Zygmunt Bauman e l’importanza fondamentale del dare un nome alle cose (reload)

(Zygmunt Bauman, © Umberto Rigotti)

Un anno fa ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.

Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.

Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.

Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Bauman mancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.

P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.

Scrivere la (propria) storia sulla geografia

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]
Sul libro “rilegato” che è il territorio vissuto, abitato e modificato dall’uomo nel corso del tempo, sulle sue pagine di terra e roccia a volte ben spiegate, altre volte ripiegate o sovrapposte, ad ogni occasione vedo nitidamente un’estesa scrittura, una calligrafia a volte fitta, minuziosa, altre volte più rada ma pressoché sempre tracciata, stilata, che io intuisco (in una virtuale visione del territorio a volo d’uccello – ma è una percezione che formulo sempre, cioè ogni volta cammino attraverso un territorio e ho l’occasione di osservarlo da una sua pur minima sopraelevazione) proprio come un insieme di segni e grafemi di un testo simil-alfabetico che le genti di questa zona hanno steso, scritto, qualche volta cancellato e poi riscritto lungo i secoli. Mi ricorda certi manoscritti medievali fittamente compilati ma, qui, con un diverso ordine grafico inevitabilmente imposto dalla morfologia della superficie da scrivere così come dalla funzionalità pratica del segno inscritto nonché, io credo, pure da particolari condizioni emotive o predisposizioni d’animo (ordine che a sua volta, lavorando d’immaginazione, mi riporta alla mente certe sperimentazioni artistiche proprie della poesia visiva novecentesca).

Trovo che la cosa diventi del tutto evidente proprio studiando una mappa di qualsiasi territorio (ovvero l’unico strumento che può donare la suddetta visione a volo d’uccello senza necessitare d’un qualsiasi aeromobile) che sia dotato d’una stratificazione – o di una compilazione – antropica assai diffusa e storicamente lunga diversi secoli: la trama delle vie di transito, rurali o meno, dei segni della presenza umana, della coltivazione dei boschi e dei pascoli, dei nuclei abitati e di ogni altra cosa simile è fitta, articolata e strutturata similmente a quella d’un testo alfabetico scritto, solo qui dotato di un particolare codice geo-grafemico, appunto. Sentieri, mulattiere selciate o meno, semplici tracce appena abbozzate o strade asfaltate (che in molti casi risultano sovrascritture di più antiche vie di transito), muri, recinti e palizzate, ometti di pietre, croci e santelle, ponti, passerelle, guadi, opere idriche anche elementari, prati, terreni e boschi coltivati ovvero zone disboscate (dacché sovente anche le selve sono il frutto delle “scritture” dell’uomo, quantunque il loro aspetto non lo farebbe supporre), cave, miniere e scavi, pozzi, edifici d’ogni genere e sorta, dai più minuscoli ai più grandi, stabili rurali e funzionali alle attività umane, nuclei residenziali abitati oppure ormai abbandonati, spazi di varia natura che presentano una frequentazione, tracce di passaggio o una qualche forma di sfruttamento antropici, testimonianze rupestri… tutti questi sono i segni della scrittura dell’uomo sul territorio, sono il testo attraverso il quale genti diverse lungo i secoli hanno narrato la loro presenza storica in quella parte di mondo, il senso e la sostanza della loro vita quotidiana, a volte la percezione pratica oppure emotiva del paesaggio, le proprie necessità e le aspirazioni al riguardo, il gusto estetico, altre volte la lotta con esso per la resilienza e la sopravvivenza più dignitosa contro la durezza del territorio e le forze naturali – una lotta a volte palesemente vinta, altre volte no.

Ovunque io vada, per territori domestici e ben conosciuti così come per zone che attraverso per la prima volta, ricerco e scruto i segni inscritti nel paesaggio, spesso li identifico come il testo primario fondamentale per capire dove sono, cosa è il territorio in cui mi muovo, il presente di quale storia umana sto vivendo e attraversando, quale dialogo tra genti e paesaggio sto cercando di comprendere e quale trama mi viene narrata, qui. Intuisco vividamente il senso della definizione che il celebre storico dell’architettura svizzero André Corboz ha coniato al riguardo: il territorio come palinsesto, come superficie continuamente modificata, scritta, sovrascritta, cancellata e riscritta nuovamente, sia dai fenomeni naturali – su scale temporali ordinariamente non intuibili – e sia, soprattutto, dall’intervento consapevole dell’uomo. Il tutto genera un continuo processo di trasformazione del paesaggio, come fosse un testo in costante evoluzione alla cui scrittura possa contribuire chiunque viva e frequenti quel paesaggio, similmente a quanto accade in letteratura con la scrittura collettiva: in effetti una comunità sociale che interagisce con il proprio territorio può essere considerata un “collettivo antropologico”, unito da un intento di sopravvivenza (dacché concretamente “sopra-vivente”, vivente sopra) il proprio territorio. Corboz non poteva scegliere vocabolo più adatto, a ben vedere: “palinsesto” rimanda direttamente all’atto dello scrivere e del riscrivere (è parola greca, palímpsestos, che significa “grattato di nuovo” o “grattato due volte”), ma pure nell’accezione tecnica contemporanea di “sequenza temporale organizzata dei messaggi offerta da un’emittente a un pubblico ricevente”, il vocabolo si adatta perfettamente al caso nostro, ove l’emittente è il territorio/paesaggio, i messaggi quelli leggibili nei segni antropici su di esso inscritti e il pubblico, ovviamente, chiunque attraversi il territorio in questione e ne indaghi il suo paesaggio.

Il paesaggio nella testa

[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?

Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.

La stupidità alla fine genera la follia

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

[Immagine tratta da greatmystery.org, fonte qui.]
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)