No, Bormio non è pronta per Olimpiadi così!

Si parla molto di legacy. Quale sarà l’eredità olimpica per Bormio e la Valtellina?
«C’è una legacy tangibile, fatta di strutture come lo Ski Stadium, l’Hospitality Lounge e soprattutto il nuovo impianto di innevamento, che consente di produrre grandi quantità di neve in tempi molto più brevi e potrà allungare la stagione turistica. Poi c’è una legacy intangibile, forse ancora più importante, legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento».

Visto che nelle ultime settimane si è scritto spesso del particolare disagio che la comunità di Bormio manifesta verso le Olimpiadi di Milano Cortina (ne ho scritto qui), delle quali sarà una delle sedi di gara, e non solo in merito alle opere o alla gestione dell’organizzazione olimpica in loco ma pure, e soprattutto, per come l’evento abbia generato fratture nel corpo della comunità e nella sua socialità – la vicenda della Tangenzialina dell’Alute è da tempo sintomatica di ciò – ecco che compaiono sugli organi di informazione locali, che è facile presumere siano i più letti a Bormio e dintorni, numerosi articoli che invece riferiscono di come le Olimpiadi non farebbero che del bene ai bormini e al loro territorio, che tutto è a posto o quasi, che son tutte rose e fiori, che sarà una grande occasione per la località, eccetera.

Affermazioni che, con tutto il personale rispetto per chi le enuncia, appaiono sovente superficiali e forzate, più simili a slogan strumentali di una propaganda narrativa necessaria che a considerazioni obiettive e realmente articolate.

Quella citata lì sopra mi sembra parecchio emblematica al riguardo, per come voglia far credere che per “legacy” a favore di un territorio si debbano intendere le opere citate. Che invece sono beni a vantaggio del solo comparto sciistico, dei quali che ne possa fruire il resto della filiera turistica è tutto da dimostrare e che non portano nulla di benefico alla comunità di Bormio. Nulla.

La reale “legacy” per un territorio che ospita un evento così importante come le Olimpiadi, anche e soprattutto a livello di soldi spesi per realizzarlo, non è certo uno “Ski Stadium” o un nuovo impianto di innevamento artificiale! Piuttosto dovrebbe essere fatta di cose che migliorano la quotidianità di tutta la comunità residente, la quale per giunta ha pure dovuto subire per anni i cantieri legati a quelle opere poco o nulla utili: nuovi servizi a supporto della popolazione, un potenziamento di quelli esistenti, una gestione migliorata dei beni ecosistemici, la risoluzione delle problematiche di sicurezza – materiali e immateriali – che il territorio presenta, una progettazione organica e articolata dello sviluppo socioeconomico territoriale a lungo termine e di sostegno a tutte le economie produttive locali e non solo all’industria del turismo… insomma, cose che possano fare dire, tanto e innanzi tutto agli abitanti di Bormio quanto a chi vi giunge per turismo, che realmente grazie alle Olimpiadi il territorio è migliore di prima ed è meglio viverci o starci rispetto a prima, di essere più legati al suo paesaggio e alla propria identità culturale… di esserne più orgogliosi, ecco.

Be’, temo che non è successo nulla di ciò, che non ci sarà nessuna reale “legacy” tangibile – vogliamo chiamarla eredità, visto che siamo in Italia e magari il termine è anche più chiaro e comprensibile? – a favore di Bormio e dei bormini. E non è “legacy” – eredità – neanche quella «legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento»: perché l’evento finisce e se nulla di veramente concreto e vantaggioso – socioeconomicamente – ha lasciato sul territorio, chi ha maturato competenze, esperienze e crescita personale non saprà come utilizzarla in loco e se ne andrà altrove. Oltre al danno ci sarà anche la beffa, insomma.

No, Bormio non può e non deve essere pronta a tutto ciò, a una così triste e desolante eredità olimpica. La comunità bormina l’ha ben capito, ecco perché il disagio nei confronti dei Giochi sta montando continuamente. E, ribadisco, non è tanto una critica a chi sta lavorando all’evento olimpico ma a chi lo ha gestito in modo così pessimo e poco (o nulla) sensibile ai territori coinvolti. «Forse la piena consapevolezza arriverà solo dopo i Giochi» viene affermato a fine intervista: già, è proprio così. Quando gli atleti se ne saranno andati, i riflettori e le telecamere saranno state spente e delle Olimpiadi ci si ricorderà sempre meno, si vedranno come stanno realmente le cose. E speriamo, sul serio, che non sarà una visione troppo inquietante.

Perché a Bormio le Olimpiadi hanno (anche) provocato un notevole disagio sociale?

Lo scorso 29 dicembre “Il Post”, con un articolo (lo vedete qui sopra) dall’eloquente titolo “Un posto in cui le Olimpiadi invernali non sono benvenute”, si è occupata di Bormio e di come la comunità locale sta vivendo i preparativi delle prossime Olimpiadi di Milano Cortina, per le quali la località valtellinese è sede di gare. “Il Post” elenca le numerose critiche emerse tra i bormini su come sono stati spesi i soldi, sulle opere in ritardo e sul loro impatto ambientale, e fa ben capire il sentore diffuso nella comunità, ampiamente negativo. Un sentore che posso confermare personalmente per testimonianza diretta, viste le volte recenti che sono stato a Bormio – in particolare, per sostenere il Comitato di tutela della Piana dell’Alute dalla ormai famosa e famigerata “Tangenzialina” che la devasterebbe – e l’attenzione costante che ho dedicato a ciò che è accaduto in loco rispetto all’organizzazione olimpica e alle relative opere.

In forza di ciò, pur da forestiero ma proprio per questo in grado di leggere e considerare la realtà bormina con uno sguardo differente rispetto alla comunità locale, trovo che buona parte del disagio della comunità bormina è stato generato non tanto dalle opere e da come sono state realizzate (anche se, come ho già rimarcato, non si contraddistinguono proprio per cura estetica e integrazione nel paesaggio locale) quanto dall’atteggiamento che da tempo ha assunto l’amministrazione comunale di Bormio: un atteggiamento di chiusura al dialogo con la propria comunità (eccetto ovviamente che con i propri sodali), di allontanamento da essa che in certi casi è parso una vera e propria alienazione dalla realtà comunitaria, di carenza di lealtà verso i concittadini oltre che di generale superficialità nella gestione delle questioni legate alle Olimpiadi. Ho còlto personalmente una situazione tanto triste quanto sconcertante, una coesione smarrita, fratturata, come di un “potere” arroccato nel proprio fortino e di una comunità certamente critica, spesso in maniera attiva (come nel caso del citato Comitato di Tutela dell’Alute) ma anche smarrita, in qualche modo sofferente l’evidente sconnessione in divenire.

Sia chiaro: questa mia non è una riflessione di matrice “politica” nel senso più comune del termine, semmai lo è nell’accezione sociologica e antropologica, allo stesso modo nel quale ho parlato ai bormini della loro Alute e di ciò che rappresenta per loro stessi e il territorio che abitano e vivono. A fronte di quanto ho rimarcato fino qui, a qualcuno potrebbe risultare inevitabile la richiesta di dimissioni dell’amministrazione in carica, le quali da un lato potrebbero “risolvere” o quanto meno sospenderebbero la questione dal punto di vista amministrativo ma forse non da quello sociologico – quantunque mi auguro che le crepe venutesi a creare nella comunità bormina non siano ormai troppo profonde da poter essere sistemate. Invece, a tale proposito, credo invece che l’amministrazione comunale in carica dovrebbe restare al proprio posto e da subito impegnarsi a fondo per rigenerare la coesione smarrita nella comunità, riconnettendosi alla realtà del luogo, al territorio, alla sua anima e riconsiderare le varie questioni aperte al fine di risolverne errori e criticità, al contempo ripristinando l’interlocuzione con la cittadinanza che è l’elemento fondante e ineludibile, tanto più in un luogo e in una comunità di montagna come Bormio, per gestire al meglio il territorio e il suo tempo.

Di sicuro l’amministrazione bormina non può continuare a mantenere l’atteggiamento sconsiderato e deleterio tenuto fino a oggi, chissà poi per quali (in)giustificabili motivi. L’articolo del “Post” dimostra bene come gli amministratori di Bormio si sono messi da soli con le spalle al muro, e ora di fronte hanno una comunità che non può non chiedere conto delle loro iniziative e del modus operandi con il quale sono state portate avanti. Ma, ribadisco, il nocciolo centrale della questione è il bene del territorio e della sua comunità, attuale e ancor più futuro: di fronte a ciò qualsiasi contrapposizione deve infine trovare un punto di equilibrio grazie al quale risolvere gli errori e le criticità, sistemare i danni ed evitarne ulteriori, rigenerare la fiducia reciproca, rimettere al centro dello sguardo condiviso il luogo-Bormio, la sua comunità e la più armoniosa vivibilità condivisa.

Mi pare che la gran parte dei bormini abbiano già dimostrato di saperlo fare: non resta che sperare che anche l’amministrazione locale scelga di farlo e sappia attuare quelle necessarie azioni, riconnettendosi alla comunità che governa, alle proprie montagne e alla realtà che le caratterizza.

[Cliccate sull’immagine per saperne di più.]
(Tutte le immagini presenti nell’articolo, salvo quella de “Il Post”, sono tratte dalla pagina Facebook “Bormini per l’Alute“.)

L’unione di tante persone che “fa la forza” in difesa delle montagne, a Bormio e altrove

Riempie veramente l’animo di gioia e di speranza la visione dell’Auditorium dell’Istituto Alberti di Bormio gremito di persone, lo scorso venerdì per l’incontro pubblico dedicato alla questione della “Tangenzialina dell’Alute” (riassumo per chi non sappia di che si tratta: è la strada – opera “olimpica” – che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nel mezzo della piana dell’Alute, zona paesaggisticamente meravigliosa e emblematica nonché ultima rimasta a vocazione rurale nella conca bormina, al fine di portare gli sciatori più rapidamente agli impianti di risalita ma che agevolerebbe l’urbanizzazione e la cementificazione della piana). Un incontro nel quale si è fatto il punto della situazione e presentato le prossime mosse a difesa dell’Alute, in primis il ricorso congiunto depositato al TAR della Lombardia per chiedere l’annullamento del decreto che ha prorogato i termini per la realizzazione della Tangenzialina, anche in forza degli atti illegittimi compiuti al riguardo dal Comune di Bormio (il quale pubblicamente dichiarava l’opera “sospesa”). Trovate lo stato di fatto della questione e le prossime mosse che verranno messe in atto nel comunicato diffuso dal Comitato per la tutela dell’Alute e dalla sezione di Sondrio di Italia Nostra, qui.

D’altro canto le tante persone presenti lo scorso venerdì, così come nei precedenti incontri pubblici organizzati sulla questione, non sono che una parte ben rappresentativa della maggioranza della comunità bormina che non vuole la tangenzialina, come più volte constatato in passato – anche grazie alla richiesta di un referendum consultivo che il Comune ha negato, temendo chiaramente la sconfitta – e che vuole manifestare palesemente quanto abbia a cuore la tutela dell’Alute e, in generale, dell’intero territorio bormino già ampiamente antropizzato e turistificato.

Tutte quelle persone così partecipi in sostegno della causa a difesa dell’Alute non fanno altro che dare voce a un appello, forte, chiaro e inconfondibile, che si alimenta anche della sensibilità di chiunque abbia conoscenza della vicenda e appoggi la tutela del paesaggio bormino e la cui destinataria è il sindaco di Bormio, in quanto massima carica amministrativa locale prima responsabile – tanto nel bene quanto nel male – di ciò che sta accadendo e referente principale – idem come sopra – per i cittadini bormini e per chiunque abbia a cuore la località e il suo paesaggio.

Un appello innanzi tutto ad ascoltare il proprio territorio, a ritrovare il dialogo con il suo Genius Loci, a percepirne l’anima identitaria specifica, a relazionarsi in maniera profonda con il suo paesaggio che lo identifica in quanto insieme armonico di geografie naturali e umane, almeno dove l’antropizzazione non abbia già generato guasti.

Un appello a dimostrare attenzione, sensibilità, cura, cognizione, consapevolezza di ciò che è l’Alute, di cosa rappresenta, di quanto il luogo sia fondamentale, per ciò che è, per l’intero territorio di Bormio e della sua conca, e pure di come il luogo verrebbe svilito e degradato se sfregiato come la “Tangenzialina” farebbe, azzittendo il Genius Loci che lì dimora, soffocandone la vitalità sotto l’asfalto e il cemento e per ciò abbruttendo inevitabilmente l’intero paesaggio bormino.

Un appello ad ascoltare, appena dopo il territorio, la sua comunità, che si identifica nell’Alute e che identifica la piana in sé nel legame antropologico ineludibile tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore, nel suo viverla, abitarla, frequentarla, considerarla parte della propria dimensione vitale, della propria quotidianità, della propria relazione con il luogo e dell’inestimabile valore culturale, nel senso più ampio della definizione, che rappresenta.

È un appello a porsi di fronte all’Alute, a osservarla, a percepirne i profumi e i suoni, a coglierne la presenza peculiare nel territorio circostante, a sentirsi parte di essa in quanto elemento del paesaggio antropico, a domandarsi quanto sia importante e salutare per sé l’Alute e quanto si voglia essere realmente importanti e benefici per essa.

E poi chiedersi, infine, se si abbia veramente il coraggio di guastarla, sfruttarla, degradarla, banalizzarla, consumarla, rovinarla con una grande strada che impropriamente si definisce “tangenzialina” e con le conseguenze inevitabili che per lungo tempo comporterebbe, forse irreversibilmente.

Ecco perché tutte quelle persone che hanno a cuore la difesa dell’Alute sono così belle da vedere e infondono così tanta speranza. Non solo per la salvaguardia della piana e del territorio bormino ma, in molti modi emblematici e esemplari, per tutte le nostre montagne cioè ovunque possa palesarsi una simile manifestazione collettiva di cura e sensibilità a supporto della loro tutela.

Occorre solo augurarsi che il sindaco di Bormio e la sua giunta sappiano ascoltare tale appello cogliendone il senso, la sostanza, il messaggio e la richiesta fondamentale. Per l’Alute, per i bormini, per tutti.

Nota finale, ultima ma non ultima: durante l’incontro è stato rinnovato un altro appello, altrettanto importante e accorato, a tutti i cittadini (bormini e non) per contribuire a sostenere le spese legali necessarie alle azioni in corso, ben sapendo che, come è stato affermato, «Ogni donazione è un mattone fondamentale per costruire la difesa del nostro patrimonio». Le donazioni possono essere effettuate tramite bonifico bancario al seguente IBAN, intestato al “Comitato promotore referendario a tutela dell’Alute”: IT 38 A 05696 52260 00000 3719X39 

L’ambiguità del Comune di Bormio è un altro ottimo motivo per continuare la lotta in difesa della piana dell’Alute

La verità che è emersa lo scorso 16 ottobre dall’aula del Tribunale Amministrativo Regionale nel corso della seduta dedicata alla vicenda della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio – la nuova strada, opera “olimpica”, che con la scusa di togliere il traffico turistico-sciistico dal centro della località per portarlo direttamente agli impianti di risalita, in realtà distrugge l’ultima, bellissima piana agricola della conca bormina e vi agevola la speculazione edilizia e la cementificazione – è che il Comune di Bormio ha formalmente “ingannato” i propri cittadini, sostenendo che l’opera fosse sospesa ma in realtà deliberando la riprogrammazione dell’inizio dei lavori nel tentativo di “fuggire” da un probabile procedimento legale, come ha ben spiegato il comunicato stampa congiunto del Comitato Tutela dell’Alute e di Italia Nostra [1] e parimenti questo articolo su “Il Fatto Quotidiano”.

Dunque, la Giunta comunale in carica sta permettendo – come hanno denotato in tanti, a partire ovviamente dal Comitato suddetto in lotta ormai da anni contro l’opera – la devastazione di una zona che, come ho raccontato lo scorso 24 agosto durante il mio intervento nell’incontro pubblico tenutosi sul tema a Bormio, è rimasta l’unica a custodire il Genius Loci bormino rappresentando un paesaggio identitario di inestimabile valore storico e culturale per la comunità tanto quanto per i turisti, in mezzo a un territorio altrimenti parecchio turistificato, e lo sta facendo per realizzarvi un’opera palesemente inutile se non – come accennato – a vantaggio di speculazioni immobiliari devastanti e dannose innanzi tutto proprio per la comunità locale, e tutto ciò, come visto, agendo di nascosto, ben sapendo di essere nel torto e in antitesi a ciò che vorrebbero i bormini stessi. I quali tempo fa hanno firmato in migliaia, ben oltre il numero richiesto dalla legge, per chiedere un referendum sulla Tangenzialina che il Comune non ha concesso.

Per tutto ciò e oltre a quanto già rimarcato, mi permetto di osservare che la Giunta bormina ha mancato di adempiere anche, se non innanzi tutto, ai doveri etici e morali che dovrebbero guidare l’amministrazione di un territorio e della cosa pubblica che lo caratterizza. Doveri che includono l’integrità etica e personale (la mancanza di trasparenza citata), il contrasto a sprechi (la Tangenzialina dell’Alute costerebbe 7 milioni di Euro) e l’uso oculato dei beni pubblici, tra i quali c’è il territorio naturale, il rispetto della missione istituzionale e il rifiuto di favoritismi – ad esempio a quei soggetti che potrebbero avere interessi alla lottizzazione immobiliare della piana.

In poche parole, con la vicenda dell’Alute il Comune di Bormio sta dimostrando di non riservare alcuna attenzione e tutela al proprio territorio promuovendone anzi il consumo speculativo e la sua svendita a interessi che nulla di vantaggioso potranno portare alla comunità locale.

Un pasticcio politico e amministrativo parecchio desolante, insomma, posta poi la bellezza assoluta della conca di Bormio e il degrado del suo paesaggio che scaturirebbe dai lavori nell’Alute, oltre a quanto già imposto al territorio dalle altre opere legate alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina.

Posta tale inquietante – oltre che desolante, come detto – situazione, che fa della vicenda della “Tangenzialina” una di quelle più emblematiche della turistificazione insensata delle Alpi lombarde e italiane, è quanto mai necessario continuare con il massimo impegno e altrettanta determinazione la lotta per la tutela della piana dell’Alute fino alla cancellazione definitiva del terribile progetto: una lotta che, vista l’importanza turistica e culturale di Bormio e la peculiare bellezza del suo paesaggio, non è solo dei bormini ma di tutti gli appassionati di montagna. La si può continuare già da domani sera, giovedì 20 novembre, grazie all’incontro i cui dettagli vedete nella locandina lì sopra: sarà importante partecipare, per chi potrà, e per chiunque altro è necessario sostenere tale lotta così emblematica, per il bene futuro del territorio bormino e di ogni altro luogo montano sottoposto a progetti del genere nonché, assolutamente, di tutte le nostre montagne e delle loro comunità.

[1] Senza nulla togliere alle altre sezioni di Italia Nostra, quella di Sondrio e della Valtellina è un po’ la sezione “per eccellenza” dell’associazione, che venne fondata nel 1955, insieme ad altre figure di prestigio, da un grande valtellinese come Antonio Cederna.

Il “Premio Marcello Meroni” non è un semplice “premio”

[Tutti i premiati con i candidanti dell’edizione 2025 e gli organizzatori del Premio.]
Il Premio “Marcello Meroni” non è un “semplice” premio. Non lo è perché intitolato a una persona veramente eccezionale come era Marcello Meroni, astrofisico, alpinista di livello eccelso, istruttore Nazionale di Alpinismo, persona di grandissima intelligenza e di altrettanta modestia. E non lo è perché dedicandosi a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali, ne riconosce le grandi qualità, che sono anche se non soprattutto umane.

Una prerogativa della quale mi sono nuovamente potuto rendere conto sabato scorso a Milano, partecipando alla premiazione dei vincitori del “Meroni” 2025 nella prestigiosa cornice della Sala Alessi di Palazzo Marino, e ritrovandomi in mezzo a gran belle persone, di valore prezioso, dai talenti molteplici, capaci di fare cose realmente eccezionali ma come fossero “normali” – tutta gente di montagna o sulla quale è di casa, per giunta, garanzia di consonanza intellettuale e spirituale. Donne e uomini, insomma, che è un inestimabile privilegio conoscere e frequentare, persone eccezionalmente normali – ma potrei dire per loro è l’eccezionalità a essere “norma” – che per ciò ringrazio di gran cuore: Nicla Diomede, Laura Posani, Luca Calvi, Flavia Cellerino, Anna Staffini Cammelli, Anna Giorgi, Claudio Gasparotti, tutti i vincitori delle varie categorie e le persone che hanno ricevuto la menzione d’onore e, last but non least, Marco Soggetto e Annamaria Gremmo la quale con me ha candidato e presentato il vincitore della sezione “cultura” del Premio, Giovanni Baccolo.

Perché ho deciso insieme ad Annamaria di candidare proprio lui? Be’, banalmente (per così dire) potrei rispondere perché ha scritto un libro fenomenale come “I ghiacciai raccontano, dove la narrazione della glaciologia e del fascinoso mondo dei ghiacci terrestri articolata da Giovanni è proprio “eccezionalmente normale”, cioè capace di raccontare cose a volte anche complicate con una chiarezza e comprensione divulgative più uniche che rare, che pure le persone “normali” (espressione sciatta ma comune, come sapete) possono comprendere.

Ma sarebbe una risposta fin troppo facile, appunto; in realtà c’è di più, dal mio punto di vista.

Nel 1994, il primo di agosto ai “Colloqui di Dobbiaco”, Alexander Langer (altra figura eccezionale, senza dubbio alcuno) proferì quella famosa riflessione, in verità una domanda: «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?» Conversione che già allora appariva necessaria per come le avvisaglie del cambiamento climatico in corso fossero sempre più evidenti. Be’, sono passati più di trent’anni ma quella riflessione, quella domanda di Langer è ancora senza una buona risposta. O per meglio dire: le risposte ci sarebbero, ormai ben definite, ma ancora non desideriamo di considerarle veramente.

Forse, questa nostra mancanza di responsabilità collettiva ci deriva anche dal fatto che non sappiamo e non vogliamo ancora renderci conto di ciò che da decenni fino a oggi ci dice la scienza, con i suoi dati tanto inequivocabili quanto scomodi, fastidiosi, indesiderati appunto. E forse è stata un po’ una mancanza della scienza, il fatto che ancora non si desideri ascoltare le sue verità nonostante siano le nostre verità, ciò che noi siamo e che è il nostro mondo.

Ecco, Giovanni Baccolo è uno scienziato che, proprio con uno degli elementi geografici del nostro mondo e delle nostre montagne fondamentale quale è il ghiaccio, ha proprio la capacità di farci desiderare di saperne sempre di più, di essere sempre più consapevoli di ciò che ci sta accadendo intorno e dunque di rimetterci in relazione autentica con il mondo che viviamo così da essere un elemento finalmente benefico, per quanto ci è possibile, e non più negativo come troppo spesso siamo stati, noi genere umano, fino a oggi. Se un cambio di paradigma potrà avvenire, riguardo la nostra presenza nel mondo e l’impronta antropica che vi generiamo, così determinante anche per la storia recente e futura dei ghiacciai, è anche grazie a persone “eccezionalmente normali” come Giovanni.

Per questo sono stato veramente felice che la giuria del “Premio Meroni” abbia accettato la candidatura di Giovanni ritenendola meritevole del riconoscimento. Perché se lo è meritato lui e, se così posso dire, ce lo siamo meritati noi che abbiamo la fortuna di poterlo ascoltare e di saper imparare da lui.

Ecco anche perché il “Premio Meroni” non è soltanto un “semplice” premio. È un premio eccezionale, perché riconosce – e fa conoscere – persone all’apparenza normali che viceversa fanno cose “fuori dal mondo”, da quel mondo ordinario dove invece troppo spesso viene ritenuta eccezionale la vacuità e che tuttavia potrà salvarsi – dostoevskijanamente – proprio grazie alla bellezza profusa da certe persone normalmente eccezionali.

Di nuovo grazie di cuore a tutti quelli che hanno contribuito in ogni modo, attivamente ma anche solo con la presenza nel pubblico in sala, a rendere l’evento così bello e potente.

P.S.: su “Fatti di Montagna” trovare un bel resoconto della cerimonia di premiazione, mentre nella sezione “Altri Spazi” del blog di Alessandro Gogna trovate le motivazioni dei premi assegnati.