Una nuova meravigliosa avventura culturale: apre a Roma la “Libreria Cultora”!

LIbreria_Cultora-logoCose apparentemente insensate ovvero pazze o temerarie (o qualcosa di simile) da fare: attraversare il Pacifico su un materassino da spiaggia, salire sull’Everest con le infradito ai piedi, cucinare una bistecca al sangue in una zona infestata da coccodrilli… oh, beh, certamente: se si è in Italia, aprire di questi tempi una libreria!
Ma se la temerarietà non è frutto di mera dissennatezza o dabbenaggine, ed è invece il frutto finale di una studiata, meditata e strutturata strategia culturale, ancor prima che commerciale, ecco che l’apertura di un nuovo luogo in cui si vendono libri e si parla in mille diversi modi di letteratura e cultura diventa un qualcosa comunque di “eroico”, forse, ma ancor più e senza dubbio indispensabile, fondamentale, preziosissimo. Un’avventura della quale far parte, in qualsiasi modo possibile – in primis come fruitori di essa – diventa a sua volta un atto di profonda e possente cultura, di cui vantarsi a più non posso con chiunque: d’altro canto, in un paese nei cui ordinari conformismi non pare esserci posto per le cose culturali, praticare la cultura è qualcosa di esclusivo, a dir poco. A meno che non si voglia far parte della massa di pecoroni imbarbariti che non leggono e non praticano la cultura – questo, sì, qualcosa di totalmente insensato e idiota.

LIbreria_Cultora0Una tale “avventura” libraria avrà inizio il 12 dicembre, a Roma: la Libreria Cultora, primo bookshop in Italia diretta espressione dell’omonimo (e sempre più seguito, ergo influente) sito letterario, che nasce dall’idea di voler rappresentare un modello in un paese dove chiude una libreria al mese. Concepire un locale fisico come il mero strumento per la vendita di libri è, infatti, non solo qualcosa di superato, ma anche di estremamente riduttivo. Il senso più profondo di questa esperienza è invece quello di riscoprire il ruolo e la professione del libraio, in un mercato editoriale sempre più congestionato dove i lettori si trovano spesso spaesati. Non solo ascoltare le esigenze dei lettori, non solo consigliargli l’acquisto, ma selezionarne anche l’offerta, in base a criteri che privilegiano la piccola e media editoria di qualità. La libreria nasce sperimentando un nuovo modello distributivo: rapporto diretto con gli editori e attenta selezione dei libri da proporre ai lettori lavorando esclusivamente con gli editori indipendenti.
Sabato 12 dicembre alle 18, dunque, in via Ferdinando Ughelli 39 a Roma (quartiere Appio Latino), l’editore Francesco Giubilei e il direttore editoriale di Cultora, Daniele Dell’Orco, in occasione dell’inaugurazione della libreria proveranno proprio a spiegare quali sono queste linee guida in un breve e programmatico dibattito sul tema: “Perché aprire una libreria in Italia nel 2016?”
Sia lode e gloria imperitura, dunque, a Libreria Cultora, all’omonimo sito e a tutte le persone che hanno deciso di mettere in atto questa meravigliosa follia – ma assolutamente meditata e strategicamente realizzata, appunto!
Cliccate sulle immagini per saperne di più, e… siate temerari anche voi: acquistate e leggete libri a più non posso!

Nord profondo (un articolo di “Studio”, e un resoconto di viaggio)

AapoHuhta_4Leggo su Studio di un intrigante progetto di quattro fotografi finlandesi, Juuso Westerlund, Aapo Huhta, Helen Korpak e Maria Gallen-Kallela i quali, ispirati dal poema epico nazionale Kalevala, hanno attraversato la remota regione del Kainuu indagandone contemporaneità e tradizione, fissando poi tutto quanto nelle immagini fotografiche – quella lì sopra, di Aapo Huhta, fa parte della serie che potete vedere cliccando qui, ove potrete leggere anche l’articolo relativo di Valentina De Zanche.

Ho avuto la fortuna di “viverlo”, il Kainuu – la regione protagonista del progetto – come ho potuto vivere, esplorare, conoscere e, almeno un poco, comprendere un po’ tutto il territorio finlandese – paese che mi è rimasto particolarmente nel cuore e ancor più nell’animo: dal Baltico fino a oltre il Circolo Polare Artico, dalle animate città alla misteriosa tundra, da Alvar Aaalto a Santa Claus.
E’ uno luogo di ancestrale potenza naturale, selvaggio senza essere inospitale, super-geografico, emozionale ed elementale, nel quale ancora l’uomo pur dominante su tutto e la Natura devono dialogare e trovare continui accordi di reciproco interesse. Anzi, nel quale l’uomo deve “diventare” un po’ Natura e la Natura diventa parte della genetica umana. Un luogo spirituale, quasi, nel senso più cop_Finlandia“religiosamente pagano” possibile, ove chiunque credesse di ritrovarvi il “nulla”, nelle sue vastità naturali apparentemente infinite e pressoché totalmente non antropizzate, in verità non avrebbe capito niente.
Quell’articolo di Studio mi ha fatto tornare in mente la mia appassionata esplorazione finnica, e il resoconto che ne trassi. Se lo volete leggere (in formato pdf) cliccate sulla “copertina” qui accanto. Di sicuro, leggendo quanto vi troverete raccontato, comprenderete meglio ciò che lì sopra ho scritto.

Oi maamme, Suomi, synnyinmaa, soi, sana kultainen!

Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela”

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente…

foto-bartezzaghiLeggete la recensione completa di M – Una metronovela cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Vendere Klimt o Chagall a Venezia e farsene un vanto (dato che i neuroni sono già stati venduti tutti!)

Copia di combo-kSD-U106016602540463LH-700x394@LaStampa.itLa vicenda del “siòr sindaco” di Venezia che vorrebbe vendere alcune opere di proprietà comunale di Gustav Klimt e Marc Chagall per ripianare i debiti del comune e del “critico d’arte” Vittorio Sgarbi che gli tiene bordone è l’ennesima e assolutamente emblematica riguardo la considerazione e la cura del patrimonio artistico pubblico in Italia.
Innanzi tutto che gli abitanti di Venezia abbiano purtroppo commesso un madornale errore con l’eleggere l’attuale sindaco è ormai palese (sia chiarissimo: la mia non è affatto una riflessione di matrice politica ma del tutto pragmatica), e il “signore” in questione non perde occasione per mostrare al mondo la propria inettitudine politica e culturale. Ora, come detto, vorrebbe vendere alcune tele di Klimt e Chagall per ripianare il debito del comune, trovando una sponda in Vittorio Sgarbi – persona in verità preparatissima e colta ma ormai svenduta per mero denaro al più rozzo blaterare mediatico, che se può spararla grossa per finire sui giornali o in TV lo fa e se ne vanta pure. I due sostengono che Klimt e Chagall non c’entrino nulla con Venezia: certo, perché Venezia non è mai stata una città di cultura mitteleuropea, vero? E invece – per fare un esempio attuale – per il “siòr sindaco” le gigantesche navi d’acciaio da migliaia di tonnellate che invadono le acque urbane veneziane c’azzeccano in pieno con le chiese, le fondamenta secolari, i canali, i ponti ad arco, le gondole… vero?
Sgarbi peggiora poi la situazione (della vicenda in questione e della considerazione sul suo stato mentale) affermando che “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt”. E ancora: “Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York.”. E perché non a Venezia, appunto? Per caso la sede veneziana della Collezione Guggenheim se lo vende, il suo Chagall, oppure i Duchamp, i Pollock, i Kandinsky e tutti gli altri che con Venezia hanno poco o nulla a che fare? Se si provasse invece a pensare che una tela di Klimt è un tesoro da valorizzare e, se veramente nessuno la va a vedere, sarebbe il caso di promozionarla meglio così che possa diventare un’ennesima attrazione per i visitatori della città e dunque un investimento duraturo per il futuro?
No, troppo difficile, probabilmente. O troppo intelligente.
Sulla vicenda si è espresso con la consueta e illuminante lucidità Michele Dantini, che di arte e gestione del patrimonio culturale se ne intende sul serio: Venezia (e non solo lei) è “una nave che va a picco”, e il suo capitano (in perfetto stile Schettino, mi viene da dire!) “ne vende gli arredi”, piuttosto che salvarla con la dignità che meriterebbe e risollevarla ad adeguato splendore. “Intanto il nord Europa se ne va verso un futuro migliore, non noi che oltraggiamo Klimt” chiosa Dantini.
Analizzando in senso lato la cosa, invece, constato come l’atteggiamento del “siòr sindaco” di Venezia e di Vittorio Sgarbi rappresentino perfettamente i due fronti sui quali si muove la strategia di de-culturamento (se così posso dire, o forse potrei dire imbarbarimento) ovvero a danno della cultura e della sua valenza sociale in corso ormai da tempo in Italia. Il primo il danno lo fa con la propria mera inettitudine, politica e culturale, ripeto, pensando di vendere dei capolavori artistici che qualsiasi persona con la testa sulle spalle penserebbe invece di valorizzare in modo da renderli una fonte di guadagno – economico, certo, ma pure culturale – da qui al futuro. Il secondo invece il danno lo compie (pure contro sé stesso e l’ormai perduto prestigio intellettuale) dimenticando totalmente il senso stesso dell’arte, della storia, della cultura transnazionale specifica della città, nonché tutte quelle innumerevoli connessioni che sempre l’arte genera con l’ambiente che la ospita (andate a chiedere ai francesi di togliere la Gioconda dal Louvre e poi fatemi sapere che vi diranno!) e dimenticando pure – proprio lui, poi! – che la grande arte se non è conosciuta va meglio valorizzata, non venduta (a qualcuno che poi magari saprà valorizzarla e ricavarci un sacco di soldi, alla faccia dei veneziani!) – con quale coraggio, poi? Trasformando capolavori artistici in meri beni di consumo messi sul mercato per fare cassa?
Ribadisco, ha ragione Michele Dantini: noi stiamo qui – in Italia, paese che si poggia su uno dei più straordinari patrimoni artistici mondiali – costretti ad ascoltare le scempiaggini di una classe dirigente immonda e indegna pure di dirigere un carretto dei gelati (con tutto il rispetto dei gelatai che lo fanno e benissimo, ovvio!) e dei loro biechi scagnozzi, mentre buona parte del mondo se ne va avanti, verso il futuro, verso pratiche di godimento culturale fruttuose e lungimiranti a favore di una società più evoluta ed emancipata.
Magari a breve arriveranno dietrofront, cambi d’idea, smentite e precisazioni solite (“Sono stato frainteso!” è sempre una delle frasi più in voga, in tali situazioni); d’altro canto, quando si è venduto tutto – dignità, orgoglio, senso civico, sé stessi e pure i neuroni del proprio cervello – anche la cosa più insensata e dannosa può sembrare avvincente.

P.S.: immagine in testa al post tratta dal sito www.lastampa.it (cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è stata presa).

La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…

Locandina-ERVE-17lugLo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!

cop-mappa-erve1Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)