C’erano una volta le castagne “solidali”

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

I castagni erano considerati piante preziose per quel che davano: legname ottimo per mobili e suppellettili, per fare i pali delle vigne e le recinzioni, per trasformare le foglie in ottima lettiera per gli animali, per ottenere la farina dalle castagne e trasformarla in pane dei poveri. Castagne che venivano anche date in dono assai gradito ai contadini delle alte valli interne, dove il castagno non era mai arrivato a mettere radici.

[Franco FaggianiLe meraviglie delle Alpi, Rizzoli/Mondadori, 2022, pag.158.]

Trovo assolutamente significativo questo passaggio del libro di Faggiani – che fa riferimento al “Sentiero del Castagno”, percorso escursionistico altoatesino tra Bressanone e Bolzano – non solo perché rimarca l’importanza storica assoluta delle selve castanili per le genti di montagna, ma pure per come le castagne divenissero oggetto di una peculiare e emblematica forma di sostentamento condiviso tra montanari che si può ritrovare un po’ ovunque, nelle nostre terre alte, non necessariamente mirato alla reciprocità. Dalle mie parti, ad esempio, nelle selve un tempo assai vaste di Colle di Sogno (che in effetti vaste lo sono tutt’oggi ma purtroppo non vengono curate come un tempo), era in vigore un’antica usanza condensata nell’adagio vernacolare «Dopu San Martì depertöt gh’è mì!» (“Dopo San Martino dappertutto è cosa mia!”) per la quale dopo l’11 novembre a chiunque veniva consentito di entrare nei castagneti di proprietà degli abitanti del borgo e raccogliere i frutti ancora rimasti sugli alberi e sul terreno: una forma di generosa solidarietà della quale lassù approfittavano soprattutto i contadini del fondovalle e della pianura alto milanese, i cui campi in quel periodo già risultavano ormai improduttivi, che salivano sui monti di Colle di Sogno per accaparrarsi una così preziosa riserva di pane dei poveri – come le castagne venivano diffusamente chiamate proprio in forza dell’importanza del sostentamento da esse ricavato per le classi meno fortunate. D’altro canto la manifestazione di queste forme di microeconomia vernacolare rappresentavano anche occasioni di scambi socioculturali tra gli abitanti delle montagne e dei territori ad esse prossimi: una dimensione di metromontagna arcaica e elementare eppure già di grande valore e importanza, che può ben diventare nozione per l’auspicata, rinnovata metromontagna contemporanea in grado di rivitalizzare e riequilibrare il rapporto tra montagne e città stemperando la condizione di marginalità alla quale le prime sono state per troppo tempo costrette – peraltro in modalità antitetiche al secolare passato, come visto.

E, per chiudere il “cerchio castanile” qui tracciato in modo letterario, sappiate che lo stesso Colle di Sogno con le sue montagne è citato nel libro di Franco, in un capitolo precedente e per altri motivi. Ma è una circostanza non così casuale, mi viene da pensare.

A Brescia si accende la “Luce della montagna”

Si inaugura oggi a Brescia, al Museo di Santa Giulia, Luce della Montagna, la grande mostra che Fondazione Brescia Musei e Skira mettono in scena per esplorare, con tre protagonisti assoluti della fotografia del Novecento e con un maestro contemporaneo, l’universo iconografico della montagna.

Come si può leggere nella presentazione, il racconto della montagna che offre la mostra presenta il gigante Ansel Adams con le sue fotografie in bianco e nero di paesaggi dei parchi nazionali americani, veri e propri totem del Novecento; Martín Chambi, uno dei primi importanti fotografi del Sudamerica, con le sue Ande peruviane intrise di documentazione etnografica e storica; Vittorio Sella, uno dei più straordinari fotografi storici della montagna, impegnato a documentare come nessun altro le esplorazioni alpinistiche. E infine, con un portfolio originale in corso di realizzazione su commissione di Fondazione Brescia Musei sulle Alpi bresciane, la montagna “di casa” impressa da Axel Hütte, tra i più importanti rappresentanti della fotografia tedesca contemporanea.

La mostra rappresenta la punta di diamante della VI Edizione del Brescia Photo Festival, evento prodotto da Fondazione Brescia Musei, per la straordinaria edizione 2023 intestato al tema Capitale, e che coinvolge anche il Mo.Ca – Centro per le nuove culture.

Una mostra intrigante e consigliatissima, inutile rimarcalo, che resterà aperta fino al 25 giugno. Per saperne di più, cliccate qui.

Cronache del cambiamento (climatico): San Bernardino, stagione (già) finita

La conclusione dell’inverno coincide anche con la fine della stagione sciistica al San Bernardino (GR). La località turistica del Moesano ha infatti comunicato che chiuderà oggi i propri impianti poiché la «sicurezza» e la «qualità del prodotto» non possono essere garantite a causa delle «elevate temperature», che stanno regalando «giornate primaverili» anche in alta quota.

Da Caldo e poca neve, stagione finita al San Bernardino, articolo pubblicato su “Tio.ch” il 21 marzo 2023. Per la cronaca, quello di San Bernardino è un comprensorio sciistico – con quota inferiore a 1600 m circa – già da tempo in difficoltà e non solo per ragioni climatiche; la stagione 2022/2023 è in pratica durata tre mesi scarsi, al netto delle chiusure temporanee. La scorsa estate un gruppo di imprenditori ha presentato al comune un progetto di rilancio della località turistica e degli impianti di risalita ma, al momento, pare che nulla sia stato deciso al riguardo. Una situazione emblematica, cha fa da esempio per molte altre e accomuna la località elvetica a numerose stazioni sciistiche sulle montagne italiane, a riprova che che la crisi in cui versa certa industria dello sci non conosce confini.

(Nelle immagini in testa al post: San Bernardino in un passato inverno nevoso e nella stagione estiva. Foto tratte da www.visit-moesano.ch.)

La solita (brutta) aria che tira, in Lombardia

Martedì 21 marzo, Milano e la Lombardia hanno conseguito nuovi importanti nonché (viene da pensare) ambiti “traguardi” nella “qualità di vita” offerta ai propri abitanti. Già, perché in quel giorno Milano è stata la città più inquinata al mondo dopo Teheran per diffusione di PM2.5, e nove comuni lombardi su dieci (ma il decimo è a meno di 10 km dalla Lombardia) sono risultati i più inquinati d’Italia (fonti: IQAir e US AQI).

Tutto questo dopo che da decenni si va dicendo, dimostrando scientificamente e denunciando che la Pianura Padana è una delle zone più inquinate del mondo occidentale. Di contro, si stanno spendendo almeno 2,1 miliardi di Euro di soldi pubblici, che probabilmente alla fine saranno molti di più, forse il doppio, per le Olimpiadi invernali del 2026 con sede cittadina proprio a Milano pressoché senza la realizzazione di interventi e opere atte quanto meno a mitigare una situazione così letale (l’unica del genere verrà realizzata in Alto Adige e ne potenzierà l’offerta di mobilità sostenibile). Opere che peraltro darebbero gran lustro all’immagine lombardo-veneta nel mondo, grazie alla vetrina olimpica: ma, evidentemente, qui si preferisce nascondere pervicacemente il problema, il che equivale a negarne le conseguenze nefaste che i bollettini sanitari registrano periodicamente (gestione Covid-19 docet, d’altronde).

Però la città di Milano pianta alberi, già. E li fa morire.

Un plauso a tutti gli amministratori pubblici degli ultimi lustri, e ai loro sodali privati, protagonisti di questo grande successo (nord)italiano! Complimenti di cuore, proprio! – anche perché i polmoni ormai ce li siamo giocati e il fegato s’è roso del tutto. Ecco.

P.S.: le immagini delle classifiche le ho tratte dalla pagina Facebook di Clara Pistoni, che ringrazio molto.