Di passerelle, selfie e disagi

Nella contemporanea sociologia del turismo c’è un concetto formato da due elementi contrapposti, la customer experience e la place experience, più o meno traducibili con la “soddisfazione del cliente” e l’“esperienza del luogo” – ma devo ammettere che le definizioni anglofone sanno compendiare un significato maggiormente articolato. Siccome tale concetto è forse un po’ ostico da capire per i non addetti ai lavori, ecco qui un esempio pratico che lo spiega piuttosto bene:

[Cliccateci sopra per leggere l’articolo.]
La passerella in questione è l’ennesima costruita negli ultimi tempi sulle montagne italiane – questa è sopra Sondrio, all’imbocco della Valmalenco – pensata a meri fini turistico-ricreativi (quantunque venga anche identificata come collegamento pedonale tra le località poste sui versanti opposti della valle sorvolata dalla passerella). Il progetto, al di là della sua bellezza o bruttezza, è un esempio di opera pensata e realizzata sulla base della customer experience: cioè pensando meramente all’opera in sé e alla sua autoreferenzialità a fini turisticamente attrattivi senza la pianificazione del contesto d’intorno in un’unica progettualità conforme alle caratteristiche del luogo e condivisa con gli abitanti che lì ci vivono. Risultato: i turisti si divertono, i residenti subiscono disagi prima inesistenti che con i provvedimenti messi in atto diminuiranno soltanto (leggo nell’articolo sopra linkato), non verranno eliminati, alterando dunque lo stato di fatto urbano (ancor più che urbanistico) del luogo. «Un grande successo misurato sul numero di fotografie scenografiche e di selfie scattati lungo la passerella, che ha creato qualche problema sul fronte della viabilità» dicono trionfanti gli amministratori pubblici locali: già, peccato che di selfie non vivano i locali e non ne ricavi nulla di concretamente utile la loro quotidianità. Di quale “successo” si può parlare nei riguardi di un’opera che genera disagi ai residenti del luogo in cui è stata piazzata?

La customer experience, per intenderci, è stata ad esempio la base concettuale dello sviluppo del turismo montano dal dopoguerra in poi, quello del boom economico, dei mega-resort, dello “ski-total”, legata a uno sfruttamento industriale intensivo della montagna che già da almeno due decenni a questa parte si è rivelata obsoleta, decontestualizzata sotto ogni punto di vista e sovente fallimentare – basti pensare alle tante stazioni sciistiche sorte in quell’epoca e oggi divenute luoghi abbandonati e fatiscenti.

Al contrario, un’opera del genere, di indubbia attrattività turistica e proprio perché possiede questa dote, deve ineluttabilmente generare vantaggi e nuovi agi ai locali parimenti che ai residenti, ovvero deve migliorare in modo generale il luogo nel quale viene installata. Questa è l’azione basata sulla place experience, che richiede, se non che impone, una progettualità di più vasta scala e ampio respiro, convenientemente estesa nel tempo, attraverso la quale la nuova opera (e nel caso in questione non si parla di una piccola fontana, eh, ma di un manufatto imponente e con molteplici valenze) diventa un valore aggiunto per il luogo, facendo sì che i conseguenti vantaggi a favore dei residenti divengano anche la principale dote attrattiva per i visitatori, il che peraltro farà pure dei locali i primi e più appassionati promotori dell’opera e del luogo.

Certamente il concetto di place experience richiede dunque una più approfondita e articolata riflessione da porre alla base di qualsiasi progettualità, magari più tempo, più competenze, forse più denari (ma in tal senso si tratta di un investimento virtuoso e proteso al futuro), sicuramente (lo dico senza voler accusare nessuno) richiede un poco di cultura e di sensibilità in più riguardo la relazione tra il territorio, il suo paesaggio e gli abitanti che lo vivono quotidianamente, non solo e non unicamente verso i potenziali turisti e la loro mera soddisfazione ludica. Di contro, la place experience risulta di certo antitetica a qualsiasi superficiale autoreferenzialità che invece, pare, piace sempre tanto a certi politici locali – anche qui lo scrivo senza alcun riferimento diretto – dato che la referenza diretta è invece verso il luogo e la relazione diretta con esso da parte di chiunque, abitanti e visitatori sullo stesso equilibrato e armonico piano – proporzionalmente ai rispettivi bisogni e aspettative.

Ci vuole tanto? Virtualmente no; praticamente, a giudicare dalla realtà di molte opere del genere, sì. Per di più – altra cosa che puntualmente avviene – senza che si riesca a imparare granché dagli errori commessi ovvero dai danni cagionati. Fatto sta che poi tale situazione di disagio col tempo diventa cronica, poi ordinaria, quindi si trasforma in “normalità”, causando in tal caso un degrado al luogo forse irrimediabile che tuttavia, avendo ormai perso lo sguardo e la sensibilità al riguardo, non si saprà più comprendere come tale ma che senza dubbio finirà per danneggiare pure la fama turistica dell’opera e il valore paesaggistico del luogo.

Fermo restando che, nel caso in questione, ormai la “Passerella delle Cassandre” a Sondrio c’è e tocca sperare che qualche buon vantaggio alla fine lo possa veramente apportare, al luogo, al solito la questione non è legata al fare o meno le cose ma a come si fanno. Ovvero, pragmaticamente, a una carenza (o alla necessaria presenza) di buon senso e di visione lungimirante. In effetti cose ormai ben più rare di passerelle varie e assortite o di altre amenità del genere sulle nostre montagne, già!

Un altro dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Matti&Keti, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Qualche tempo fa, qui sul blog, vi ho raccontato di quello che per molti aspetti appare come uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo»: l’isola di Jan Mayen, un posto tanto remoto quanto spettacolare e bizzarro, per molti aspetti. Non è ovviamente l’unico a fornire tali sensazioni in unione a una considerevole lontananza da ogni altra terra e relativa presenza umana – ciò fatto salva l’Antartide, regione remota “per eccellenza” ma geograficamente più conosciuta, anche in forza dei tanti articoli o documentari che si possono ritrovare un po’ ovunque, nonché, per così dire, più frequentata.

Barry Lopez, il grande scrittore americano, nel suo libro Sogni Artici scrive ad esempio di una terra certamente assai meno conosciuta dell’Antartide e di tante altre, o forse si potrebbe tranquillamente definire sconosciuta ai più: Axel Heiberg, che a pagina 386 definisce «la cosa più remota che potessi immaginare» e riguardo la quale, raggiungendola, «sentii che stavo varcando il confine dell’estremo Nord» – detto ciò da uno come Lopez che l’Artide l’aveva esplorata pressoché totalmente raccontando di queste sue esplorazioni nell’opera citata, dunque con massima cognizione di causa.

In effetti Axel Heiberg è una terra tra le più remote del pianeta, e non tanto per lontananza da altre terre quanto dal resto della civiltà umana, dunque per posizione geografica, particolarità geologiche, paesaggio, inospitalità, clima estremo. Non a caso fu una delle ultime terre emerse scoperte: venne rilevata solo nel 1900 dall’esploratore norvegese Otto Sverdrup – che la denominò “Axel Heiberg” in onore del console, suo connazionale, che finanziò la spedizione esplorativa – nonostante la sua notevole estensione, maggiore di quella di Lombardia e Veneto messe insieme. Risulta disabitata salvo che per una piccola base scientifica occupata solo periodicamente, ma vi sono state trovate tracce di antichi insediamenti Inuit oltre che gli straordinari resti di una foresta “mummificata” (proprio così, mummificata, non pietrificata come ordinariamente accade: ciò grazie al clima gelido e estremamente secco e ai sedimenti del terreno nel quale i resti legnosi si sono conservati) risalente a circa 40 milioni di anni fa, quando il clima ai poli era caldo e sull’isola cresceva una foresta di alberi ad alto fusto, con altezze fino a 30 metri e dalla vita vegetativa compresa tra i 500 e i 1.000 anni.

D’altro canto Axel Heiberg si dimostra uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo» non solo paesaggisticamente ma pure per alcune sue caratteristiche estremamente particolari: ad esempio le sorgenti perenni di acqua ipersalina, che sgorgano continuamente pur con temperature sotto lo zero emettendo al contempo anche gas, il che indica la presenza nel sottosuolo di fonti termogeniche di metano. Sulla base di queste proprietà, tali sorgenti sono considerate siti di grande interesse per le ricerche di astrobiologia, apparendo simili a certi habitat potenzialmente presenti sul pianeta Marte o sulle lune Europa e Encelado, rispettivamente orbitanti attorno a Giove e a Saturno.

Un luogo parecchio remoto, spettacolare e a suo modo “alieno”, insomma. C’è da sperare che tale resti, ovvero estraneo alla più impattante presenza umana e a qualsiasi mira industriale, commerciale o turistica. Tutto sommato, il fatto che buona parte delle persone nemmeno conosca l’esistenza di questi luoghi così straordinari o sappia dire dove si trovino su un mappamondo (e io certo qui, ora, con questo articoletto, non credo che cambierò questa situazione) è un bene. Di luoghi un tempo apparentemente remoti nei quali alla fine la “civiltà umana” è arrivata e ha combinato notevoli guai ce ne sono già troppi, su questo nostro pianeta.

P.S.: alcune delle notizie qui riportate le ho tratte dalla pagina di Wikipedia in inglese dedicata all’isola; ne trovate altre nella pagina della Canadian Encyclopedia, qui (in inglese e in francese). Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Perdersi è una questione di metodo

[Una strada nel deserto del Kazakistan. Immagine tratta da cyclingelsewhere.com, cliccateci sopra per la fonte originale.]

Perdersi è una questione di metodo, richiede costanza, applicazione e una buona dose di scetticismo: i navigatori satellitari alle volte vanno contro l’evidenza. Per cui se la strada diventa poco più di una traccia nel nulla e lui continua a indicare ostinatamente quella direzione, qualche dubbio te lo devi far venire. Ma forse noi uomini del XXI secolo non siamo più abituati a guardare una mappa e a capire dove è l’Est e dove è l’Ovest, da tempo abbiamo abdicato al nostro senso dell’orientamento per la comodità oggettiva di un navigatore che ci porti da A a B senza badare a quel che sta in mezzo.

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pag.45.)

La Dol dei Tre Signori, anche d’inverno

Una delle tante cose belle della Dol dei Tre Signori, l’itinerario escursionistico che unisce Bergamo a Morbegno e alla Valtellina transitando sulla lunga e regolare dorsale montuosa tra il bacino del Lago di Como e le valli bergamasche occidentali, è che può essere per buona parte percorso anche nei mesi invernali. Infatti tutta la parte che va da Bergamo fino ai Piani di Artavaggio, che rappresenta circa la metà della Dol, è un itinerario che non presenta difficoltà – salvo alcuni brevi tratti che possono essere tranquillamente evitati – e che mantiene quote inizialmente collinari e poi, una volta raggiunta la dorsale dell’Albenza, viaggia intorno ai 1.300/1.400 m con costante esposizione al Sole. Dunque, posto peraltro il clima attuale, in questo tratto la neve al suolo non è mai troppo abbondante da impedire il transito invernale – fermo restando l’avere con sé un equipaggiamento adatto alla stagione – ciaspole, ramponcini e altro di solitamente analogo, per ogni evenienza – senza contare che in questo prima tratto la Dol offre numerose possibilità di costruire itinerari “spin off” di quello principale (un mini-trekking di 2/3 giorni da Bergamo a Lecco, ad esempio, oppure percorsi transvallivi tra Valle Imagna, Val Taleggio, Valsassina e Val San Martino) che sanno comunque offrire ai camminatori mirabili sorprese storiche, artistiche, paesaggistiche, naturalistiche, oltre a panorami che, con la particolare luce invernale, diventano tra i più suggestivi dell’anno, garantendo una gran soddisfazione escursionistica a chiunque vi si incamminerà.

Nel video lì sopra pubblicato, tratto dalla pagina Facebook della rivista “Orobie”, Ruggero Meles, autore con Sara Invernizzi e con lo scrivente della guida “Dol dei Tre Signori”, da un balcone privilegiato dacché tra i più panoramici della dorsale vi racconta qualcosa di quel tant(issim)o che si potrebbe dire sull’itinerario, ma che se leggerete la guida troverete con ben maggior profusione di narrazioni.

Per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate sull’immagine qui a fianco, mentre qui avrete maggiori informazioni su come e dove acquistarla. Sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie” troverete invece frequenti “pillole” sulla Dol e sulla guida, con spettacolari immagini fotografiche della dorsale e dei suoi tanti “tesori”.

 

La geografia dice “bugie”

[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]
La geografia è una materia meravigliosa sotto innumerevoli aspetti, molti dei quali assai sorprendenti. Come ad esempio il fatto che, per mostrarci e insegnarci con ottimale e convenzionale comprensibilità la realtà del mondo sul quale viviamo, la geografia ci racconta una sostanziale “bugia”. Ed è una bugia fondamentale, nel senso che sta alle fondamenta della rappresentazione geografica del mondo e che un tempo veniva insegnata a scuola – ovvero nell’epoca felice in cui la geografia era materia scolastica, già, dacché come è noto ora è stata sostanzialmente dimenticata: e mai improperi a sufficienza si potranno rivolgere a chi prese tale dissennata decisione!

Infatti, a partire dai libri scolastici e didattici fino alla stragrande maggioranza delle rappresentazioni del nostro pianeta (tutti i mappamondi piani, ad esempio, spesso esposti ai muri di spazi pubblici, ma pure i siti web di mappe), l’immagine cartografica che abbiamo di esso è quella della Proiezione di Mercatore – o, per la precisione, della Proiezione cilindrica centrografica modificata di Mercatore, che tuttavia rappresenta il mondo in un modo falsato e distorto in quanto nata per esigenze nautiche, cioè per mantenere costante la scala delle distanze in ogni direzione attorno ad ogni punto così da poter calcolare le rotte di navigazione con buona precisione (distorsione in parte compensate dai planisferi o dalla Proiezione Sinusoidale che lo stesso Mercatore – il quale era fiammingo e in realtà di cognome faceva Kremer – aveva inteso come necessaria).

Fateci caso come, nella Proiezione di Mercatore, per presentarvi un esempio significativo, la Groenlandia appare grande più o meno come l’Africa:

Bene. Questa è invece la raffigurazione cartografica del nostro pianeta in base alla più recente (è degli anni ’70 del Novecento) Proiezione di Gall-Peters. Osservate come cambiano le forme dei continenti… e guardate che gran differenza c’è, ora, tra la superficie della Groenlandia e quella dell’Africa:

In soldoni: la Proiezione di Gall-Peters rappresenta le reali forme e proporzioni delle superfici terrestri, quella di Mercatore le distorce per i suddetti fini pratici. Dunque anche la stessa rappresentazione “classica” dell’Italia, pur con la sua superficie molto piccola rispetto a quelle continentali, raffigura una forma e una proporzione non esattamente reale, probabilmente distorta di un tot di metri. Tutto ciò per un’evidenza semplice e ineluttabile: è impossibile rappresentare una superficie sferica su un foglio piano senza distorcerla. Per questo, nella Proiezione di Mercatore, più le superfici risultano distanti dall’Equatore e più le loro dimensioni vengono esagerate e distorte. D’altro canto la Proiezione di Gall-Peters, per offrire una raffigurazione più obiettiva delle superfici terrestri, inevitabilmente perde le prerogative di facilità del tracciamento delle rotte ma, senza dubbio, fornisce un’immagine cartografica più realistica e meno confondente della Terra.

[La sovrapposizione delle due proiezioni – in verde quella di Gall-Peters – rende evidentissima la differenza di forme e dimensioni dei continenti.]
Sono argomenti che forse a qualcuno sembreranno banali, eppure trovo che dalla loro considerazione scaturisca un fascino notevole: ci rivelano che abbiamo ordinariamente in mente un’immagine geografica e cartografica del mondo che è “attendibile” ma non è quella reale, la quale tuttavia per convenienza abbiamo formalmente sancito come “vera” anche se tale non lo è. Un principio questo, che in fondo possiamo ritrovare e declinare in molte altre cose umane, di interesse globale o locale. In forza di questa “funzionale bugia” – per fare un altro esempio significativo – se qualcuno volesse recarsi in Alaska per esplorarla ma ne fosse intimorito nel momento in cui qualcuno gli facesse notare quanto sia vasta, almeno come il Brasile visto che sul mappamondo piano “alla Mercatore” così appare, se avesse sotto mano una mappa di Gall-Peters constaterebbe che in realtà è più piccola di cinque volte: il suo viaggio dunque potrebbe essere ben più agevole di quanto temuto!

In ogni caso rappresentare il mondo in un modo o nell’altro non genera soltanto implicazioni geografiche, dimensionali e cartografiche, certamente affascinanti, come ribadisco. Ne genera anche di valore sociale, culturale e politico, il che per certi versi rende più inquietante che intrigante la storia e la scienza della raffigurazione del nostro pianeta sviluppatasi nel tempo e il suo uso geopolitico. Ma è un tema un po’ più articolato e complesso, che rimando a un futuro articolo specificatamente dedicato.