere predisposizione d’animo migliore per continuare ancora più a Nord sulla riva sinistra del lago, in un crescendo luminoso irrefrenabile dacché le Alpi sono ormai quasi del tutto alle spalle e l’orizzonte si placa, s’abbassa e s’apre verso le dolci colline del Mittelland, e avvicinarsi alla meta. “La” meta, se vi ritroverete in quella zona avendo compiuto il viaggio fino a qui descritto, proprio come ho fatto io: Luzern. Forse l’angolo più bello di quel giardino d’Europa che effettivamente è la Svizzera; di sicuro, il mio angolo preferito.

lucerna_book1_800Sì, esatto, questo è un brano tratto dal libro che ha preceduto il mio ultimo Tellin’ Tallinn, ovvero

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più al riguardo!