Per una nuova convergenza tra cultura e industria

È stato un onore e un piacere, per lo scrivente, partecipare alla pubblicazione del volume – presentato domenica scorsa, 20 maggio – con il quale la Fondazione Monastero di S. Maria del Lavello (a Calolziocorte, provincia di Lecco) illustra le iniziative e i risultati del progetto Meraviglia e incanto. C’è posto anche per te votato, come dice anche il sottotitolo del volume, alla “rifunzionalizzazione del complesso monastico” e all’implementazione del suo valore socioculturale referenziale per l’intero territorio d’intorno, tra le provincie di Lecco e Bergamo, la Brianza comasca e l’hinterland milanese.
Nel solco di questo obiettivo progettuale, il mio contributo – emerso anche dalla presenza in un seminario d’incontro tra la Fondazione quale ente culturale e le imprese industriali quali attori economici e sociali della zona, svoltosi a fine gennaio scorso – rappresenta una rapida ma spero significativa analisi delle necessità, delle possibilità e delle potenzialità del suddetto incontro tra le realtà culturali e quelle produttive del territorio, fonti e portatrici di grandi saperi, tradizioni e azioni materiali e immateriali che nel tempo si sono “scollate” e la cui ricongiunzione, invece, oggi può offrire una nuova e completa visione gestionale (e politica, nel senso più nobile del termine) dell’ambito territoriale in questione nonché della sua comunità civica. Insomma: perché cultura umanistica e industria tecnologica non possono dialogare? Non solo non sono affatto antitetiche ma, anzi, un progetto di sviluppo condiviso e comune può realmente rappresentare una chiave di volta fondamentale per il futuro più virtuoso dei nostri territori, qualsiasi essi siano e dovunque si situino. In tal senso, la presenza di un attore culturale forte – per di più dotato di presenza storica – come nel territorio in questione è il Monastero del Lavello, con la sua Fondazione, permette di avere un “hub” innovativo e identitario che forse più di ogni altro può riconnettere i due ambiti citati al fine di intessere e espandere un nuovo sviluppo territoriale virtuoso, con ricadute positive per chiunque. Un modello di sviluppo che, d’altro canto, diventa emblematico e indicativo per molte altre realtà similari, con la cultura finalmente posta di nuovo al centro dell’evoluzione sociale e civica anche grazie a presenze culturali materiali, solide e tangibili, che sappiano fare (anche) da marcatori referenziali di valore assoluto per il proprio territorio e la sua peculiare identità.

Di seguito vi propongo il testo incluso nel volume e, per qualsiasi altra informazione su di esso e sulla Fondazione Monastero di S. Maria del Lavello, potete visitare il sito web.
Buona lettura!

Nel territorio che comprende la città di Lecco, la Brianza lecchese e la parte occidentale della provincia di Bergamo, la Val San Martino rappresenta da secoli una cerniera sociale, culturale ed economica che trascende dai confini politici (storici e attuali): una terra ricca d’un variegato bagaglio culturale materiale e immateriale nonché, fin dallo sviluppo dell’industria moderna, d’un tessuto produttivo di prim’ordine. Se di questo tessuto è testimonianza palese la capillare presenza “geografica” degli insediamenti industriali, del primo è simbolo fondamentale di valore eccezionale il Monastero di Santa Maria del Lavello, animato dall’omonima Fondazione. Un territorio, dunque, la cui storia scaturisce in modo evidente dalla presenza delle due citate culture – quella umanistica e quella tecnico-industriale – i cui saperi hanno conformato il territorio, il suo Genius Loci, il carattere sociale, l’economia, il paesaggio. Saperi culturali che tuttavia nel tempo si sono “scollati”, intraprendendo vie di sviluppo a volte parallele, altre volte divergenti quando non contrastanti. La cultura umanistica è stata pressoché espulsa dal processo intellettuale e cognitivo alla base della produzione industriale, il che ha comportato l’interruzione del dialogo con la relativa “cultura del fare” – peraltro nelle nostre zone molto legata all’artigianalità: e non si può non denotare che l’etimologia del termine “artigiano” è la stessa di “artista”, il cui significato leghiamo automaticamente alla sfera della produzione culturale. Si tratta in entrambi i casi di “produzione” e di “cultura”, dunque: due ambiti assolutamente legati ma non più dialoganti vicendevolmente, come osservato. Inoltre, vi è una terza cultura che in qualche modo è causa-effetto delle prime due: quella identitaria, che determina il carattere antropologico e sociologico del territorio e di conseguenza ogni suo prodotto o espressione, materiale e immateriale.

Posto tutto ciò: è possibile tornare ad attivare e intessere un proficuo dialogo tra cultura umanistica e cultura tecnico-industriale, rigenerando per ciò anche la cultura identitaria del territorio in questione?

Attorno a tale quesito primario si è svolta la discussione tra i presenti alla tavola rotonda di venerdì 26 gennaio 2018 presso il Monastero del Lavello, dalla quale sono emersi da un lato l’effettivo scollamento tra ambito culturale e ambito industriale, innescatosi per varie motivazioni storiche di natura non solo economica ma pure sociologica, dall’altro l’altrettanto effettiva presa di coscienza da parte degli imprenditori locali, significativamente rappresentati all’incontro, di recuperare la componente umanistica all’interno della filiera produttiva quale potenziale elemento di distinzione commerciale nonché patrimonio di saperi in grado di elevare sia la qualità della produzione industriale, sia la presenza eco-nomica/eco-logica (altri due termini di genesi etimologica comune, come si evince dal prefisso, ma col tempo dimenticata!) degli insediamenti produttivi nel territorio in oggetto. Si tratta, in pratica, di recuperare la componente di responsabilità sociale nell’imprenditoria industriale – ovvero recuperare gli imprenditori a tale inevitabile onere: nel bene e nel male la produzione industriale rappresenta un atto sociale (oltre che politico), dunque pure un’azione culturale, per come ogni società evoluta si fondi su una solida base culturale formata da ogni componente afferente a tale concetto, ampio ma ben determinato e in fondo univoco.

In tale opera di creazione d’una nuova tradizione culturale territoriale (e sottolineo che non c’è contraddizione tra i termini dacché la tradizione è tale quando sia “un’innovazione compiuta e ben riuscita” – cit. Annibale Salsa, che a sua volta trae ispirazione dalla celebre massima di Wilde), la presenza e l’azione del Monastero del Lavello e dell’omonima Fondazione quale marcatore culturale (e identitario) per l’intero territorio risultano fondamentali. Ponendosi al di sopra delle mere convenienze economico-industriali, e in forza della propria millenaria storia tanto quanto della potente presenza culturale di valore riconosciuto e condiviso, il Monastero può diventare un sorta di hub super partes in grado di (ri)connettere l’ambito culturale del territorio con quello industriale rigenerandone il legame e il dialogo. Santa Maria del Lavello possiede potenzialità materiali, quale luogo di grande fascino per incontri, convegni, manifestazioni ed eventi al servizio delle imprese della zona (e non solo), sia immateriali, offrendosi come simbolo territoriale identitario rappresentante la civiltà e i saperi del territorio, la bellezza che da esso scaturisce, la creatività locale, l’immagine iconica di una zona nella quale cultura e industria possono andare a braccetto nella comunanza di una visione di sviluppo e di crescita che, strutturandosi in modo così completo, non può che apportare benefici generali all’intero territorio, migliorandone infine l’ambiente (anche in senso sociale), il paesaggio e valorizzandone le tante peculiarità.

In base a tali prospettive, non si può non auspicare che il Monastero del Lavello e la Fondazione possa in qualche modo porsi a capo d’una tale rinnovata pratica sinergica e profondamente culturale, appunto, diventandone il riferimento primario. I processi fondamentali al riguardo sono già stati attivati, ad esempio con la preziosa opera del Distretto Rurale dell’Adda: ora si tratta di ampliare l’azione sollecitando il comparto produttivo locale a riflettere operosamente sul senso culturale della propria presenza sul territorio e a comprendere l’importanza e la necessità di quella citata responsabilità sociale che da sempre è alla base di ogni azione umana, caratterizzandone il valore e la bontà finale a favore dell’intero territorio e di tutti i suoi abitanti.

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Il mistero in un antico castello… e nel romanzo di Daniele Maggi, questa sera in RADIO THULE su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 6 marzo duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 11a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata Il mistero dentro di noi!
C’è un luogo assolutamente affascinante, a qualche centinaio di metri dagli studi di RCI Radio… Un antico monastero sulle sponde del fiume Adda che un tempo era un castello, sorto probabilmente prima dell’anno 1000, ove prende corpo una vicenda che intreccia realtà storica e fantasia letteraria dalla quale emerge un mistero… e un romanzo che racconta tutto ciò, ma racconta anche della storia e dell’identità culturale di un territorio e della sua gente – proprio il territorio nel quale ha sede l’emittente da cui RADIO THULE si diffonde nell’etere!
Questo (e molto altro di più) è Il Mistero del Lavello, l’acclamato esordio letterario di Daniele Maggi: entrambi – libro e autore – sono gli ospiti di questa puntata, che vi farà scoprire il romanzo e la sua intrigante storia la quale, appunto, è in fondo la storia di tanti che la puntata l’ascolteranno – ma che senza dubbio affascinerà chiunque dovunque!

maggi-libro-lavelloDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

INTERVALLO – Tengboche (Nepal), Biblioteca del Monastero

monastery-tengbocheIl monastero di Tengboche, conosciuto anche come Dawa Choling Gompa, è un monastero buddista tibetano della comunità Sherpa situato nel villaggio di Tengboche a Khumjung, nella regione di Khumbu nel Nepal orientale e a ridosso di alcune delle più alte e famose vette himalayane, lungo i cui tracciati di avvicinamento si trova. Una zona paesaggisticamente considerata da molti tra le più belle al mondo e purtroppo duramente colpita dal sisma dello scorso aprile.
Situato a 3867 metri, il monastero è il più grande gompa nella regione di Khumbu in Nepal, e contiene una delle più belle e fornite biblioteche di testi sacri buddisti dell’intera regione.
20inside-tengboche-monasteryimagespic020Cliccate sulle immagini per saperne di più (in inglese).

Quando i libri diventano ispirazione per l’arte contemporanea, ed espressione profonda di essa

Un bellissimo progetto artistico che farà parte degli eventi collaterali della prossima 55a Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia e per il quale l’oggetto-libro è fondamentale sia in senso teorico che pratico è I libri d’acqua, presentato dall’artista napoletano Antonio Nocera con la curatela di Louis Godart e di Laura Fusco.

Leggendo dalla presentazione del progetto…:
Con il progetto “I libri d’acqua” l’artista focalizza l’attenzione sul tema della migrazione come fenomeno sociale totale. Al centro della sua riflessione è posta l’importanza della Antonio-Nocera_photomobilità umana come espressione di una libertà fondamentale di movimento e aspirazione all’emancipazione, che l’artista esprime simbolicamente attraverso il viaggio. Le opere di questo progetto sono dominate dalla presenza del mare, ora chiaro e limpido ora nero come il catrame, ora calmo e rasserenante ora impetuoso e angosciante. Su queste acque galleggiano nidi carichi di esserini che rimandano la memoria ai barconi di migranti che, in tutte le epoche, hanno solcato i mari in cerca di un luogo dove costruire una nuova casa.
Il progetto “I Libri d’acqua” rientra nella tematica sviluppata negli ultimi anni dall’artista con “Oltre il nido”, progetto nato dalla riflessione sul tema della casa come aspirazione primaria e diritto fondamentale dell’essere umano, simbolicamente rappresentato dal nido. (…) Per la realizzazione delle sue opere l’artista attinge dalla millenaria sapienza artigiana veneziana l’uso di materiali pregiati come il vetro e la carta. Per il progetto site specific al Monastero di S. Nicolò, Antonio Nocera realizzerà un grande libro da collocarsi nell’area centrale a cielo aperto del chiostro e l’opera sarà oggetto di donazione al Comune di Venezia nel corso della cerimonia di inaugurazione.
L’installazione principale verrà accompagnata da opere, dipinti e sculture, facenti parte del complesso progetto “I Libri d’acqua” oltre che da un video documentario sulla creazione dell’opera, arricchito da approfondimenti sui temi dell’esposizione con un particolare focus sull’art 13 della DUDU (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)

Trovo – ovviamente, mi verrebbe da dire – molto interessante la scelta di rappresentare il senso tematico del progetto artistico attraverso l’oggetto-libro, appunto: una sorta di (ri)affermazione della potenza di esso, e dell’insuperabile capacità che detiene nel portare il più rapidamente e il più chiaramente possibile un messaggio di valore quale è certamente, e tanto quello alla base del progetto di Nocera. Una facoltà che rende il libro la rappresentazione più vivida e immediata del termine “cultura”, che l’arte visiva contemporanea – a sua volta possente espressione culturale – riconosce (come già fatto spesso, in passato, e come farà ancora in futuro) tanto quanto, purtroppo, la letteratura invece non è più capace di testimoniare, paradossalmente, per proprio autolesionismo editoriale
Cliccate QUI o sull’immagine di Antonio Nocera per visitare il sito web del progetto I libri d’acqua, e conoscerne ogni altro dettaglio.