Una società aperta e libera dovrebbe disporre di strutture protettive atte a garantire la tolleranza e a scoraggiare non solo l’intollerante, ma qualsiasi “ingegnere di anime” che, spinto da un irrefrenabile “altruismo”, voglia imporre le proprie ricette per plasmare l’uomo e la donna “nuovi”, costringendoli a scegliere quello che lui giudica essere il bene.
[Foto di Qi124680, Opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons.]Mi rattrista molto leggere della scomparsa di Giulio Giorello, uno dei più lucidi, obiettivi e raffinati pensatori della contemporaneità. Il suo Di nessuna chiesa è uno dei testi fondamentali per qualsiasi persona che voglia veramente dirsi libera, di pensiero e d’azioni, e che voglia elaborare una libera opinione su di un tema da sempre così in balìa di strumentalizzazioni e assolutismi d’ogni sorta – d’altro canto «Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei» scrive Giorello nel libro. Io lo acquistai appena seppi della sua uscita e lo lessi in poche ore, non solo grazie alla sua brevità (sinonimo qui di chiarezza e comprensibilità, non certo di mancanza di argomenti, anzi!) ma pure per il desiderio quasi fremente di conoscere cosa Giorello volesse dire al lettore – ovvero all’individuo libero sopra citato – riguardo una dote tanto fondamentale per qualsiasi società evoluta (e per i suoi membri ovvio), la laicità, quanto palesemente osteggiata da chiunque non voglia alcuna evoluzione sociale, culturale, intellettuale, umana – e già questo dovrebbe dire molto circa la sua importanza.
Un testo, insomma, il cui grande valore è già evidente a chi lo abbia letto e che sia sensibile alle questioni trattate ma che diventerà sempre più grande, in futuro, parimenti alla sua forza contro ogni assolutismo di matrice religiosa o meno. Perfetto per presentare e consegnare ai posteri la grandezza intellettuale e umana di Giorello, delle quali inesorabilmente si sentirà molto la mancanza.
Giusto qualche giorno fa (rispetto alla data del presente testo) ho pubblicato un articolo, qui sul blog, nel quale riflettevo sul fatto che buona parte della storia della civiltà umana, in particolare nell’ultimo secolo e mezzo, sia stata determinata non tanto da cose positive ma più da cose negative, ovvero che a ben vedere la nostra storia non sia una narrazione di grandi invenzioni, scoperte, conquiste, ma una lunga cronaca di occasioni perse, che non di rado si sono poi trasformate in grandi tragedie. Ecco, un periodo storico assolutamente emblematico in tal senso è quello appena successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, dal 1918 al 1923: un lustro successivo a quella che ai tempi fu la più grande tragedia mai determinata e subìta dal genere umano, con più di venti milioni di morti e altrettanti di feriti, così spaventosa da far pensare chiunque, allora, che da siffatta catastrofe non sarebbe potuto che scaturirne un lungo periodo di pace e prosperità globale.
Quell’anno fondamentale, il 1918, e quelli successivi, sono proprio il soggetto e l’ambito temporale che lo storico tedesco Daniel Schönpflug racconta ne L’anno delle comete (Keller Editore, 2018, traduzione di Alice Rampinelli; orig. 1918: Die Welt im Aufbruch, 2017), il cui sottotitolo, che riprende direttamente il titolo originale dell’edizione tedesca, fissa la dimensione temporale e “politica”, per così dire, narrata: “1918, il mondo in trasformazione”. Una trasformazione che, ribadisco, molti speravano in meglio, anzi, alcuni ne erano certi che la sanguinosa lezione del conflitto mondiale fosse servita al genere umano a insegnare la giusta direzione verso il futuro. Ma l’autore, nella copertina del libro, sottopone quel vocabolo apparentemente beneaugurante, viste le circostanze, “trasformazione”, alle comete, richiamate nel titolo principale dell’edizione italiana: Schönpflug si riferisce alle comete di un’opera di Paul Klee, La cometa di Parigi, creata proprio nel 1918, ove l’oggetto celeste è certamente sinonimo di desiderio, di speranza (nell’accezione comune a noi oggi nota), ma è pure segno di presagio, di premonizione – lo stesso Klee, nel descrivere la sua opera, indicava la natura aleatoria della cometa, che compare in cielo, lo illumina in modi spettacolari e suggestivi ma poi se ne va via e di nuovo scompare nel buio dello spazio profondo […]
[Immagine tratta da tandaarduitgeverij.be, fonte qui.](Leggete la recensione completa di L’anno delle comete cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Mi stendo sul prato, è pomeriggio, il sole è caldo ma l’ombra delle piante garantisce una piacevole frescura. Prendo le cuffiette, le infilo nello smartphone, ascolto musica.
Cambiamento. Arvo Pärt.
Non sarei potuto venire in Estonia senza l’accompagnamento del più celebre figlio contemporaneo di questa terra, icona nazionale, simbolo identitario. Genio musicale planetario, forse il più grande compositore vivente. Anche la sua grandezza artistica fu il frutto di un cambiamento profondo, in primis interiore: otto anni di silenzio e di meditazione, dopo la “prima” carriera avanguardista e minimalista, dai quali scaturì il tintinnabuli, il suo stile unico, innovativo, intensamente affascinante. Musica per luoghi superdimensionali, senza tempo, senza limiti di spazio; musica per connettere vivamente la mente e l’animo, per smaterializzare la materialità del presente quotidiano, per sospendere le coordinate fisiche o per sospendersi sopra di esse. Una musica coltissima, come poche altre, eppure che ha saputo e sa ammaliare chiunque ovunque, facendo di Pärt il compositore più eseguito al mondo.
Musica perfetta per me, qui, ora, per il mio cambiamento.
Sì, esatto, anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per saperne di più su Arvo Pärt e su ciò che rappresenta per l’Estonia, cliccate qui.
Non c’è niente di più gretto dello sciovinismo e del razzismo. Per me tutti gli esseri umani sono uguali, pecoroni se ne trovano ovunque e per tutti ho lo stesso disprezzo.
La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?