Il cuore scintillante della Svizzera

[Foto di Seb Mooze da Unsplash.]

Giungendo da Sud delle Alpi, che si viaggi in auto oppure in treno, si supera il Gottardo (ma se avete un mezzo stradale e viaggiate nella bella stagione, fatelo valicando il passo, autentica cerniera di giunzione tra il Nord Europa e il Mediterraneo e luogo sul quale si coglie vividamente il fascino di ostici transiti di persone, animali, merci, la cui storia si perde nella notte dei tempi… Merita parecchio!) e ci si infila nelle sue profonde forre settentrionali perdendo gradatamente quota, finché si giunge in vista di Altdorf, la città di Guglielmo Tell. In quel punto la vallata prende ad allargarsi, i fianchi montuosi ad essere meno opprimenti e il fondovalle spiana e verdeggia di campi coltivati finalmente non più relegati tra boschi fittissimi e rudi gande. Ci si sente sollevati, viene da respirare nuovamente a polmoni pieni, in quel paesaggio che dona come un senso di affrancamento, di distensione e benessere. Ma se si prosegue ancora per qualche chilometro verso Nord, quasi d’improvviso compare a destra della strada – ferrata o autostradale, sempre suppergiù parallele – la luminescenza verde smeraldo della acque del Vierwaldstättersee, il Lago dei Quattro Cantoni, e il paesaggio, da notevole quale già era, diventa oltremodo incantevole.
Il cuore geografico della Svizzera è uno specchio d’acqua cristallina che protende i suoi numerosi rami nelle vallate e tra le vette alpine, somigliando in certe vedute a un fiordo norvegese e in altre a una costa mediterranea. Le sue sponde idilliache costringono immancabilmente alla più lodante banalità, all’esclamazione di stupore ovvia, alla magnificante frase fatta che però qui pare fatta apposta per cotanto paesaggio.
Il viaggiatore non potrebbe chiedere predisposizione d’animo migliore per continuare ancora più a Nord sulla riva sinistra del lago, in un crescendo luminoso irrefrenabile dacché le Alpi sono ormai quasi del tutto alle spalle e l’orizzonte si placa, s’abbassa e s’apre verso le dolci colline del Mittelland, e avvicinarsi alla meta. “La” meta, se vi ritroverete in quella zona avendo compiuto il viaggio fino a qui descritto, proprio come ho fatto io: Luzern. Forse l’angolo più bello di quel giardino d’Europa che effettivamente è la Svizzera; di sicuro, il mio angolo preferito.

Ovviamente, quanto avete appena finito di leggere è un brano tratto da:

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

N.B.: Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più!

La skyline di Tallinn

[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.]

Esco dall’hotel, svolto a destra lungo l’ampio viale totalmente inondato da una esuberante luminosità solare che scorre impetuosa da oriente fino ad avvolgere le guglie della città vecchia, da qui già visibili.
Diciotto gradi Celsius, dice il display qui sopra la mia testa. Traffico sostenuto ma non esagerato. Lo scampanellio dei tram che fermano nell’isola in centro alla strada – alcuni convogli di design attuale, altri che credo abbiano trasportato i burocrati sovietici.
Gli indigeni che vanno a lavorare, una ragazza che armata di spugna pulisce i tavoli in alluminio di un ristorante sulla via canticchiando una melodia che non mi è nuova, ma forse mi sbaglio.
Caratteristica insolita di questa strada: a destra, nel mio senso di marcia, gli edifici sono tutti moderni, nelle forme architettoniche, nei rivestimenti di vetro e acciaio, nella destinazione d’uso ‒ l’hotel è ai margini di Rotermann, quartiere di ex edifici industriali ristrutturati e riconvertiti ad usi commerciali e culturali, una delle gentrificazioni più evidenti e, devo ammettere, meglio riuscite della città; a sinistra, dall’altra parte della strada, i tipici palazzoni sovietici, austeri, senza fronzoli, di varie tonalità del grigio e pure visibilmente statici, nell’uso contemporaneo. Un discrimine temporale d’asfalto, in pratica, anche se, oltre gli squadrati parallelepipedi che nemmeno qualche grosso cartellone pubblicitario riesce a rendere meno tristi, modernissimi grattacieli disegnano un nuovo e antitetico skyline – sia a quei palazzi grigi e sia al profilo urbano della città vecchia, al quale sembrano contrapposti non solo per disposizione urbanistica ma pure per una sorta di sfida storica e morale. «Eravate voi, campanili e torri della vecchia Tallinn, a spingervi verso il cielo fino a qualche lustro fa. Ora tocca a noi!»

Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Sapete dov’è la Curlandia?

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]

Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.

(Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli, Milano, 2011, pagg.15-16.)

Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.

Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?

Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.

Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.

Ma ciò che resta lo intuiscono i poeti (come Giacomo Paris)

Chi segue questo blog e chi vi scrive conosce, avrà conosciuto o potrà conoscere, cercando qui il suo nome, Giacomo Paris, raffinato scrittore e poeta (oltre che docente di filosofia e consulente psico-pedagogico) con il quale ho avuto il grande onore e il fervido piacere di collaborare più volte (clic) per la presentazione dei suoi libri o in altre pubbliche e sempre affascinanti conversazioni. Ciò mi ha permesso di conoscerlo come una persona estremamente colta e capace di offrire illuminanti visioni, apprezzandone per giunta la cordialità e la gran simpatia, dunque non posso che caldamente invitarvi a seguire le sue imminenti “dissertazioni di viaggio” online sulla poesia e su alcuni tra i più grandi poeti del Novecento, un ciclo dal titolo …Ma ciò che resta lo intuiscono i poeti.

Questo il calendario degli incontri:

  • 5 febbraio: E non avevo che il mio bianco taccuino sotto il sole. In viaggio con Sandro Penna.
  • 12 febbraio: I re non toccano le porte, non conoscono questa felicità. In viaggio con Francis Ponge.
  • 19 febbraio: Era primavera e gli alberi volarono ai loro uccelli. In viaggio con Paul Celan.
  • 26 febbraio: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. In viaggio con Cesare Pavese.

Tutti gli incontri si terranno alle ore 21 su piattaforma web. Per qualsiasi informazione al riguardo potete chiedere al 333.235.60.76 oppure a studiogiacomoparis@gmail.com.

Ribadisco: ve li consiglio caldamente, questi incontri con Giacomo Paris. Ne sarete soddisfatti, affascinati, illuminati.

Dello scrivere dediche sui propri libri


Qualsiasi autore di testi letterari, che poi abbia avuto la fortuna di poterli presentare in pubblico, avrà ineluttabilmente sostenuto il momento – solitamente a fine presentazione – della firma delle copie del proprio libro (detto appunto firmacopie, in gergo), con altrettanto ineluttabile dedica ai richiedenti i quali di norma la richiedono espressamente e comprensibilmente. È un momento di massima apoteosi egotistica, per gli autori particolarmente sicuri di sé (la maggioranza) oppure di imbarazzo più o meno malcelato dall’ovvio piacere della richiesta, al quale tuttavia si contrappone il dilemma su cosa scrivere affinché il lettore del proprio libro ne sia soddisfatto. Ecco, io faccio parte della categoria degli “imbarazzati-ma-contenti”, per due sostanziali motivi: uno, non credo di essere così bravo, così noto e tanto reputabile da meritare una tal considerazione da parte dei lettori (i quali magari mi chiedono la dedica per mera cortesia – ma forse questo mio è solo un eccesso di modestia) ma ovviamente mi fa piacere che quelli siano così magnanimi, o così falsi, nei miei confronti; due, siccome voglio almeno dedicare una reciproca considerazione personale, riguardo quelle richieste, anche come forma di gratitudine immediata, da sempre personalizzo le dediche a chiunque e per qualsiasi mio libro, così che, salvo dimenticanze, credo che non esista una dedica su un libro del quale sono l’autore uguale a un’altra. Forse anche per questo motivo il momento della firma dei libri risulta per me quasi “imbarazzante” (anche se il termine dal mio punto di vista è sbagliato, in forza della sua connotazione negativa; meglio arduo): per quell’impegno subitaneo che devo mettere nello scrivere qualcosa, al contempo, di simpatico, gradito, sensato (o non troppo stupido e banale) e identificante, nel senso che possa ricordare al lettore quel momento e chi lo ha “sancito” attraverso la relativa dedica con piacere, anche a prescindere dal libro sulla quale è stata apposta. Insomma, deve essere a sua volta “letteraria”, la dedica, pur nella sua estrema stringatezza: una sorta di micro racconto istantaneo che, ribadisco, ha pure un fine di ringraziamento e di considerazione ricambiata verso il lettore da parte di me autore – posto che ciò vale per me, sia chiaro, e che qualsiasi altro autore ha certamente un proprio valido modus operandi al riguardo.

Intorno al tema “dediche sui libri” vi disserta con la propria solita e notevole arguzia Luca Goldoni in un bell’articolo di qualche tempo fa (lo potete trovare e leggere nella sua interezza qui), nel quale racconta di alcune sue emblematiche (e divertenti) esperienze al riguardo e che comincia così:

Credo che ogni libro dato alle stampe con maggiore o minore fortuna meriterebbe un libro bis, di successo sicuro: una raccolta delle dediche che l’autore ha vergato. Basterebbe un annuncio pubblicitario per invitare i lettori che hanno avuto il volume dedicato a inviare copia fotostatica del pensiero o battuta o peana firmati dall’autore. Naturalmente ci vorrebbe uno scrittore molto spregiudicato per pubblicare questo genere di autoritratto. Come non esiste maschio che non desidererebbe sprofondare scoprendo che altri uomini hanno ascoltato una sua dichiarazione d’amore, così, forse, non c’è scrittore che non si sentirebbe a disagio se fossero raccolte e analizzate le dediche che ha fatto al suo recensore, a un ministro, al parrucchiere della moglie, a un presidente di giuria, a una bella donna, a un altro scrittore: sterminate devozioni, gaglioffe umiltà, ammirazioni cosmiche. Oppure battute riuscite, tanto riuscite da essere riprodotte in piccole serie, con la speranza che i destinatari non s’incontrino mai e non s’accorgano d’essere stati catalogati nel tipo A o nel tipo B. Forse è più facile scrivere un buon libro che cento buone dediche.
È durante la presentazione di un volume, quando cioè bisogna vergare trenta o quaranta dediche una dopo l’altra, che l’autore si sente con le spalle al muro. Cerca di variare un po’ la formula sulle pagine già aperte che gli arrivano sotto la penna, come sfornate da una rotativa: con un cordiale pensiero, con viva cordialità, con sincera simpatia. È difficile un riferimento più preciso verso persone certamente amabili e cortesi (al punto di acquistare il libro) ma purtroppo sconosciute. […]

(Luca Goldoni, La difficile arte della… dedica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. L’immagine in testa al post è invece tratta da libreriamo.it ed è una dedica apposta sul suo On the Road da Jack Kerouac, il quale scrive: «Cara Janie Adams, potrai forse trovare una curiosa somiglianza tra Remi Boncoeur nel capitolo undici e il tuo grande amico Henri Cru – e io, credimi, lo so bene, essendo il Sal Paradise contenuto nel romanzo».)