Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.
Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà›› kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.
Dice: «Vabbè ma c’è anche gente che per il senso del dovere sacrifica la vita dei figli». Sì, nelle Storie di Tito Livio – consoli ed eroi – ma è per questo che stanno lì, appunto perché raro, se era normale non ce li metteva. Anche Stalin col figlio Jakov, che lo avevano fatto prigioniero i tedeschi proponendogli uno scambio, ma lui ha detto no, hanno insistito «È tuo figlio», e lui, «Sono tutti miei figli», e è morto in un campo di concentramento. Ma quello era Stalin e i consoli romani.
Le denunce presentate alle autorità di polizia e i procedimenti giudiziari avviati nel corso dell’Ottocento e scrupolosamente ripercorsi dallo storico elvetico Raffaello Ceschi hanno messo in luce un vero e proprio mercato di «poveri giovinetti infelici» messi in vendita «per poca moneta da genitori disumani» la cui vita – come affermava il questore di Torino nel 1864 – «non è dissimile da quella degli schiavi antichi e moderni».
Una correlazione casuale nei tempi ma cadente a fagiolo tra due brani che ho letto a brevissima distanza l’uno dall’altro e che trattano lo stesso argomento. Dalla quale mi pare che se ne esca una considerazione tanto provocatoria quanto franca: dunque certe “pie” e “devote” famiglie montanare dell’Ottocento – è di quelle che disquisisce il professor Pastore – avevano elaborato nei confronti delle proprie proli una forma mentis disumanamente paragonabile a quella di un così famigerato dittatore comunista che di pio e devoto non aveva nulla?
N.B.: comunque sappiate – se non lo sapete già – che a Santa Maria Maggiore, in Val Vigezzo (località assai affascinante, peraltro), c’è il bellissimo Museo dello Spazzacamino. Un piccolo museo ma unico nel suo genere, in Italia, il quale rappresenta il luogo della memoria di un antico mestiere che ha scritto capitoli di storia tragici e nel contempo affascinanti nella vita della Val Vigezzo e di molte altre zone di montagna. Dalla photogallery del sito del museo ho tratto l’immagine in testa al post.
A novembre non volevo fare l’uccello del malaugurio e dunque non ne parlavo pubblicamente ma tra me pensavo, un po’ sarcasticamente e un po’ tristemente (comunque senza facile ironia, che non è proprio il caso): l’anno scorso, con impianti e piste chiuse causa Covid, in montagna c’era un sacco di neve; sta a vedere che quest’anno, con impianti e piste aperti, di neve ne verrà pochissima.
Ecco. Detto e fatto, o meglio, pensato e accaduto. Ma non sono certo Nostradamus, ci mancherebbe!
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo, scelto tra i tanti pubblicati sul tema in questo scorcio d’inverno.]Fatto sta che sembrerebbe quasi un “monito divino” – a chi voglia credere a tali eventualità – inviato all’industria dello sci, che intanto le piste le sta tenendo aperte, almeno parzialmente, grazie alla neve artificiale ovvero sostenendo costi ingentissimi (quest’anno anche di più, coi tremendi rincari dell’energia) i quali non faranno altro che sprofondare ancora di più i bilanci delle società di gestione, già drammaticamente imbottiti di debiti, dentro un buco finanziario pressoché fatale, nel frattempo palesando l’ormai inquietante inadeguatezza e l’anacronismo concettuale dello sci su pista (o, meglio, della gestione di esso) rispetto alla realtà di fatto climatico-ambientale ed economica della montagna contemporanea. Una realtà di fatto che non farà che peggiorare, nel futuro, la quale fa sembrare in molti casi lo sci su pista una specie di corsa folle e cieca verso il ciglio di un burrone.
Riflettendo su ciò, mi è tornata in mente un’intervista del sempre ottimo Enrico Camanni su “La Repubblica” dell’anno scorso (14 gennaio 2021, per la precisione), nella quale tra le altre cose metteva in luce alcuni dei punti nodali della realtà oggettiva del turismo sciistico contemporaneo: vi ripropongo di seguito quei passaggi, nel mentre che, a quanto pare, l’industria dello sci sembra permanere nel suo stato di miopia, se non proprio di cecità, rispetto al tempo che stiamo vivendo (e non solo in senso climatico):
Non ha più senso l’equazione semplicistica sci-montagna, pensiero superato dalla realtà. Se la montagna viene vista soltanto come un oggetto di consumo quando la vetrina si svuota sembra che intorno non ci sia più nulla. Non sono un velleitario, ma trovare uno scenario equilibrato nella contemporaneità è possibile. Ci può essere moltissimo: la neve, intendo quella vera, il silenzio, la natura, il distanziamento. La fine delle giornate da bruciare in fretta e poi via in città, delle code in auto di ore, di un paesaggio che ci trasciniamo dietro dagli anni Ottanta. […] Ha ragione Michele Serra quando scrive sul vostro giornale che è autolesionista sostenere che se le piste di sci rimangono chiuse significa in automatico la distruzione dell’economia alpina. La verità è che ci ha investiti una tempesta e nulla potrà ricominciare come prima. Le crisi mondiali come quella causata dalla pandemia non sono maledizioni scagliate in terra da una divinità crudele, ma detonatori che hanno fatto esplodere ciò che già prima non funzionava o già stava faticando. I sistemi fragili a un certo punto si frantumano. Utilizzando la metafora del re nudo, la crisi è quel colpo di vento che gli strappa di dosso l’ultima veste.
Un villaggio col suo Umland, il suo spazio vitale circostante, costituisce quasi sempre un paesaggio naturalmente percepibile, tutto abbracciabile con lo sguardo; ciò che non accade ad esempio per la città, a meno di osservarla dall’aereo o da una prospettiva che consenta di vedere e percepire il rapporto tra aggregato urbano e zona circostante di cui vive ed è centro. Anche per questo il villaggio è uno degli elementi meglio definiti del paesaggio umanizzato, il segno in sé più completo, il più facilmente interpretabile: in esso difatti si coglie in maniera diretta il rapporto uomo-natura, di cui emergono tutte le motivazioni più immediate, più elementari, e perciò anche più semplicemente umane, al modo di come i nidi sugli alberi ci possono indicare la condizione degli uccelli che li hanno costruiti.
In questo passo Turri, una delle figure fondamentali da conoscere e studiare per chiunque si interessi – in modo più o meno approfondito – di paesaggio, non sta dicendo che i villaggi sono luoghi “migliori” delle città, come potrebbe sembrare, ma sta spiegando una delle ragioni (antropologiche) fondamentali per le quali abbiamo la sensazione di vivere meglio nei villaggi piuttosto che nelle città. Non solo dunque perché nei villaggi c’è più Natura, aria pulita, meno pericoli in generale e quant’altro – d’altronde in città ci sono servizi, agi e spazi pubblici importantissimi per il buon vivere che un villaggio non può avere; è semmai una questione legata alla relazione che gli individui intessono con i luoghi in cui vivono ovvero all’identificazione reciproca di essi e con essi. Una relazione che è più semplice costruire nei paesi che nelle città e ciò proprio in forza di quanto osservato da Turri.
Così come il paesaggio è una costruzione della mente umana, anche l’abitare in esso è il frutto di una concezione intellettuale prima ancora di un adattamento a esso, che semmai ne rappresenta la conseguenza primaria. Più abbiamo coscienza del nostro abitare un luogo, più sappiamo intessere la relazione culturale con esso, più sentiremo di viverci bene e più contribuiremo a fare di quel luogo un buon posto dove vivere. Che sia un villaggio in una zona rurale o una grande area metropolitana: la sostanza è diversa (e diversi saranno i modi per strutturarla) ma in fondo il principio è lo stesso.