L’Engadina necessaria

[Foto di Jörg Vieli da Pixabay.]
Tra le prime immagini viste sui social, questa mattina, ve n’era una assai suggestiva dei laghi engadinesi ormai quasi del tutto ghiacciati e subito ho pensato, più con l’animo che con la mente, che l’Engadina è uno di quei luoghi che, quando ci sei, non vorresti più andare via, e quando ne sei lontano vorresti andar via da dove stai per tornarci immediatamente. È una Heimat assoluta, ineluttabile, a prescindere da ogni altra possibile e pur importante, foriera d’una bellezza ontologica che ti sorprende per come metta in armonia ogni cosa nel tuo intimo.

Per anni l’ho esplorata palmo a palmo, d’estate e d’inverno, ho salito molte delle sue vette, esplorato valloni reconditi, visitato i più ignorati nuclei rurali e ogni volta, prima di svalicare dal Maloja e tornare a casa, mi sono fermato lungo le rive del Lago di Sils, in un angolino lontano dal traffico, dai turisti e da ogni altro rumore, e sono rimasto lì una mezz’oretta, seduto, in silenzio, semplicemente a osservare il paesaggio. Una contemplazione sospesa tra realtà e sogno senza capire quale fosse l’una e l’altro e, in fondo, senza volerlo capire. Un esercizio minimo ma necessario, vitale. Che ora, per vari motivi, impegni, impellenze, è da tempo che non faccio più e mi manca. Molto.

Camminate, per non lambiccarvi

[Hagforscontea di Värmland, Svezia. Foto di Pigoff PhotographY da Unsplash.]

Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.

[Emil CioranAl culmine della disperazione, Adelphi, Milano, 1998, pag.12.]

Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.

Lucerna, Tallinn e la neve

Devo ammettere (con inopinata immodestia a me stesso, in primis, ma chiedo indulgenza da subito dacché in fondo non è merito né colpa mia) che per scrivere i miei due – e non solo questi, prossimamente – Cahier di viaggio ho scelto altrettante città che d’inverno, con la neve che ammanta il loro paesaggio urbano, diventano se possibili ancora più belle e fascinose di quanto già non siano.

E se ancora non sapete quanto Lucerna e Tallinn lo siano, belle e fascinose – innevate oppure no – be’, potete sicuramente ben scoprirlo con i due libri citati:

Lucerna, il cuore della Svizzera e Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, entrambi editi nei Cahier di viaggio di Historica Edizioni. Cliccate sui titoli per saperne di più.

N.B.: le fotografie presenti in questo articolo sono tratte dalle pagine Facebook “I love Lucerne” e “Visit Tallinn”.

Il piccolo Monte Barro e le sue grandi “magie”

Il Monte Barro è un altro di quei luoghi montani che emana un che di magico, di arcano ovvero di “sacrale” – in senso assolutamente panteista, per quanto mi riguarda. Al pari del suo “sodale” Monte di Brianza, dal quale lo separa a Sud l’ampia sella pianeggiante di Galbiate (ve ne ho già detto qui), il Barro si direbbe un monte poco significativo, così più basso rispetto a tutti gli altri d’intorno (eccetto il citato Monte di Brianza, appunto) e soverchiato sia nell’orografia che nella fama dai vicini Resegone e Grigne, i quali dall’altra parte del bacino dell’Adda sembrano signoreggiarlo con fin troppa severità. Eppure, se osservato dal lungolago di Lecco, dal quale assume quasi le sembianze d’un piccolo Cervino, oppure da Sud, una sua imponenza ce l’avrebbe pure, e se non ci fossero quei monti prominenti così vicino di sicuro acquisirebbe ancor più personalità morfologica.

In ogni caso, orografia a parte, il Barro è un piccolo monte sul quel si possono trovare tante grandi cose: rilevanze naturalistiche, faunistiche e botaniche, luoghi di affascinante cultura, emergenze storiche, artistiche e architettoniche, ambienti suggestivi, palinsesti antropici estremamente interessanti, possibilità escursionistiche invitanti nonché alcuni tra i più spettacolari scorci panoramici delle Prealpi lombarde, inclusi quella che forse è la più scenografica veduta di Lecco ai piedi dei suoi celeberrimi monti, verso Oriente, e tramonti sensazionali a Occidente, verso cui il monte si affaccia senza più altri ostacoli montani sulla pianura lombardo-piemontese.

Trovate tutto quanto il Monte Barro ha da offrire, con ben più dettagli al riguardo di quanto saprei fare io qui, nel sito del Parco Naturale, qui, essendo pure un’area protetta. Io però, con questa mia testimonianza sulla magia, o sulla sacralità, del monte, vi invito a ricercare su di esso ed esplorare gli ambiti meno frequentati e antropizzati, così da godere della dimensione ideale e intessere una relazione attiva con il luogo e il suo Genius Loci. Ad esempio, di recente ho percorso con Loki, il mio segretario a forma di cane, il periplo orario del monte esplorando il suo versante più “selvaggio” e intatto, la Val Faée, che dalle creste sommitali digrada verso Nord-Ovest tra vallecole, pendii a volte ripidi e a volte adagiati, lievi conche e schive radure. Non è affatto un luogo “segreto”, dato che risulta di facile accessibilità e percorrenza grazie ai numerosi sentieri che lo attraversano, ma a passarci nella stagione invernale, quando magari c’è neve al suolo e tra i fitti boschi dormienti vi regna incontrastata l’ombra, la Val Faée riacquista un che di recondito e di misterioso, appunto, assolutamente affascinante. La luminosità quieta e la neve al suolo ovattano lo spazio ma pure – si ha l’impressione – il tempo, di contro gli alberi spogli delle loro chiome fogliate lasciano intravedere il fondovalle, le sue case e le industrie che lo tappezzano fittamente, lasciano salire il brusìo delle umane faccende che tuttavia non riesce a inquinare la pacatezza del versante, come se gli alberi pur addormentati e disadorni facessero comunque da filtro, visivo e sonoro. Ci si sente in un ambito sospeso, protetto e protettivo, lontano da ogni ordinaria cosa umana delle quali si coglie la presenza ma come fosse su un altro piano dimensionale, un regno prealpino naturale “indipendente” e inopinatamente accogliente anche se così ombroso, freddo e appartato, nel quale all’animo sensibile viene più facile intessere un dialogo con il monte, una relazione con la sua essenza, con la sua anima prealpina, una consonanza identitaria che ti fa sentire accolto e parimenti consente al monte di sussurrare al tuo animo la rivelazione del suo fascino ancestrale e arcano.

Quando sono uscito dal versante di Faée, scendendo verso gli spazi aperti del Pian Sciresa (altro luogo molto bello soprattutto se goduto nei momenti di minor frequentazione turistica), mi è sembrato di tornare a una dimensione diversa da quella fin lì vissuta, a uno spazio-tempo più ordinario seppur comunque gradevole e già rivolto al mondo antropizzato, alla città posta poco sotto (anche se non visibile), alle sue attività, al suo traffico, ai suoi rumori – forse anche perché nel nostro vagabondaggio in quel versante del Barro non abbiamo trovato nessuno. Chiudendo poi il periplo e tornando al punto di partenza, ho avuto l’impressione vivida di aver parimenti chiuso anche un cerchio emozionale, di aver abbracciato un piccolo monte che però sa mostrarsi un grande scrigno di cose interessanti e di rivelazioni affascinanti, come se la camminata, in realtà durata un paio d’ore e mezza o poco più, fosse stata ben più lunga, più articolata, più varia.

Non bastasse ciò che il Barro sa offrire in modo palese oppure più riservato, anche molti suoi toponimi accrescono la natura misteriosa, o quanto meno curiosa, del monte: Monte dei Frati, Cà di Sbirr, Valle Forca, Prato degli Avari, Valle del Prato Rotondo, Sasso della Vecchia, Sella dei Trovanti… luoghi “minimi” che sembrano evocare narrazioni antiche e bizzarre, da racconto fantastico, vagamente leggendarie. È un’altra originale dote del “piccolo” Monte Barro, un luogo che, se vorrete visitarlo ed esplorarlo con curiosità e sensibilità intense, sono certo che vi regalerà grandi suggestioni e vi farà stare piacevolmente bene, su di sé.

P.S.: tutte le immagini che vedete sono tratte dalla pagina Facebook Monte Barro.