Anno 1903, con la giacca e l’abito lungo in vetta all’Eiger

[Fonte: Daniel Anker: “Jungfrau”, in Dizionario storico della Svizzera (DSS), versione del 06.01.2025 (traduzione dal tedesco). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008786/2025-01-06/, consultato il 26.03.2025.
Il manifesto turistico che vedete qui sopra fu realizzato nel 1898 dal pittore austriaco Anton Reckziegel e pubblicato dall’atelier di arti grafiche Hubacher & Biedermann di Berna in occasione dell’inaugurazione del tratto della celebre Ferrovia della Jungfrau / Jungfrau Bahn che porta dalla Kleine Scheidegg alla stazione di Eigergletscher, ai bordi del ghiacciaio dell’Eiger.

Il manifesto mostra (cliccateci sopra per ingrandirlo) quello che sarebbe dovuto essere il percorso completo progettato per la ferrovia, che dallo Jungfraujoch, dove giunse nel 1912, doveva giungere fino in vetta alla Jungfrau. Non solo: la mappa sottostante, del 1903, mostra che il progetto prevedeva anche una funivia che dalla stazione Eismeer giungeva in vetta all’Eiger nonché un’altra fermata prima del Jungfraujoch, quella di Mönch. Negli anni successivi a queste ipotesi progettuali varie difficoltà tecniche e finanziare, oltre ad alcuni gravi incidenti nei cantieri e alla morte dell’industriale zurighese Adolf Guyer-Zeller, committente e finanziatore principale dell’opera, indussero a rinunciare agli sviluppi citati e diedero alla Ferrovia della Jungfrau la forma attuale.

[Fonte: Schweizerisches Bundesarchiv – Scan aus Daniel Anker: Eiger – Die vertikale Arena, 2008 (S.39), pubblico dominio su https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5714664.]
Considerando che, grazie alla Ferrovia, nel 2024 sono arrivati ai quasi 3500 metri di quota del Jungfraujoch più di un milione di visitatori, tanto da fare del luogo il più elevato caso di overtourism d’Europa, vi immaginate cosa sarebbe potuto accadere alla zona se effettivamente si fossero raggiunte pure le vette dell’Eiger e della Jungfrau? Gente in bermuda e infradito che oggi si scatterebbe selfies in cima all’Orco – l’Eiger, appunto – una delle montagne più iconiche e temibili delle Alpi!

D’altronde erano tempi, quelli, nei quali il progresso tecnologico galoppante, in un mondo che nemmeno lontanamente poteva immaginare crisi climatiche di sorta o altre criticità, faceva pensare che tutto fosse possibile, anche giungere in cima a montagne di oltre 4000 metri comodamente seduti nei vagoni di un treno – pure il Cervino fu sottoposto a un progetto del genere, ne scrissi al riguardo qui. Nei decenni successivi e fino a oggi il progresso, in senso generale, ha preso altre strade (a volte migliori, altre volte no) e consentito l’elaborazione di sensibilità diverse rispetto al mondo che viviamo e alle montagne nello specifico, per fortuna.

Eppure c’è ancora qualcuno che piazzerebbe (e piazza) funivie ovunque pur di lucrare sui paesaggi montani e senza curarsi della realtà in divenire. Si tratta di iniziative obsolete già bocciate dalla storia: ma, evidentemente, quelli che le pensano hanno un’idea di montagna e di paesaggio rimasta ferma a un secolo e mezzo fa, già.

Se il turista è la prima vittima (inconsapevole) dell’iperturismo

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]

Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.22.]

Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.

Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.

Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.

P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.

L’iperturismo che genera bipolarismo (a Livigno, ad esempio)

[Foto di Stevan Aksentijevic da Pixabay.]
Vi sono molte località turistiche alpine interessanti da analizzare in tema di turismo contemporaneo, ma devo nuovamente ribadire che tra le più emblematiche c’è Livigno, una delle mete montane italiane  che mette in evidenza, suo malgrado, alcune delle devianze più inquietanti caratterizzanti modelli turistici massificati odierni (delle quali ho già scritto altre volte qui sul blog, sovente suscitando ampi e articolati dibattiti).

Un bell’esempio al riguardo lo vedete qui: potremmo definirlo di disturbo bipolare iperturistico, e mi spiego.

Di recente hanno fatto piuttosto scalpore le immagini (vedi sopra) del gran traffico nella conca livignasca durante le passate festività, con auto bloccate per ore, parcheggi stracolmi, inevitabile caos, rumore, inquinamento…. Insomma, un pezzo di tangenziale di Milano all’ora di punta a 1800 metri di quota tra le Alpi: un’immagine pessima, sia per la località che per l’idea stessa di montagna che certo turismo vorrebbe vendere. Ecco dunque che l’amministrazione locale tramite la stampa cerca di “correre ai ripari”, dando l’impressione di aver capito e sapere che, se ci vuole una “soluzione” è perché evidentemente un problema a monte c’è (anche se, a leggere l’articolo citato, mi pare che più di soluzioni si propongano aggravanti… ma tant’è, si vedrà).

Ma… c’è un ma.

Già, perché cosa sosteneva e di cosa si autoincensava la stessa amministrazione livignasca solo qualche mese prima? La risposta di seguito.

Del record di transiti automobilistici, proprio così.

Da Wikipedia: «I disturbi dello spettro bipolare, ovvero i quadri clinici un tempo indicati col termine generico di “psicosi maniaco-depressiva”, consistono in sindromi di interesse psichiatrico sostanzialmente caratterizzate da un’alternanza fra le due condizioni contro-polari dell’attività psichica, il suo eccitamento (la cosiddetta mania) e al rovescio la sua inibizione, ovvero la “depressione”, unita a nevrosi o a disturbi del pensiero.»

Che Livigno prima di manager, esperti di marketing o di economia turistica abbia bisogno di un bravo psichiatra per poter gestire al meglio il proprio turismo?

P.S.: ribadisco di nuovo, cito al riguardo Livigno perché particolarmente emblematica, a mio parere, e anche perché è un luogo al quale sono comunque legato (ci misi gli sci per la prima volta che ancora nemmeno sapevo camminare, per dire), ma il problema è comune a molte altre località di montagna italiane e ugualmente mal gestito, a mio modo di vedere. Anche psichiatricamente, già.

P.S.2: cliccate sulle due immagini per leggere i rispettivi articoli.

Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.