Sergej Dovlatov, “La valigia” (Sellerio Editore)

Nell’introdurre le personali impressioni di lettura di un altro libro letto poco tempo fa (questo), accennavo al fatto che nella vita di una persona ci sono oggetti dall’uso quotidiano e apparentemente ovvio o banale che tuttavia risultano fondamentali, per la frequenza con la quale vengono utilizzati o per ciò che consentono di fare oppure, aggiungo, per il valore e il senso delle azioni compiuti con tali oggetti. Come il materasso – a cui per il suddetto libro volevo riferirmi – anche la valigia è certamente uno di questi oggetti: “valigia” significa movimento, partenza, viaggio, forse fuga, e significa compendio ancorché temporaneo di una vita e della quotidianità, per come nella valigia si ripongano le cose necessarie – a volte vitali, altre volte emblematiche – al viaggio da intraprendere, al luogo da visitare, al tempo da trascorrere lontano da casa, sia esso della durata di pochi giorni oppure indeterminato.

Per Sergej Dovlatov, uno dei più grandi scrittori russi della seconda metà del Novecento, l’oggetto “valigia” ha significato emigrazione se non esilio: un esilio volontario dall’allora Unione Sovietica verso l’America giustificato in primis dall’impossibilità di pubblicare libri in patria – la prima stampa del suo libro d’esordio venne ritirata e poi distrutta dal KGB – ma ancor più da una particolare, personalissima dissidenza, che non si risolveva tanto contro il sistema di potere sovietico quanto più in una rivendicazione di pura e semplice libertà quotidiana. E non per fare chissà che – non per diventare un leader politico in esilio o la voce dei dissidenti transfughi, non per assurgere alla figura di eroe o di martire culturale del comunismo: semplicemente per vivere una vita normale, la più normale e ordinaria possibile. Ne La valigia (Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione, postfazione e cura di Laura Salmon; orig. Čemodan, 1986) Dovlatov racconta di questo suo drastico cambio di vita, avvenuto nel 1978 con l’emigrazione prima a Vienna e poco dopo negli USA, ma lo fa in modo assolutamente dovlatoviano: ovvero raccontando del contenuto della valigia con la quale intraprese il viaggio, un racconto per ogni oggetto presente nel babaglio e, per ognuno di questi oggetti, le memorie e i ricordi di vita ad essi legati. Un paio di calzini finlandesi (oggetto assai ambito nell’URSS di allora, per la loro qualità nettamente superiore a quella della produzione locale), un paio di scarpe (rubate addirittura al sindaco di Leningrado, l’odierna San Pietroburgo), un bel vestito a doppio petto, una cintura da ufficiale dell’Armata Rossa, un giaccone usato e appartenuto al celebre pittore francese Fernand Léger, una camicia di popeline, un colbacco e un paio di guanti da automobilista – peraltro totalmente inutili, visto che a New York, dove lo scrittore visse una volta giunto negli USA, era conosciuto come «Dovlatov, quello che non ha la macchina», un’eccezione assoluta nell’Occidente già iper-motorizzato degli anni ’80. Questo il contenuto della valigia che Dovlatov si portò appresso per il proprio esilio, una vita intera nel cupo mondo novecentesco sovietico, sottoposto a un regime che si definiva “comunista” ma che in realtà era una dittatura totalitarista bella e buona (”Una porcata che anche i capi avevano smesso di chiamare comunismo” scrive Dovlatov stesso), condensata in pochi e apparentemente banali oggetti, a ben vedere già di partenza pressoché inutili per avviare una nuova vita in un mondo totalmente differente rispetto a quello natìo. «Pensai: ma davvero è tutto qui? E risposi: sì, è tutto qui.»: è ancora Dovlatov a rimarcarsi tutto lo sconcerto derivante dalla constatazione di quanto un’intera vita vissuta in modo anche piuttosto turbolento (quando emigra lo scrittore ha già 37 anni) si possa ridurre a poche cose, tranquillamente stipabili in una sola valigia. Tuttavia, come ho già accennato, un’esistenza realmente vissuta ha la capacità di poter donare a ogni oggetto una propria particolare vita, un valore, un senso, un piccolo/grande bagaglio di ricordi, memorie, emozioni, percezioni, narrazioni che nell’animo più sensibile si riattivano ogni volta che quell’oggetto riappaia davanti agli occhi del suo proprietario.

Non solo: con Dovlatov questa messe di ricordi autobiografici legati a ogni singolo oggetto contenuto nella personale valigia diventa pure la base di una narrazione storico-filosofica che riesce con sensazionale maestria ad affrescare un intero frammento spazio-temporale fin nei più minimi dettagli. Leggere Dovlatov significa leggere della sua vita e delle sue avventure ma significa pure leggere ed esplorare con attenzione il mondo in cui egli ha vissuto, le città, le case, le persone che lo hanno circondato e con le quali ha interagito per cose più o meno buone. È eccezionale la dote che lo scrittore russo possiede di generare vividissime immagini con poche parole, ma sempre usate nel modo più suggestivo e più illuminante quando non condensate in brevi sentenze di vita di grande profondità umana, capaci di rivelare in modo quasi noncurante i paradossi e le incoerenze della comune vita quotidiana nonché della società che della somma di quelle nostre vite è il concreto risultato (come quando scrive, nell’inedito in Italia Marš odinokich, che «Ci sono situazioni in cui hanno ragione tutti. Sia quelli che sono a favore, sia quelli che sono contro.»); ed è una dote, espressiva e non solo, che rappresenta un quasi-unicum nel panorama letterario europeo contemporaneo, un elemento che è figlio assolutamente legittimo dei grandi scrittori russi tra Ottocento e Novecento, Cechov su tutti, e del loro immenso retaggio socioculturale.

La produzione letteraria di Dovlatov (il quale purtroppo è scomparso in ancor giovane età, nel 1990 a soli 49 anni ) rappresenta un unicum o quasi anche per il suo peculiare stile, intriso d’una sorta di malinconico disincanto apocalittico: un stato d’animo invariabile il quale è proprio del suo carattere (a pag.48 de La valigia Dovlatov rivela che sono gli stessi suoi amici a dirgli: «Non ti offendere, tu dissemini attorno a te un terribile inquietudine. A chi ti sta vicino gli viene ogni genere di complesso…») che se da una parte lo rende per certi versi un inesorabile “perdente” (loser lo avrebbero definito i suoi nuovi connazionali americani, un vocabolo più consono rispetto a quelli di cui l’italiano dispone) al quale succedono guai d’ogni genere che egli subisce con costante atteggiamento fatalista, dall’altra gli sviluppa un’inopinata resilienza alla vita e ai relativi imprevisti, intrisa di humor o meglio – come segnala Laura Salmon nell’ottima postfazione – di Humoreske filosofica, che lo aiuta a superare ogni ostacolo e ogni disdetta al contempo facendogli ridere sopra in un modo, sia chiaro che non è tanto “comico” quanto umoristico, appunto, nel senso più alto e profondo del termine, quello che in effetti rimanda direttamente all’umoralità dell’animo umano ovvero alla sua più intima e peculiare essenza umana.

Con tutto ciò, a noi che leggiamo le sue opere Dovlatov appare veramente come uno scrittore “umorista”, uno capace anche di far ridere come se narrasse storie effettivamente divertenti; di contro, se sappiamo cogliere la vera natura di quella sua Humoreske filosofica, i testi dovlatoviani risultano tra i più intensi, profondi e potenti della narrativa occidentale moderna e contemporanea, narrazioni all’apparenza semplici nella forma e nella sostanza eppure ricchissime di spessore letterario se non persino sociologico e antropologico. E, senza dubbio, La valigia è, come gli altri suoi libri editi in Italia (tutti da Sellerio e tutti con la cura di Laura Salmon, la cui postfazione a questo libro è, lo ribadisco, ottima e illuminante: quasi vale da sola l’acquisto!) un’opera emblematica della natura letteraria dovlatoviana, che merita la più ampia e approfondita conoscenza.

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