Il ponte con una città intorno

[Foto di Simon Infanger da Unsplash.]

Il Kapellbrücke. Forse unico vero monumento lucernese in senso identitario e identificante, il “Ponte della Cappella” serpeggia appena a valle dell’effluenza della Reuss dal lago con il suo strano andamento sghembo, la struttura coperta in legno, i pannelli triangolari dipinti con scene storiche e mitologiche elvetiche (una specie di cartoon didattico del XVII secolo) e la torre ottagonale, un tempo tesoreria cittadina e prigione, oggi negozio di souvenir (che i lucernesi potevano francamente evitare: è un po’ come vedere un tale in bermuda e ciabatte ad una cena di gala!)
Ma il suo valore non è tanto dato da quanto offra architettonicamente e artisticamente, semmai dalla sua storia recente. Il 18 agosto 1993 il ponte venne quasi totalmente distrutto da un incendio, che ridusse in cenere anche molti dei pannelli dipinti; meno di 8 mesi dopo, venne riaperto al pubblico, ricostruito tale e quale l’originale. Lucerna senza il suo Kapellbrücke era ferita, sfregiata, monca – come immaginarsi il David di Donatello decapitato, o la Primavera del Botticelli con uno squarcio nel mezzo: un’offesa che i lucernesi non potevano sopportare troppo a lungo.
È, il ponte, prova d’orgoglio della città e parimenti di cruccio (buona parte dei pannelli distrutti non vennero sostituiti e ora sul ponte si presentano vuoti, a ricordare quanto accaduto e quale monito a come basti un nulla per rischiare di perdere qualcosa di tanto prezioso per gli occhi e, soprattutto, per l’animo), e rappresentazione d’un discernimento e di un pragmatismo di stampo antico e di sapore ancora vagamente devozionale genetici, direi, messi nel freezer della storia dal passare del tempo e della vita ma ineliminabile retaggio posto oggi al servizio delle convenienze del presente, quello che vede frotte di turisti ingolfare e far vibrare le lignee strutture sospese sull’energica Reuss. In effetti, percorrere il Kapellbrücke è un po’ come transitare per l’aula dell’ONU durante un’assemblea plenaria, e fa capire perfettamente quanto Lucerna sia ritenuta e divenuta meta turistica ambita in ogni angolo del pianeta, per ogni razza, cultura, civiltà. Tutte a passeggio leggero e spensierato dentro l’aorta cittadina, senza crucci e, temo, in certi casi pure senza orgogli.

Sì, questo è un brano tratto da

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più al riguardo e ricordate che a Natale è certamente d’uso scambiarsi doni ma è anche bello farseli a se stessi, no? Ecco, dunque – mi permetto di suggerire – potreste regalare Lucerna, il cuore della Svizzera a qualcuno e regalarvi un viaggio (anche breve: la vicinanza con il confine italiano lo permette) in città, magari proprio nel suggestivo clima natalizio-invernale che la rende ancora più bella e per gustarvi una passeggiata sul meraviglioso Kapellbrücke e viverne l’inimitabile fascino. Una bella idea, non vi pare?

La neve mirabile di Contencin

[Il Breithorn e la valle di Lauterbrunnen visti da sopra Wengen, Svizzera.]
Siamo ormai in inverno e di “artisti della neve”, se posso definire così quelli che hanno saputo ritratte soggetti e paesaggi invernali innevati con particolare suggestione, ce ne sono molti e alcuni risultano celeberrimi, inutile dirlo. Tra quelli forse meno noti (anche perché non faceva l’artista di mestiere) ma di grande fascino vi è il pittore francese Charles-Henri Contencin, tra i più capaci nel rendere per così dire “palpabile” l’atmosfera invernale dei paesaggi ritratti, tanto classici nello stile quanto intensi nell’impressione cromatica, nella raffigurazione dei giochi di luce e dei contrasti tra il biancore nevoso e gli altri elementi naturali o antropici, come si può ben vedere dalla minima ma significativa selezione di immagini che vi propongo qui. Ciò non a caso, dato che Contencin passò l’infanzia dai nonni nell’Oberland Bernese e fu poi un buon alpinista, socio di lungo corso del Club Alpino Francese, dunque la montagna in primis la conobbe e la visse concretamente, per poi poterla raffigurare così vividamente nelle sue opere: non dei capolavori rivoluzionari, senza dubbio – Contencin fu soprattutto un mirabile paesaggista classico che d’altro canto di professione faceva il responsabile delle strutture di ingegneria della SNCF, le ferrovie francesi – ma un artista che certamente, se bisogna pensare all’inverno e alla neve in arte, figura tra i primi nomi citabili, ecco.

[La Route de Saint-Gervais a Megève, Francia.]
[Tignes Les Boisses, Francia.]
[L’Aiguille de Varan vista dalla Valle del Montjoie, Savoia, Francia.]
[La Wengernalp in inverno guardando verso la Jungfrau, Oberland Bernese, Svizzera.]
P.S.: le immagini delle opere qui pubblicate sono tratte dal sito web della John Mitchell Fine Paintings, galleria d’arte di Londra specializzata nella pittura “alpina” e di paesaggio, sulle quali pubblica annualmente anche dei bellissimi cataloghi di opere.

P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.

Lina Wertmüller

[Foto di Augusto De Luca, da www.flickr.com, CC BY-SA 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Sa, io lavoro sempre. Scrivo. Qualche volta quello che metto su carta diventa un film, altre volte no. Però scrivo sempre. La chiave di tutto è il racconto.

[Da un’intervista a Maurizio Di Fazio di martedì 22 settembre 2015 su trovacinema.repubblica.it.]

Ecco, il racconto: che, quando fatto ad arte come Lina Wertmüller sapeva fare, illumina la realtà, indaga e scopre la verità delle cose, genera consapevolezza e riflessione, crea preziosa memoria. Gli italiani sono stati grandi maestri del racconto, ora temo lo siano meno o lo siano in un modo assai meno efficace di un tempo e, forse, più sterile. Per questo un’artista così capace di raccontare qualsiasi cosa come lei, libera, ribelle, ironica, sagace, vitale, anarchica nonché donna meravigliosa, all’Italia mancherà certamente molto.

Un’opera d’arte?

Che cos’è un’opera d’arte?

Questa è  probabilmente una delle domande più dibattute da sempre dalla civiltà umana, una domanda dalle mille risposte e dunque di nessuna risposta assoluta, di certo non risolvibile nell’opinione più comune – pur comprensibile, senza dubbio – che rimanda al mero valore estetico di un manufatto, dunque che l’opera d’arte sia “qualcosa di bello e gradevole”, qualcosa che deve piacere e basta. No, perché fin da quando l’umanità ha cominciato a produrla e ancor più dal momento in cui, nell’era moderna e contemporanea, è andata oltre il solo ed evidente valore estetico assumendone numerosi altri, l’arte non è mai una cosa troppo “semplice”, anzi: a volte quella più grande e rivoluzionaria è stata, almeno inizialmente, la meno apprezzata e capita se non la più vilipesa, proprio perché spesso troppo semplicemente analizzata e per ciò incompresa.

A tal proposito: e se pensassimo che un’opera umana brutale”, per certi versi rozza, per tanti altri aliena e impattante come un gigantesco muro di calcestruzzo armato piazzato in mezzo alle montagne a trattenere una gran massa d’acqua – una diga, sì – possa rappresentare una risposta a quella domanda? E parimenti con essa rappresentare ovvero raccontare alcuni dei più importanti valori ulteriori a cui ho accennato?

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]
Una risposta bizzarra, inopinata, disturbante, forse inammissibile. O forse no.

Con una silenziosa obiezione

Nonostante diverse opportunità di farlo, non sono mai tornato sulle Montagne Bianche. Preferisco non vedere ciò che i turisti, le strade, le segherie e le ferrovie gli hanno fatto subire. Sento ancora dei giovani – uomini che non erano nemmeno nati all’epoca in cui salii per la prima volta “in cima” – parlare con entusiasmo delle meraviglie di quel luogo. Con una silenziosa obiezione, concordo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.139)

Per la cronaca: le “Montagne Bianche” – White Mountains – sono una catena montuosa nello stato americano dell’Arizona della quale Leopold, nel volume qui citato, racconta lo sviluppo industriale e turistico che nella prima metà del Novecento ne ha modificato paesaggi e identità di luogo. Ovvero: tutto il mondo è (è stato) paese anche in tema di antropizzazione maldestra e dannosa delle montagne – ma ciò non rappresenta affatto una consolazione per noi abitanti delle Alpi, già.