Vendere Klimt o Chagall a Venezia e farsene un vanto (dato che i neuroni sono già stati venduti tutti!)

Copia di combo-kSD-U106016602540463LH-700x394@LaStampa.itLa vicenda del “siòr sindaco” di Venezia che vorrebbe vendere alcune opere di proprietà comunale di Gustav Klimt e Marc Chagall per ripianare i debiti del comune e del “critico d’arte” Vittorio Sgarbi che gli tiene bordone è l’ennesima e assolutamente emblematica riguardo la considerazione e la cura del patrimonio artistico pubblico in Italia.
Innanzi tutto che gli abitanti di Venezia abbiano purtroppo commesso un madornale errore con l’eleggere l’attuale sindaco è ormai palese (sia chiarissimo: la mia non è affatto una riflessione di matrice politica ma del tutto pragmatica), e il “signore” in questione non perde occasione per mostrare al mondo la propria inettitudine politica e culturale. Ora, come detto, vorrebbe vendere alcune tele di Klimt e Chagall per ripianare il debito del comune, trovando una sponda in Vittorio Sgarbi – persona in verità preparatissima e colta ma ormai svenduta per mero denaro al più rozzo blaterare mediatico, che se può spararla grossa per finire sui giornali o in TV lo fa e se ne vanta pure. I due sostengono che Klimt e Chagall non c’entrino nulla con Venezia: certo, perché Venezia non è mai stata una città di cultura mitteleuropea, vero? E invece – per fare un esempio attuale – per il “siòr sindaco” le gigantesche navi d’acciaio da migliaia di tonnellate che invadono le acque urbane veneziane c’azzeccano in pieno con le chiese, le fondamenta secolari, i canali, i ponti ad arco, le gondole… vero?
Sgarbi peggiora poi la situazione (della vicenda in questione e della considerazione sul suo stato mentale) affermando che “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt”. E ancora: “Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York.”. E perché non a Venezia, appunto? Per caso la sede veneziana della Collezione Guggenheim se lo vende, il suo Chagall, oppure i Duchamp, i Pollock, i Kandinsky e tutti gli altri che con Venezia hanno poco o nulla a che fare? Se si provasse invece a pensare che una tela di Klimt è un tesoro da valorizzare e, se veramente nessuno la va a vedere, sarebbe il caso di promozionarla meglio così che possa diventare un’ennesima attrazione per i visitatori della città e dunque un investimento duraturo per il futuro?
No, troppo difficile, probabilmente. O troppo intelligente.
Sulla vicenda si è espresso con la consueta e illuminante lucidità Michele Dantini, che di arte e gestione del patrimonio culturale se ne intende sul serio: Venezia (e non solo lei) è “una nave che va a picco”, e il suo capitano (in perfetto stile Schettino, mi viene da dire!) “ne vende gli arredi”, piuttosto che salvarla con la dignità che meriterebbe e risollevarla ad adeguato splendore. “Intanto il nord Europa se ne va verso un futuro migliore, non noi che oltraggiamo Klimt” chiosa Dantini.
Analizzando in senso lato la cosa, invece, constato come l’atteggiamento del “siòr sindaco” di Venezia e di Vittorio Sgarbi rappresentino perfettamente i due fronti sui quali si muove la strategia di de-culturamento (se così posso dire, o forse potrei dire imbarbarimento) ovvero a danno della cultura e della sua valenza sociale in corso ormai da tempo in Italia. Il primo il danno lo fa con la propria mera inettitudine, politica e culturale, ripeto, pensando di vendere dei capolavori artistici che qualsiasi persona con la testa sulle spalle penserebbe invece di valorizzare in modo da renderli una fonte di guadagno – economico, certo, ma pure culturale – da qui al futuro. Il secondo invece il danno lo compie (pure contro sé stesso e l’ormai perduto prestigio intellettuale) dimenticando totalmente il senso stesso dell’arte, della storia, della cultura transnazionale specifica della città, nonché tutte quelle innumerevoli connessioni che sempre l’arte genera con l’ambiente che la ospita (andate a chiedere ai francesi di togliere la Gioconda dal Louvre e poi fatemi sapere che vi diranno!) e dimenticando pure – proprio lui, poi! – che la grande arte se non è conosciuta va meglio valorizzata, non venduta (a qualcuno che poi magari saprà valorizzarla e ricavarci un sacco di soldi, alla faccia dei veneziani!) – con quale coraggio, poi? Trasformando capolavori artistici in meri beni di consumo messi sul mercato per fare cassa?
Ribadisco, ha ragione Michele Dantini: noi stiamo qui – in Italia, paese che si poggia su uno dei più straordinari patrimoni artistici mondiali – costretti ad ascoltare le scempiaggini di una classe dirigente immonda e indegna pure di dirigere un carretto dei gelati (con tutto il rispetto dei gelatai che lo fanno e benissimo, ovvio!) e dei loro biechi scagnozzi, mentre buona parte del mondo se ne va avanti, verso il futuro, verso pratiche di godimento culturale fruttuose e lungimiranti a favore di una società più evoluta ed emancipata.
Magari a breve arriveranno dietrofront, cambi d’idea, smentite e precisazioni solite (“Sono stato frainteso!” è sempre una delle frasi più in voga, in tali situazioni); d’altro canto, quando si è venduto tutto – dignità, orgoglio, senso civico, sé stessi e pure i neuroni del proprio cervello – anche la cosa più insensata e dannosa può sembrare avvincente.

P.S.: immagine in testa al post tratta dal sito www.lastampa.it (cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è stata presa).

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4 pensieri riguardo “Vendere Klimt o Chagall a Venezia e farsene un vanto (dato che i neuroni sono già stati venduti tutti!)”

  1. Forse vendita no.
    Ma affittare in comodato d’uso facendosi pagare un affito (salato) tutti quei tesori nascosti che stanno negli scantinati negli archivi invisibili a molti.
    Pensa a quanti quadri statue oggetti sono depositati ed in alcuni casi marciscono per l’incuria di chi non riesce curarli per vari motivi dal taglio delle risorse .
    Penso a tutte le anfore romane che vidi una volta a Pompei.
    Cosa c’e ne facciamo di 200 anfore romane tutte uguali e che spesso nessuno apprezza.
    Non sarebbe meglio venderne magari 150 per salvarne 50 .
    O un quadro di un pittore minore che magare non verrà mai esposto ma non per questo meno bello .
    Sei un privato lo vuoi ? 1000 euro di affitto annuo con obbligo di stipulare un assicurazione e di tenerlo come un buon padre di famiglia.

    Sai quante persone nel mondo sarebbero disposte a mettere mano al portafoglio .

    1. Ciao Davide!
      Dal punto di vista che tu esprimi, certamente non ti posso dare torto. A me della vicenda veneziana soprattutto infastidisce – e di brutto – l’ignoranza di fondo che palesa, il fatto di considerare delle opere d’arte solo come merce da (s)vendere per fare cassa. Ciò lo ritengo inammissibile, soprattutto per una città come Venezia che sull’arte ci vive e dovrebbe prosperare, forse più che ora.
      Posto ciò, ribadisco, è vero: molte opere d’arte, spesso semisconosciute anche perché non adeguatamente valorizzate e lasciate impolverare nei magazzini dei musei eppure spesso di valore artistico elevatissimo, sarebbe meglio venderle. Per non estremizzare ancora di più il tuo concetto e arrivare a quelli che sostengono, ad esempio, che certi reperti archeologici sarebbe meglio se restassero sotto terra piuttosto che essere “scoperti” e poi dimenticati da qualche parte, se non lasciati deperire per mancanza di fondi o di consapevolezza culturale…
      Certo tutto può essere fatto e deve essere fatto con intelligenza e massima cura. Ecco, come dimostra il caso di Venezia, forse è questo il problema principale (come sempre, d’altronde!)
      Grazie delle tue interessanti osservazioni! 🙂

      1. Ma tu lo sai che un terzo di POMPEI è ancora sottoterra ?
        Per fortuna direbbe qualcuno.
        Quanti oggetti si possono ancora scovare ?
        Anni fa (circa 20) visitai il museo di Reggio Calabria dove erano custoditi i bronzi di Riace, ero li per lavoro e ne approfittai.
        Erano passati alcuni anni dal boom della scoperta.
        Pochissimi visitatori nel museo , sale sporche vetrine impolverate , in compenso in ogni sala c’era una persona seduta con una sedia che non faceva niente.
        Chi leggeva chi la maglia , guardavano i visitatori che non c’erano.
        Ma prendere lo straccetto e spolverare ?
        A Innsbruck sotto la porta d’oro , c’è un museo fantastico fatto con pochissimi pezzi che noi probabilmente non esporremmo nemmeno.
        Lo scorso anno ho visto il museo antropologico di città del Messico.
        Al piano basso tutte le civiltà precolombiane, al piano alto il Messico moderno.
        Bello moderno , pulito.
        Non abbiamo un museo simile in Italia , dove si parli dell’Italia e degli Italiani.
        http://www.mna.inah.gob.mx/index.html
        Inaugurato 51 anni fa !!!!!!!!!
        Vendiamo , tutto quello non serve ,facciamo cassa ed investiamo seriamente sul ns. sistema museale.

  2. Caspita, mi sa che abbiamo visitato il Museo di Reggio coi Bronzi di Riace nello stesso periodo… magari eri tu l’altro visitatore nel museo, a parte me! 😀
    Beh, l’Italia ovviamente ha una grande fortuna che, se non sfruttata, diventa sfortuna, ovvero il fatto di avere uno dei patrimoni artistici e culturali più grandi al mondo. Tuttavia, resto dell’idea che prima di svendere i nostri tesori dovremmo provare a sfruttarli, e sono convinto che un altro paese meglio governato – e ancor più con una consapevolezza culturale adeguata -, in presenza di un cumulo di tesori come il nostro, non ci penserebbe due volte a farlo fruttare. Poi magari certamente venderebbe ciò che ritiene non tanto inutile quanto non gestibile, ma solo dopo una accurata analisi della gestibilità. appunto.
    Posto ciò, ribadisco, posso di contro dare ragione a chi dice che, piuttosto di lasciare in mano dei capolavori storici, artistici, archeologici a un manipolo di emeriti idioti, è meglio venderli a chi li può meglio gestire. Ma sai, ad avere in garage una Ferrari e venderla per comprarsi una 500 solo perché non la si sa pilotare… beh, preferirei fare pure infiniti corsi di guida e provare a pilotarla in modo adeguato, prima di venderla!
    Ecco, forse a noi (paradossalmente) manca consapevolezza culturale. Manca la capacità di capire che stiamo seduti su un forziere d’oro i cui lingotti possiamo pure vendere per fare cassa ma poi, quando i soldi ricavati saranno finiti, non avremo più un’altra opzione. Col che si può tornare a quanto sopra, che tuttavia per me resta qualcosa di sostanzialmente inaccettabile, seppur con tutta probabilità conveniente.
    Grazie ancora, Davide! Conversazione estremamente interessante e necessaria! 🙂

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