[Foto di Henryk Niestrój da Pixabay.]Nonostante oggi, a quanto leggo, sia la “Giornata Mondiale dell’Acqua” – “nonostante”, sì, perché a me tali giornate-mondiali-di-qualcosa non piacciono affatto: le loro buone intenzioni originarie s’annacquano (è proprio il caso di dirlo, oggi) in troppa retorica e in altrettanta ipocrisia – voglio segnalarvi una bella iniziativa che con l’uso non retorico ma virtuoso dell’acqua c’entra appieno: d’altro canto, da autore di un libro come Il miracolo delle dighe che, come il titolo palesa da subito, racconta di acque, montane in primis, è questo un tema al quale non posso che rimanere sensibile.
Infatti la Comunità di lavoro Regioni alpine (Arge Alp, i cui membri sono lo Stato Libero di Baviera per la Germania, i Länder Vorarlberg, Tirolo e Salisburgo per l’Austria, le Province autonome di Bolzano-Alto Adige e di Trento nonché la Regione Lombardia per l’Italia e i Cantoni Grigioni, San Gallo e Ticino per la Svizzera) è alla ricerca di progetti che promuovano lo sfruttamento sostenibile delle risorse idriche, le quali sono presenti in abbondanza nelle regioni Arge Alp (come in tutte le Alpi) eppure, nonostante questa dovizia, in periodi di grande siccità come quelli che abbiamo vissuto di recente e che in forza del cambiamento climatico con tutta probabilità diverranno più frequenti in futuro, il tema della disponibilità di acqua resta sempre di grande attualità fondamentale e importanza.
Posto ciò, e visto che la crisi climatica presenta conseguenze importanti sull’intero arco alpino anche più che altrove, quest’anno il Premio Arge Alp è all’insegna del consumo parsimonioso dell’acqua: in che modo è possibile aumentare la consapevolezza nei confronti di una gestione sostenibile e responsabile dell’acqua?
[Foto di Dennis Gries da Pixabay.]L’obiettivo consiste nel premiare progetti particolarmente promettenti ed esemplari che promuovano la consapevolezza nei confronti di un impiego parsimonioso dell’acqua. Fino al 1° giugno 2024 è possibile presentare iniziative di formazione provenienti dalla società civile (di scuole, associazioni o privati) nonché misure concrete provenienti dal mondo economico (di imprese o start-up) oppure dal settore pubblico (di istituzioni, comuni o città). Saranno premiate le tre iniziative migliori. Sono previsti premi per un importo complessivo di 12 000 Euro.
Il regolamento, il modulo di partecipazione, il consenso al trattamento dei dati nonché ulteriori informazioni sono disponibili su www.argealp.org. Non posso che aggiungere di sperare che il concorso raccolga molte adesioni e tra di esse numerose proposte progettuali realmente importanti e di grande concretezza. Le Alpi ne hanno parecchio bisogno.
N.B.: ringrazio di cuore Giada Bianchi per avermi segnalato il concorso.
A volte basta veramente poco per capire “molto”. Bastano poche parole, ad esempio, per comprendere tutto un atteggiamento, un modo di pensiero, un contegno, un comportamento del tutto significativi e emblematici.
Bastano ad esempio poche parole – proferite ad un giornale locale qualche giorno fa (“Giornale di Erba”, edizione del 9 marzo 2024, pagina 26) – del sindaco di Bellagio, il cui comune è capofila dello scriteriato progetto di sviluppo sciistico-turistico sul Monte San Primo messo ormai alla berlina dalla stampa di mezzo mondo, per capire il pensiero che vi sta alla base nei riguardi della montagna, la sensibilità verso la sua realtà, la “cultura” (virgolette inevitabili) che guida le proposte del progetto paventato, al quale chiunque si è ormai detto contrario con la sola eccezione dei pochi amministratori locali che lo sostengono.
Dunque, il sindaco di Bellagio sostiene che le iniziative a difesa del San Primo sarebbero «l’ennesima riedizione del solito mito, che non propone nulla di costruttivo. È un’opposizione ideologica, abbiamo sempre mantenuto la più ampia disponibilità al dialogo con tutti, però per dialogare bisogna essere in due.» Una sfilza di falsità: a parte che non si capisce di quale “mito” si stia parlando (forse intende che lo sia il cambiamento climatico?), è falso che non si proponga nulla di costruttivo, visto che solo pochi giorni fa il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha presentato pubblicamente un lungo elenco di proposte assolutamente costruttive per lo sviluppo sostenibile della zona, che peraltro ne compendia molte altre più volte suggerite nei mesi scorsi. È falso che sia un’opposizione ideologica, visto che il Coordinamento riunisce decine di associazioni della più varia natura senza avere alcuna connotazione ideologico-politica, e poi il sindaco dovrebbe spiegare come possa essere “ideologico” opporsi a delle infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota: semmai “ideologico” è proprio il pretendere di imporle senza accettare alcun confronto con la società civile. È oltre modo falso, appunto, che il sindaco, il suo Comune e gli altri enti locali che sostengono il progetto siano rimasti sempre aperti e disponibili al dialogo: l’hanno sempre rifiutato, è attestato dalle numerose richieste d’ogni tipo – verbali, cartacee, email, PEC – inviate a quegli enti alle quali mai è stato risposto. Mai.
Ecco qui palesemente manifestato, grazie a quelle poche parole che rivelano moltissimo, il reale atteggiamento dei politici coinvolti nel progetto: verso il Monte San Primo, il suo ambiente e il suo paesaggio, verso la comunità che lo abita, verso chi lo frequenta, verso il più ordinario buon senso, verso l’onestà intellettuale e morale, verso il valore civico e culturale della pratica amministrativa di un territorio prezioso come il Monte San Primo. Non c’è da aggiungere altro.
Lunedì come scritto Matteo Lanciani, in rappresentanza del Comitato Salviamo il Lago Bianco, ha esposto alla Commissione lo stato di fatto, gli impatti e i vincoli normativi sull’area. L’istanza – ne trovate il documento qui – ha trovato appoggio da tutte le forze politiche presenti in aula, decise a mantenere aperta la petizione. I prossimi mesi serviranno a studiare in modo più approfondito i documenti inviati e, come si auspica, a chiedere un sopralluogo al Lago Bianco per valutare i fatti dal vivo e i danni cagionati al luogo. Per saperne di più potete leggere l’articolo al riguardo pubblicato martedì 19 marzo su “L’AltraMontagna”:
Come affermavo fin dall’inizio, è bello leggere notizie del genere, assolutamente positive per la salvaguardia di un luogo così speciale quale è il Lago Bianco e del paesaggio altrettanto peculiare che lo ospita. Quando ne scrissi per la prima volta, qui sul blog, così cominciai l’articolo:
Montagna, sta zitta!
Cosa vuoi, cosa pretendi, tu e il tuo inutile paesaggio?
Come ti permetti, attraverso la voce e le azioni dei tuoi “appassionati”, di dare contro a me, dominatrice assoluta e indiscutibile delle terre alte?
A me, sì: io sono l’INDUSTRIA DELLO SCI! Io tutto posso e tutto metto al mio servizio sui monti, anche un lago alpino all’interno di un parco nazionale.
Le montagne sono zitte, apparentemente, ma in verità parlano a tutti quelli che hanno la sensibilità di saperle ascoltare e comprendere, raccontando loro cose meravigliose e preziose. Restano zitte solo per chi viceversa si rifiuta di ascoltarle, di rapportarsi con il loro mondo, per chi si arroga il diritto e la libertà di farne ciò che vuole, di distruggerle per i propri interessi, di fregarsene del loro valore naturalistico, ecologico, ambientale, sociale, culturale. Esattamente come hanno dimostrato di fare gli enti locali coinvolti nel progetto – il Comune di Santa Caterina Valfurva, il Comune di Bormio, la Regione Lombardia, l’Ente Parco Nazionale dello Stelvio – Lombardia – rinchiusi nel loro sprezzante silenzio-assenso fino a che tante, tantissime persone, appassionati di montagna e non, enti, associazioni, hanno fatto sentire la loro voce sempre più possente in difesa del Lago Bianco, palesando l’ignobile comportamento dei suddetti enti locali. I quali devono e dovranno rimanere sempre più soli nel loro devastante assalto alle montagne, al punto da non poter far altro che fare retromarcia piena, cambiare totalmente atteggiamento, aprire finalmente orecchi, occhi, cuore e animo per ascoltare a loro volta le montagne. E capire, si spera, una volta per tutte.
Insomma: la battaglia non è ancora finita, il Lago Bianco non è ancora salvo e, se pure i lavori venissero definitivamente annullati, resta la questione della rinaturalizzazione dell’area di cantiere e dei danni notevoli già causati. Dobbiamo continuare a essere la voce delle nostre montagne, i primi custodi del loro ambiente, del valore inestimabile che donano a chiunque, del patrimonio incomparabile che è di noi tutti, al Lago Bianco come al Vallone delle Cime Bianche, al Monte San Primo, ai Piani di Artavaggio o al Sassolungo o al Passo della Croce Arcana e in tutti quegli altri luoghi sulle Alpi e sugli Appennini dove pochi uomini incapaci di ascoltare e comprendere le montagne vorrebbero distruggerle a favore di pochi sodali e danno di tutti gli altri – di tutti noi.
[Un’immagine eloquente della scorsa estate 2023 riguardo ciò che è stato perpetrato al Lago Bianco del Passo di Gavia.](Qui trovate tutti gli articoli che nei mesi scorsi ho dedicato al Lago Bianco del Gavia.)
Nelle immagini, riprese di recente dallo scrivente, potete vedere i danni causati ai sentieri in zone boschive dal transito di motociclette, in particolar modo quelle da trial. Sentieri, inutile affermarlo, al cui inizio c’è in bella mostra il divieto di transito alle motociclette. Cliccate sulle varie immagini per ingrandirle.
Le gomme tassellate estirpano la superficie erbosa, scavano il terreno e spargono ovunque il terriccio, spostano i massi che formano il fondo calpestabile e divelgono le pietre che bordano i gradoni che agevolano il cammino. Tutto ciò ancor più se ha piovuto di recente e il terreno risulta ancora ammorbidito; appena torna la pioggia, l’acqua scorre nei canali e nelle piccole trincee scavate dalle gomme delle moto, le amplia e le approfondisce sempre più dissestando di conseguenza in modo crescente il sentiero per l’intera ampiezza, così rendendo sempre più difficile il cammino per gli escursionisti. Figuratevi in presenza di un nubifragio, come quelli che il clima attuale rende frequenti e viepiù violenti: con pochi passaggi delle motociclette l’agevole sentiero di un tempo si trasforma nel letto di un ruscello caratterizzato da un dissesto crescente e inarrestabile.
Una situazione del genere è ancora più ignobile se constatata – come è il caso documentato dalle mie immagini – lungo una mulattiera storica che presente ancora molte parti selciate nella tecnica tipica della zona, sicuramente vecchie di qualche secolo, come si vede in una delle immagini lì sopra*: una via rurale di grande valore culturale che andrebbe protetta, salvaguardata e manutenuta, non lasciata in balìa della demenza motorizzata dei trialisti e di quelli della stessa risma, che ovviamente se ne fottono della bellezza e della valenza storico-culturale dei tracciati che distruggono.
Purtroppo queste sono situazioni ancora drammaticamente diffuse sulle nostre montagne, anche perché godono di sostanziale impunità; se poi si considera che in Lombardia come in altre regioni alcuni politici ignobili agevolano tale impunità con provvedimenti a ciò funzionali, sostenuti dai vertici regionali, capite bene a quale devastante pericolo siano sottoposti i sentieri e chi li voglia percorrere. I Carabinieri Forestali e le altre forze di polizia aventi competenze al riguardo possono fare ben poco senza cogliere i vandali motorizzati sul fatto. Che resta da fare, dunque? Giustizia privata? Non è mai cosa auspicabile, certamente: ma quei motociclisti, per i danni che si divertono a cagionare a un patrimonio di tutti e anche per i modi prepotenti che a volte manifestano, in qualche modo la devono pur pagare. Ineluttabilmente.
*: per chi se lo stia chiedendo, si tratta della mulattiera che da Olginate sale verso Consonno, sul versante orientale del Monte di Brianza (provincia di Lecco), territorio della quale si ha la certezza della frequentazione antropica fin dall’anno Mille. La zona è da anni in preda a tali sevizie motociclistiche, come denunciato diverse volte sui media locali dalle associazioni di tutela del territorio e che manutengono i sentieri locali, ad esempio qui.
(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)
Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.
Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?
«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»
Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?
«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»
In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?
«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»
(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)