La povertà come scuola per lo scrittore

Non mi rammarico della povertà che ho vissuto. Se si deve credere a Hemingway, la povertà è una scuola irrinunciabile per uno scrittore. La povertà rende una persona perspicace. Eccetera.
È curioso che Hemingway lo abbia capito solo dopo esser diventato ricco.

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.94. Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per leggerne la mia “recensione” e, comunque, leggetelo senza remore, Dovlatov, che è sempre una delizia farlo anche se non siete poveri – e spero che non lo siate mai stati e non lo sarete mai. Se poi siete ricchi come Hemingway, tanto meglio!)

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Inge Schönthal Feltrinelli (1930-2018)


Il viaggio da New York a L’Avana era stato scomodo e avventuroso, quindi entusiasmante per una ragazza come Inge Schoenthal, fotoreporter tedesca molto giovane, molto carina, senza un soldo, senza timidezze, senza paure, con poca ambizione professionale ma molta voglia di conoscere il mondo e di incontrare persone intelligenti, colte, importanti.
Andava a conoscere Ernest Hemingway che allora, nel 1953, a cinquantaquattro anni, aveva già scritto tutti i suoi capolavori ed era una delle massime celebrità letterarie mondiali. La ragazza dalla vita sottile e dal sorriso felice arrivava con una raccomandazione importante, quella dell’editore tedesco Rowohlt, che aveva pubblicato i suoi romanzi. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt le aveva dato anche un difficile incarico diplomatico: cercare di convincere Hemingway a cambiare la traduttrice che lavorava con lo scrittore dagli anni trenta e il cui linguaggio era invecchiato con lei. Finora non c’era riuscito nessuno durante i suoi rari viaggi a Berlino prima della Seconda guerra, quando si rifugiava nei caffé letterari mentre Rowohlt faceva il giro dei librai per trovare i soldi che gli doveva.
Chissà se ci sarebbe riuscita questa intraprendente ragazza che non aveva certo un aspetto teutonico: era bruna, sottile e leggiadra, assomigliava un po’ a Leslie Caron e un po’ a Audrey Hepburn e avrebbe potuto essere francese o lappone o anche napoletana. Davanti al suo sorriso deciso, si aprivano, è vero, molte porte. Lei le spalancava su tutto il mondo che voleva conoscere, e gli uomini, ma anche le donne, facevano di tutto per aiutarla. “Erano tempi in cui era possibile essere amici, camerati, star bene insieme, ma senza andare a letto. Non ci veniva neppure in mente: le ragazze non lo facevano e gli uomini avevano paura di chiederlo.” […]

(Natalia Aspesi su Inge Feltrinelli nella presentazioni di Inge fotoreporter, Sipiel/Biblioteca Europea Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2000.)

Non c’è umorismo in cielo! (Mark Twain dixit)

Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell’Umorismo stesso non è gioia, ma dolore. Non c’è umorismo in cielo.

(Mark Twain, Following the Equator – A Journey around the world, 1897. Ed. it. Seguendo l’Equatore. In viaggio intorno al mondo, B.C. Dalai Editore, 2010.)

Ecco l’essenza più autentica dell’umorismo rivelata da colui che potrebbe essere considerato uno dei più geniali umoristi di sempre, se non fosse che rimane nella storia della letteratura (e non solo) come il più grande scrittore americano d’ogni tempo. Il quale aveva capito che, come ad esempio il giorno nasce dalla notte, come la musica scaturisce dal silenzio o come l’amore “necessita” dell’odio per essere compreso, per lo stesso principio generale l’umorismo non esisterebbe senza il dolore. Ma, d’altro canto, il dolore trionferebbe definitivamente, se non vi fosse l’umorismo.

Piccola lezione di giornalismo (che nessuno segue più)

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Ecco. Già quasi un secolo fa ci si poneva la questione di come si dovesse informare sugli accadimenti in maniera corretta ovvero priva di qualsivoglia speculazione d’alcun genere. E che chi debba informare – scrivendone, o in altro modo – si chiamasse allora Hemingway o si chiami oggi Pinco Pallino non cambia assolutamente i termini della questione – anzi, in qualche modo ne acuisce il valore.

Purtroppo, nel frattempo, non è cambiato il senso della professione (e dell’etica) giornalistica, semmai – semplicemente e drammaticamente – quel senso è stato gettato al vento dalle stesse redazioni dei media e dai loro responsabili, i quali hanno deciso ormai da parecchio tempo a questa parte – almeno dalle nostre – che di giornalisti veri non c’è più bisogno, certamente non per i titoloni delle prime pagine o per i primi servizi in onda nei TG. Quei pochi rimasti appaiono sempre più come esemplari (indifesi e perseguitati) d’una razza in via di prossima estinzione. I tempi ai quali fa riferimento l’immagine in testa all’articolo sono ben più lontani culturalmente che cronologicamente, insomma.

I risultati di queste nuove “strategie redazionali” le abbiamo tutti sotto gli occhi, giorno dopo giorno. In questa nostra era contemporanea (o postmoderna, se preferite) di paradossi e ribaltamenti d’ogni genere, anche i media fanno la loro bella parte, trasformandosi da educatori alla verità e alla conoscenza in sostenitori – quando non sorgenti primarie – della disinformazione e dell’analfabetismo funzionale. Ma è una parte della quale dovranno rispondere, prima o poi.

Cosa serve veramente per scrivere bene?

ge2Pare che un giorno qualcuno chiese a quel vecchio ubriacone geniale di Charles Bukowski cosa serva veramente per scrivere e lui rispose che per scrivere servono due cose: una macchina da scrivere, e una sedia. «Ma delle volte è difficile trovare la sedia», sembra abbia precisato lo scrittore americano.
A leggere questo suggestivo aneddoto – che, come tanti altri relativi al vecchio Hank, sono ammantati da un certo alone di leggenda ma che, d’altro canto, segnalano la loro probabile veridicità in maniera proporzionale alla stravaganza apparente – mi tornano in mente quei tanti articoli che ovunque, sul web, citano consigli per scrivere di celebri scrittori a frotte. Sia chiaro: io per primo li leggo, me ne faccio incuriosire e interessare e, a volte, li condivido sulle mie pagine social. Però, appunto, a stare dietro a Bukowski mi viene pure da pensare a come in fondo tutti quei “consigli” non siano altro che una sorta di mix tra ameno folklore letterario, gossip da rotocalco di costume e specchietto per aspiranti scrittori-allodole, con solo – a volte – una piccola parte di effettivo interesso critico (e senza escludere che gli stessi celebri autori di quei consigli non si siano voluti divertire alle spalle dei potenziali consigliati raccontando loro intriganti banalità che poi hanno acquisito lo status di “illuminazioni” – o qualcosa del genere – solo grazie alla nomea di chi le abbia espresse!) Perché, diciamocela tutta, se si leggono i dieci (o otto o dodici o cinquanta – la quantità è altamente variabile) consigli per scrivere un romanzo di Hemingway o di Orwell (due nomi a caso) ma non si possiede il talento creativo e tanto meno le capacità di scrittura dei due autori citati, beh, è esattamente come leggere un manuale di volo scaricato dal web e pensare, una volta letto, di poter diventare pilota di caccia supersonico!
Ma non solo: volendo articolare un poco di più tale riflessione, mi chiedo anche come un esercizio artistico inevitabilmente individuale e solitario come la scrittura – in fondo anche nei rari casi in cui sia svolto in maniera collettiva – possa essere ridotto ad una manciata di rapidi e inevitabilmente semplificati (loro malgrado) “consigli” che abbiano un effettivo, considerabile valore e siano condivisibili in modo ampio tanto quanto è offerto dal web contemporaneo. Anche per ragioni di stile e modus operandi personali, intendo dire: se un tal autore, facendo l’esatto opposto di quanto consigliato da Hemingway, sapesse scrivere dei gran capolavori, significherebbe che il grande scrittore americano è un cattivo maestro oppure un bugiardo? Ovviamente no – ma ci siamo capiti, io credo.
Insomma: è interessante leggere i suddetti “consigli” del tal grande scrittore se si adotta la stessa predisposizione di lettura d’un magazine da spiaggia (lo dico con tutto il rispetto per chi li diffonde attraverso i propri articoli – l’ho fatto anch’io, ribadisco). In fondo aveva – ha – ragione Charles Bukowski: per scrivere serve una macchina da scrivere (o quanto oggi di assimilabile) e una sedia, né più né meno, ma pure se la sedia non si trova il buon scrittore qualcosa di buono la tira fuori comunque, a differenza del non scrittore (che magari si crede invece tale, e pure di valore) che neppure sul più prezioso e confortevole divano sa cavare un ragno letterario dal proprio buco (nero) creativo.
Anche perché, io credo, i veri segreti – ovvero i buoni consigli – riguardo le proprie capacità letterarie e di scrittura i grandi scrittori li hanno infilati direttamente nei testi scritti, ed è un ottimo esercizio di lettura, assolutamente propedeutico a quello di scrittura, coglierli nei loro libri. Semmai è bene determinare le proprie tot regole per scrivere un buon testo, affinandole di continuo con la pratica, l’esperienza, le soddisfazioni, le delusioni, la necessaria umiltà, tonnellate di libri letti e la certezza che, in una pratica artistico-espressiva quale è la scrittura, si può (e si deve, o dovrebbe) sempre fare meglio. Solo così, prima o poi, ci si potrà sedere su quella bukowskiana sedia. Forse.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.