La fine (?)

[Foto di Martin Sanchez da Unsplash.]
Mah, forse si sta tanto qui a dire, fare, disfare, disporre, obiettare, ipotizzare, decretare, prevedere, e poi questo Covid-19 sarà veramente l’evento che metterà la parola “FINE” al genere umano, un po’ come narrato da certi romanzi di fantascienza.
Chissà.

Be’, nel caso, potremo prenderla come il buon Shakespeare:

Di morte mangerai, che mangia gli uomini, | e il morir finirà, morta la morte.

(Sonetto CXLVI, da I sonetti, a cura di Rina Sara Virgillito, Newton Compton, 1988.)

P.S.: comunque, quasi tutti quei romanzi di fantascienza che narrano di morbi letali raccontano pure di sopravvissuti, pochi o tanti, ai quali resta dunque il compito di ricostruire la civiltà umana. Se questo dopo tutto possa considerarsi un “finale a lieto fine”, non lo so. Pensate ad esempio se, per un inopinato e spaventoso caso, i sopravvissuti siano un gruppo di seguaci di QAnon. Ecco.

P.S.#2: suvvia, non preoccupatevi. L’umanità non finirà con il coronavirus. Be’… però forse con quelli di QAnon . Ok, preoccupatevi!

Mattino e pomeriggio (d’autunno)

[A sinistra: Grigori Grigorjewitsch Mjassojedov, Mattino d’autunno, olio su tela, 1893. A destra, Alessia Scaglia, Pomeriggio d’autunno, fotografia digitale, 2020. Cliccateci sopra per ingrandire.]

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno.

(Sören Kierkegaard, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.40.)

Ovvero: qualsiasi sia l’epoca, l’immaginario culturale, la visione, la percezione, il media o l’ora del giorno, il fascino dell’autunno resta qualcosa di profondo e ammaliante come poche altre cose.

La lebbra della politica

Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prender posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino a intaccare quasi la totalità del pensiero.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da www.andreameregalli.com, qui.)

(Simone Weil, Senza partito, traduzione di Marco Dotti, Feltrinelli, 2013, pag. 41. Citata da Paolo Nori nel suo sempre illuminante blog – la cui lettura non smetterò mai di sollecitare – qui.)

Che i partiti politici siano una lebbra per il pensiero e la democrazia e per la democrazia del pensiero, come scrive con insuperabile chiarezza Weil, è una cosa talmente evidente, ma talmente evidente, da essere (incredibilmente, ma forse no) ignorata da tanti. Come molte altre cose del mondo contemporaneo la cui evidenza è direttamente proporzionale all’importanza che hanno per il bene comune e della società in cui viviamo, e per questo vengono drasticamente osteggiate dal “potere” così ben rappresentato dai partiti politici, guarda caso, che trovano consensi proprio dove c’è quella così inopinata “cecità” di visione e di intelletto – guarda caso bis.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da qui.)

Solo l’opera di un imbranato

In quanto artista, invidio le persone che traggono conforto dal credere che le loro creazioni sopravvivranno, verranno discusse e in qualche modo li renderanno immortali, più o meno come succede nell’aldilà dei cattolici. L’inghippo è che tutti coloro che discutono le opere lasciate dall’artista e ne elogiano la grandezza sono vive e mangiano pastrami, mentre l’artista se ne sta in un’urna funeraria o sepolto nel Queens. Sapete quanto se ne fa Shakespeare di tutta la gente che canta le sue lodi; e verrà il giorno – remoto, certo, ma state pur certi che verrà – in cui tutte le opere di Shakespeare scompariranno, malgrado gli intrecci brillanti e i raffinati pentametri giambici, e lo stesso succederà a ogni pennellata di Seurat e ogni atomo dell’universo. Dopo tutto, siamo solo un incidente nell’universo. E neanche il prodotto di un’intelligenza benevola, ma solo l’opera di un imbranato.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.83.)

Camminare sulle parole #3

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. I primi due articoli sono qui e qui.)

Quando ho effettuato il “sopralluogo” lungo questo tratto del Sentiero Rusca in preparazione del cammino letterario, ricercando gli elementi fondamentali del paesaggio d’intorno, uno di essi si è imposto subito come potente più d’ogni altro e per questo ineluttabile: il rumore dell’acqua del Torrente Mallero, qui quasi sempre parecchio impetuoso. E ho pensato che una delle cose che fanno ritenere a molti “brutto” questo tratto del Sentiero Rusca è proprio l’essere una sorta di alzaia “imboscata” dell’argine in cemento del corso d’acqua; poi, ho pensato pure a una circostanza di qualche tempo fa, quando sentii alcune persone, in un altro luogo montano lungo un simile torrente, lamentarsi del “frastuono” dell’acqua che impediva loro di parlare senza alzare la voce, chiedendomi nuovamente, ora come allora, come si possa considerare fastidioso un suono tra i più vitali che la Natura offra all’orecchio umano. Quindi, dopo tutte queste meditazioni, m’è venuto in mente La strada era l’acqua, il libro di Davide Sapienza dal quale ho tratto la citazione impressa sul Sentiero Rusca (la si trova a pagina 70 del volume) e quel bellissimo parallelismo tra l’esistenza dell’uomo e il corso di un fiume, entrambi dotati di un proprio suono da ascoltare, comprendere e le cui pur (all’apparenza) inopinate armonie seguire per poterle “navigare” al meglio.

Poi, in un gioco di continui rimandi mentali che l’osservazione e l’ascolto del Mallero mi sollecita(va), ho còlto un altro parallelismo qui presente, tra due flussi di simile rumore ma ben diversa vitalità: quello del torrente, dell’acqua fonte di vita che dai monti scende verso il fondovalle e la pianura, e quello della carrozzabile della Valmalenco, in un momento nel quale sulla stessa il traffico era particolarmente intenso, rumoroso (nel senso più disturbante del termine), puzzolente (stavano passando tre TIR uno dietro l’altro) e inquinante. Eppure il rumore di quei due “flussi” così diversi è molto simile, appunto: e quale diverso impatto, ambientale e culturale, sul paesaggio (sonoro e non) della valle! Il primo, quello del torrente, è un suono del tutto contestuale al paesaggio locale dacché ne è parte formante e integrante; il secondo, decontestuale seppur ormai tristemente “storicizzato” in quell’ambito paesaggistico, ne è diventato parte integrante senza esserne parte formante. È l’esemplificazione concreta di un paradosso tra i maggiori che un po’ ovunque il paesaggio alpino antropizzato manifesta: la presenza di elementi avulsi al contesto paesaggistico e ad esso imposti sovente con la forza e dietro motivazioni altrettanto spesso fallaci ma ormai ritenuta, quella presenza, ordinaria, normale anzi, “utile”. Ma è realmente utile e funzionale alla bellezza del paesaggio ciò che, se non in armonia con esso, finisce inevitabilmente per apportarvi danni poi ignorati per mere umane convenienze?

Sono allora tornato, dopo queste riflessioni, a osservare il Mallero, il moto delle sue acque, apparentemente sempre uguale ma in realtà sempre diverso, così fremente, dinamico, energico, e così costantemente in azione nei confronti del paesaggio sia materialmente (l’acqua che dà vita al territorio e col tempo lo trasforma) e immaterialmente (il suono dell’acqua che forma la nota fondamentale del paesaggio sonoro locale), mi sono lasciato incantare dall’osservazione dei mulinelli, delle cascatelle, delle numerose, piccole e meno piccole rapide, della miriade di correnti… come si può dire di questo tratto che sia “brutto” quando è vitalizzato da una così potente bellezza fluida? Una bellezza che supporta con vigore ciò che scrive Davide Sapienza perché ne diventa una rappresentazione visiva perfetta per chiunque cammini lungo questo tratto del Sentiero Rusca: «E ogni storia, ogni racconto, ogni cammino, anche se lo avrai ascoltato e ripetuto cento, mille volte, sarà sempre una scoperta.» Perché anche il paesaggio è sempre una scoperta, e forse lo è o lo può essere soprattutto dove si pensa o ci viene detto che non lo sia, che sia poco interessante, noioso, brutto. Basta guardarsi intorno e, qui, ascoltare, per capire che non è così.