Lo scrittore rivoluzionario

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie, ma ‘diverse’ da quelle che la politica pone: esigenze… dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre ‘accanto’ alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali è perché vedo la tendenza a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura di cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.

[Elio Vittorini fotografato a Milano da Federico Patellani, 1949. Pubblico dominio, fonte qui.]
(Elio Vittorini, “lettera” a Palmiro Togliatti pubblicata su “Il Politecnico”, a. III, n. 35, gennaio-marzo 1947. Per approfondire la questione alla quale fa riferimento la “lettera” – in verità un articolo in forma di lettera – di Vittorini, cliccate qui.)

“Viva” Trump!

Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.

Per gli antiamericani, già.

I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.

In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:

Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?

(Da Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.)

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde.  Cliccateci sopra per leggere il post originario.

Viaggiare, verso l’avvenire

Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l’immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d’un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell’avvenire.

[Lev Tolstoj nel maggio 1908. Foto di Sergej Michajlovič Prokudin-Gorskij, pubblico dominio; fonte: qui e qui.]
(Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.)

 

Camminare a quattro zampe

[Fotografia di E. Desmaisons, fonte dell’immagine: qui.]
Mi è ricapitata qualche giorno fa sotto gli occhi, grazie a un volume che stavo leggendo, quella che forse è e resta una delle più fulminanti “recensioni” a un libro mai scritta: è l’analisi che il geniale e insuperabile Voltaire fece da par suo del Discorso sull’ineguaglianza di Jean-Jacques Rousseau, per il quale la compilò il 30 agosto 1755:

«Ho letto, signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano; ve ne ringrazio; piacerete agli uomini le cui verità svelate, e non riuscirete a correggerli. Dipingete con colori ben veri gli orrori della società umana la cui ignoranza e la cui debolezza sembrano promettere tante mollezze. Non era mai stato usato altrettanto spirito nel tentativo di renderci bestie. Leggendo la vostra opera viene voglia di camminare a quattro zampe. Tuttavia, avendo perso quest’abitudine da più di sessant’anni, mi è purtroppo impossibile riprenderla.»

Ecco, una delle migliori recensioni (non lo sarebbe, una “recensione”, ma è come se lo fosse) scritta più di due secoli e mezzo fa: libro mirato, colpito e affondato! La sua parte finale, soprattutto, è un capolavoro di sarcasmo, di quello che forse più nessun critico letterario oggi sarebbe in grado di formulare quantunque moltissimi “best seller” che poi finiscono in vetta alle classifiche di vendita se lo meriterebbero assolutamente – di sicuro più che il celeberrimo Rousseau.

Oh, be’, forse anche perché di critici letterari veri non ne esistono quasi più. Già.