Paolo Rumiz e la “Montagna Sacra”

[…] Oggi, la notizia che, proprio nel massiccio del Gran Paradiso, si sia indicata come “sacra”, quindi potenzialmente inviolabile, una montagna come il Monveso di Forzo, possente pilastro di 3322 metri lontano dalle rotte escursionistiche più battute, apre una prospettiva rivoluzionaria, nello stesso tempo antichissima e nuova, laica e sotto sotto anche pagana, nel nostro approccio all’Alpe e alle cime in generale. È un “alt” alla pretesa di onnipotenza dell’uomo dell’Antropocene, espresso non con divieti amministrativi, barriere fisiche o minaccia di sanzioni pecuniarie, ma con esortazione a una scelta consapevole: quella di non salire più su quella cima e di convincere altri a non farlo.
L’idea, del tutto nuova sulle Alpi, è appoggiata da molti “patriarchi” dell’alpinismo europeo, da Kurt Diemberger ad Alessandro Gogna, scrittori come Paolo Cognetti o Silvia Ronchey, grandi camminatori tipo Riccardo Carnovalini, o attori come Lella Costa e Giuseppe Cederna. Tutti viaggiatori in parole e scarponi, che vengono a dirci: è giunto il tempo di farsi un po’ in là. Darci dei limiti. Tracciare linee invalicabili.
Il segnale che, nel centenario dell’istituzione del parco del Gran Paradiso (mai nome più appropriato in materia), ci arriva da una cima in bilico fra regione Val d’Aosta (val di Cogne) e Piemonte (val Soana), indica al viaggiatore, a ben pensarci, una rivalutazione dei confini. Quei confini che, dopo l’euforia per il crollo del Muro, la moda del “no border” ha frettolosamente liquidato come pure negatività. Il Monveso simbolizza la nostalgia del sacro, nel senso di spazio separato. «Nel mito giudaico — osserva la Ronchey — l’uomo viene cacciato dal paradiso nel momento in cui tradisce, per avidità, la comunanza con il resto della natura vivente». Annibale Salsa, ex presidente nazionale del Cai, rimarca l’esigenza di «individuare, anche nelle odierne società postindustriali, alcune cime che sul piano simbolico possano significare che non tutto deve essere profanato». […] In questo senso, il Monveso (Mon Vezo, nell’accezione antica) rappresenta la più difficile delle sfide in un mondo governato dal consumo. Il coraggio della rinuncia. Il silenzio della contemplazione di fronte all’indicibile.

Paolo Rumiz, ieri su “la Repubblica”, ha offerto una bellissima disquisizione intorno al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso“, che sarà finalmente presentato e condiviso il 26 novembre alle ore 10 presso la prestigiosa Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna, in Piazzale Monte dei Cappuccini 7 a Torino, con ingresso libero.

Potete leggere l’articolo in formato pdf qui.

Per saperne di più sul progetto e sulla presentazione di Torino, cliccate qui, mentre questo è il comunicato stampa ufficiale dell’evento. Per approfondirne l’idea originale e la filosofia, sottoscriverlo e aderirvi, cliccate qui.

Una “Montagna sacra” per il Gran Paradiso, il 26 novembre a Torino

Sono più di mille i primi firmatari del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”, e sono persone di radici e culture molto diverse: alpinisti, escursionisti, naturalisti, giornalisti, scrittori, artisti, montanari, frequentatori rispettosi di ogni vita e di ogni luogo che hanno condiviso con entusiasmo la proposta. Nessun conquistatore.

Il progetto, già preannunciato sul web in varie sedi e del quale hanno già scritto e detto numerose testate giornalistiche e radiotelevisive, sarà finalmente presentato e condiviso il 26 novembre alle ore 10 presso la prestigiosa Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna, in Piazzale Monte dei Cappuccini 7 a Torino, con ingresso libero.

La filosofia del progetto

Il progetto è nato dall’idea di Toni Farina e Antonio Mingozzi per onorare i cent’anni del Parco Nazionale del Gran Paradiso con un’azione di alto profilo, che si spingesse oltre la mera celebrazione; ha raccolto da subito l’adesione di un qualificato ventaglio di sostenitori, in forma associativa e individuale, tra cui: il Club Alpino Italiano e l’Alpine Club di Londra, gli alpinisti Kurt Diemberger, Fausto De Stefani, Hervé Barmasse, Alessandro Gogna, Manolo, il climatologo Luca Mercalli, l’antropologo Duccio Canestrini, i giornalisti Paolo Rumiz, Michele Serra, Enrico Camanni, il regista Fredo Valla, i saggisti Guido Dalla Casa e Silvia Ronchey, gli scrittori Paolo Cognetti, Matteo Righetto, Tiziano Fratus, Daniela Padoan, Raffaella Romagnolo, gli attori Giuseppe Cederna, Lella Costa, Giovanni Storti.

In un’epoca avida di performance e povera di spirito, in una società segnata dalla competizione e dal dissennato consumo delle risorse naturali, i sostenitori del progetto auspicano che almeno su una cima – identificata con il Monveso di Forzo, l’elegante triangolo a cavallo tra la Valle Soana e la Valle di Cogneci si astenga dalla “conquista” per riscoprire il significato del limite. Si tratta ovviamente di un atto simbolico: fermarsi sotto la cima lasciandola ai giochi del vento è scelta rivoluzionaria per una cultura antropocentrica e “padrona”.

Niente di confessionale, sia chiaro: il termine “sacro” va inteso in senso laico, nel segno del rispetto e della contemplazione – dunque nessuna correlazione nemmeno con le varie “montagne sacre” del mondo, la cui base storico-culturale è totalmente differente. Tanto più niente di costrittivo: la “Montagna Sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria: chiunque potrà continuare a salirla liberamente, se vuole, ugualmente come i promotori del progetto invocano la libertà di non salirla. L’impegno a non salire sul Monveso è una scelta culturale, un libero ammonimento, un vivissimo auspicio, nella speranza che venga compreso e abbracciato dall’intera comunità. È un atto individuale simbolico, come detto, ma dal quale scaturiscono innumerevoli ricadute pratiche: a partire dal manifestare la necessità che un territorio potentemente culturale e in ciò necessario tanto quanto delicato e bisogno di cura, nella relazione antropica che ci lega ad esso, debba poter considerare dei limiti, materiali e immateriali, oltre i quali non si dovrebbe andare, pena il deterioramento dei territori montani e il degrado della loro cultura nonché, inesorabilmente, della loro bellezza.

Come si può immaginare, “La Montagna Sacra” non è un progetto facile da comunicare e da comprendere se non si va oltre la sua forma e si omette di indagare la sua sostanza. Tuttavia, le perplessità sorte nei mesi scorsi, sovente divenute ulteriori punti di forza del progetto, sono state ampiamente compensate dai molti pareri favorevoli che anche ultimamente sono giunti. Sono state superate le 1000 adesioni e questo conferma che non si tratta di un progetto velleitario, ma basato su ragioni profonde. D’altronde gli eloquenti messaggi che giungono dal Pianeta Terra ci dicono che solo un ribaltamento di valori può farci sperare in un futuro possibile. “La Montagna Sacra” può rappresentare in tal senso un buon inizio: simbolico, evocativo, iconico ma pure a suo modo “rivoluzionario” – di quella rivoluzione di sensibilità e cura che tutti noi dovremmo saper formulare verso le montagne e il loro futuro.

Qui potete scaricare il comunicato stampa dell’evento, che sarà anche trasmesso in diretta streaming. 

Per saperne di più sul progetto e per sottoscriverlo, potete consultare www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/ o https://www.facebook.com/montagnasacra, oppure potete leggere questo mio recente articolo.

Di seguito il programma dell’incontro pubblico del 26 novembre, dalle ore 10:

Saluto di Bruno Migliorati (CAI – Presidente Comitato Direttivo Gruppo Regionale Piemonte);

Saluto di Lorenzo Giacomino (Sindaco di Ronco).

Apertura: Antonio Mingozzi e Toni Farina, “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”;

Alessandro Gogna, “La libertà del limite”;

Guido Dalla Casa, “La Montagna Sacra e l’ecologia profonda”;

Riccardo Carnovalini, “Cercando il Dio delle piccole cose”;

Paola Loreto, “Lo sguardo e la voce della poesia”;

Ettore Champretavy, “Corsa e contemplazione in montagna: l’apparente paradosso”;

Intervengono on line:

Daniela Padoan, “Nello spirito della Laudato Si’”;

Giuseppe Cederna, “La bellezza, l’invisibile e il Pellegrino”.

Conclusioni di Enrico Camanni.

Coordina Rosalba Nattero.

Sarà proiettato in anteprima il documentario di Alessandro Gogna e Achille Mauri “Montagna Sacra”.

Il programma è presente anche sul comunicato stampa scaricabile qui.

L’importanza di conoscere il luogo in cui si vive: un buon esempio

[Foto di Pi Quadro, tratta dalla pagina Facebook “Sei di Ello se…“]
Nell’occuparmi dei temi legati al paesaggio, una delle cose che mi lascia sempre parecchio sconcertato – seppur ingenuamente, lo so – è il constatare quanto poco molte persone conoscano del luogo in cui vivono. Ora non dico di conoscere a menadito l’intera geografia o la toponomastica storica oppure le vicende del passato o ancora l’origine di quanto il territorio contenga, ma non di rado mi tocca appurare che nemmeno le nozioni fondamentali, quelle ad esempio relative agli elementi geografici o antropici e che rappresentano i principali marcatori referenziali del territorio stesso, cioè l’identikit del suo Genius Loci, siano così (ri)conosciute. Posso capire che, nella nostra società contemporanea che crea e affastella a getto continuo cose nuove (o presunte tali) alle quali dare attenzione, togliendo così spazio ad altre ritenute non più importanti – senza contare poi quanto la geografia sia negletta al giorno d’oggi -, molte persone non siano più attratte o affascinate da ciò che hanno fuori dall’uscio di casa ovvero non vi conferiscano più importanza – difatti non addito ad esse alcuna colpa, la mancanza non è loro. D’altra parte capisco altrettanto bene, occupandomi di paesaggio sotto diversi aspetti, che la sfilacciata e trascurata relazione che oggi intratteniamo con il territorio che abitiamo, e con il paesaggio che da esso concepiamo, è molto spesso alla base delle principali problematiche che il territorio presenta, sia a livello prettamente culturale che di gestione politica.

Dunque, iniziative come quella organizzata per domenica prossima a Ello (comune in provincia di Lecco posto sull’affascinante Monte di Brianza, del quale ho ri-scritto di recente qui) e che qui prendo ad esempio di qualsiasi altra simile, sono quanto mai importanti e preziose. Se siete della zona o potete raggiungerla vi invito a parteciparvi, nella locandina lì sopra trovate le info principali al riguardo. Parimenti penso che iniziative così sarebbero da organizzare con continuità in ogni comune, coinvolgendo da una parte i soggetti in grado di poterle condurre (e ce ne sono di validi ovunque) e dall’altra soprattutto la popolazione del luogo. Conoscerlo e essere consapevoli di quanto sa offrire dal punto di vista geografico, storico, artistico, umanistico eccetera, è il primo e probabilmente fondamentale strumento di cura, di salvaguardia e di promozione del luogo stesso, a favore dei visitatori forestieri e ancor più di chi lo vive quotidianamente e lo può compiutamente sentire proprio, identificarsi nella sua anima (o con il suo Genius Loci) e farsi illuminare dalla sua bellezza, così che anche il viverci quotidiano diventi qualcosa di più piacevole, confortevole e appagante.

Un’altra di quelle azioni all’apparenza minime ma capaci di generare grandi e utili cose, insomma: da praticare quanto più possibile.

Alla Culmine di San Pietro

[Una veduta dei dintorni della Culmine di San Pietro, col suo tipico paesaggio prealpino che offre fitti boschi secolari e ampi pascoli tutt’oggi monticati. Immagine tratta da lavalsassina.com.]

Alla Culmine di San Pietro, antico valico che collega la Valsassina alla Val Taleggio, vale davvero la pena di sedersi e immaginare l’importanza di questo luogo nei secoli scorsi. Fin dall’epoca carolingia è stato infatti un sito di transito e di sosta: un sacello dedicato proprio ai viandanti sorgeva dove oggi vedi la chiesa, costruita intorno al 1550. I documenti attestano questa frequentazione storica: ad esempio Cesare Cantù, nella sua Grande illustrazione del Lombardo Veneto, riferisce che «nel 1790 la Colmine aveva un Castello e contava 762 abitanti», mentre secondo diverse testimonianze storiche dell’Ottocento la località era abitata esclusivamente da famiglie di bergamini, le quali avevano a disposizione ampi pascoli da fine primavera ad inizio autunno quando con le mandrie scendevano nuovamente verso la pianura lombarda.
La “Colmine” era così legata alle abitudini nomadi dei bergamini da avere riconosciuta anche una parrocchia, istituita nel 1649 e anch’essa a suo modo “nomade”: infatti nella stessa era presente un curato e si celebrava la messa solo dalla primavera all’autunno, quando erano presenti i bergamini e fino a che, ritornando in pianura a fine stagione, abbandonavano il sito imitati gioco forza dal parroco, per poi tornare l’anno successivo. Gli anziani alpeggiatori ricordano ancora l’importanza della messa, un rito sentito al punto da generare numerose leggende narranti di tremende punizioni divine e degli inquietanti incontri in cui si poteva incorrere se non ne veniva rispettato il precetto. Presso la Culmine si narrava anche che lo spirito di un cacciatore di Cremeno si aggirasse pei i boschi con i suoi cani: una leggenda che riporta alla mente le molte narrazioni legate alla “caccia selvaggia”, tema mitologico e folclorico diffuso in tutta Europa che tra Valsassina e valli bergamasche si manifestava soprattutto nei pressi di ponti e valichi, luoghi tradizionalmente infestati da presenze demoniache. La caccia selvaggia veniva sovente citata con terrore dai pastori, perché accadeva che, nel suo furioso passare, la torma di morti accompagnati da cani demoniaci e figure spettrali che la componeva si portava via qualche armento o, peggio, la salute psichica (e talvolta la vita) di chi aveva la sventura di incapparvi. Quando tra i pastori si spandeva la voce che la caccia selvaggia stava per passare era un fuggi fuggi generale, ma se poi all’appello mancavano alcuni capi di bestiame il dubbio che fosse stata la scorreria dei morti a commettere le ruberie oppure l’opera di ben più terreni e scaltri ladri aleggiava sempre. D’altronde in Valsassina, come in Valle Brembana e Taleggio, erano famose alcune figure di banditi, a loro modo leggendarie e non di rado idolatrate dalla popolazione perché rappresentavano una sorta di Robin Hood nostrani, come il terribile Sigifredo Falsandri detto Lasco, il celebre Pacì Paciana, all’anagrafe Vincenzo Pacchiana, o il più moderno Simone Pianetti, il «diavolo della Val Brembana»: “briganti” divenuti tali spesso in forza di ingiustizie subite, che si occupavano di rubare ai ricchi per dare ai poveri o di punire chi s’approfittava iniquamente del proprio potere.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. Un cammino che per una buona parte può essere percorso anche d’inverno e che trova nella Culmine di San Pietro una meta sempre frequentabile – pure in presenza di neve, dato che la parte della DOL che va da Morterone fino ai Piani di Artavaggio è un percorso adattissimo all’escursionismo invernale e alle ciaspole, sostanzialmente privo di pericoli – e tra le più affascinanti di queste montagne oltre che, come avete letto, ricca di storie e di narrazioni secolari.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!