Un capolavoro di ingegneria vernacolare

Uno dei capolavori di ingegneria vernacolare che si possono ammirare sui monti della mia zona è senza dubbio la mulattiera gradonata selciatarissöl o ressöl, in bergamasco – che a Torre de’ Busi dalla località Maglio sale fino alle case di Ceresole, inerpicandosi sul ripido fianco destro della Val Ovrena per superare un dislivello di oltre 350 metri – la vedete nelle immagini a corredo di questo mio scritto, cliccateci sopra per ingrandirle.

Di probabile costruzione sette-ottocentesca ma sicuramente ricalcante vie rurali più antiche almeno di qualche secolo (i pascoli alti presso cui si dirige sono sfruttati stabilmente fin dal Trecento) e ancora sostanzialmente ben conservata, presenta una spettacolare sequenza di tornanti a volte assai fitti che fa pensare alle ardite carrozzabili di certi passi alpini tra i più suggestivi e rimarca la perfetta lettura da parte dei costruttori della morfologia del versante montuoso, trovando la linea migliore sul terreno ovvero quella in grado di equilibrare alla perfezione percorso, rapidità di ascesa, pendenza e dislivello, manifestazione di una relazione esperienziale con la montagna che univa antiche conoscenze, necessità funzionali e maestrie costruttive. Il tutto con una larghezza che non scende mai sotto il metro ma di frequente è ben maggiore, e una struttura costruttiva tradizionalmente bergamasca che presenta tutti gli elementi tipici di tali opere: il rissöl ovvero la selciatura propriamente detta, la cortelada cioè il cordolo di pietre piatte che delimita il percorso, la renèla formata da una fila di pietre messe in verticale che agevolava l’ascesa e sostanzialmente fa da alzata al basél, il gradino vero e proprio, oltre alla frequente presenza di muri a secco a monte se non su entrambi i lati del percorso.

La mulattiera appare così tanto possente e sicura quanto armoniosa e esteticamente affascinante, contestuale al luogo e al paesaggio – anche grazie all’utilizzo di pietra locale – del quale rappresenta un elemento sia materiale e di territorializzazione della montagna che strumentalmente immateriale, per come la sua percorrenza rappresenti per molti aspetti la “lettura” di un segno semantico, un codice alfabetico di pietra impresso sul terreno e capace di raccontare la storia delle genti che hanno abitato quei monti, la geografia di essi e innumerevoli altre narrazioni percepibili lungo di essa – a volte assai bizzarre, come la presenza di un casolare isolato, ormai quasi ridotto allo stato di rudere, che decenni fa si diceva essere una sorta di casa d’appuntamenti, presso la quale la privacy dei “clienti” era assicurata dal fitto bosco d’intorno.

Raggiunta Ceresole, la mulattiera continua con percorso meno spettacolare ma di identiche caratteristiche costruttive fino al sublime borgo di Colle di Sogno; sul fianco sinistro della Val Ovrena, invece, corre un altro bellissimo rissöl, probabilmente più antico del primo, che taglia il versante boschivo con traccia regolare palesando un’altrettanta maestria costruttiva la quale raggiunge il suo apice nel bellissimo ponte in pietra che scavalca il torrentello della Val Fredda, a metà percorso circa. Un altro capolavoro di ingegneria vernacolare e di relazione esperienziale con la montagna e le sue peculiarità, come temo sia sempre più difficile ritrovare sui monti contemporanei – anche se resta la speranza di poterne recuperare quanto meno la conoscenza e la consapevolezza culturale, se non propria le capacità realizzative.

Se andrete a percorrerle, vi chiedo di considerarle e trattarle per ciò che effettivamente sono: piccole/grandi opere di arte popolare ovvero di “land art” ante litteram funzionale alla vita sui monti le quali indirettamente, ma manifestamente, oggi rimarcano non solo la loro notevole valenza culturale ma pure la suggestiva, affascinante e atemporale bellezza. Opere che raccontano storie umane vecchie di secoli e richiedono attenzione e rispetto, affinché il loro così grande valore e la cultura locale (identitaria tanto quanto rappresentativa per tutta l’area alpina e non solo) che ne è la fonte primaria siano pienamente compresi e non vadano perduti.

P.S.: qui potete leggere un interessante articolo sui tipici rissöi bergamaschi e trovare i riferimenti di un volume assai illuminante al riguardo.

Donegani, l’ingegnere delle Alpi

[Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande.]
A proposito di Valtellina: da oggi 18 giugno a Bormio, al Mulino Salacrist, c’è una mostra dedicata a un personaggio a dir poco fondamentale per la “conquista” e la territorializzazione moderna e contemporanea dei territori alpini: Carlo Donegani, geniale ingegnere bresciano, progettista di alcune delle strade più ardite e spettacolari delle Alpi, come quelle che superano i passi dello Spluga e dello Stelvio. Questa seconda, in particolare, vero e proprio capolavoro in ambiente montano estremo che restò per molto tempo la strada più elevata d’Europa, rappresenta tutt’oggi un’opera per molti versi emblematica, sia in senso tecnologico riguardo la capacità umana di infrastrutturazione funzionale dei territori alpini, sia in senso culturale e antropologico, per come realizzazioni del genere contribuirono a modificare e sviluppare, spesso profondamente, la relazione umana con le montagne, a partire dalla percezione visiva di esse. Peraltro contribuendo a “inaugurare”, per così dire, il fenomeno della panoramicizzazione del paesaggio alpino molti anni prima dell’avvento di funicolari, cremagliere e funivie, che sancirono definitivamente la “normalità turistica” del fenomeno grazie ai viaggiatori del Grand Tour che giungevano sulle Alpi alla ricerca del sublime alpestre – e tali avventure alpine si svilupparono proprio nel periodo di realizzazione delle strade sui grandi valichi alpini, guarda caso. Si badi bene, riguardo la “conquista” dei panorami: potrebbe sembrare una cosa banale oppure un’ovvietà, detta così oggi, ma l’aver portato la gente comune in cima ai monti ad ammirare i territori alpini e dintorni dall’alto ha letteralmente rivoluzionato il punto di vista diffuso sul loro paesaggio, generando molta parte dell’immaginario comune che ancora oggi rappresenta lo “standard” al riguardo – nel bene e nel male, ma ciò ovviamente non per merito o colpa di Donegani e delle sue strade o degli altri progettisti del tempo a lui assimilabili.

[Immagine tratta dal sito web del Centro Documentazione Donegani.]
D’altro canto, anche solo dal mero punto di vista ingegneristico, indubbiamente i progetti di Donegani lasciano ancora a bocca aperta per l’arditezza delle soluzioni ideate tanto quanto la capacità di metterle materialmente in atto: si consideri che la strada dello Stelvio venne realizzata in soli 3 anni e che fino al 1915 rimase aperta anche in pieno inverno, grazie a un piccolo esercito di spalatori che la mantenevano sgombra dalla neve – in anni nei quali nevicava ben più di oggi, peraltro!

Insomma, una mostra affascinante e molto interessante che, se avrete occasione di passare da Bormio, merita certamente una visita.

Scrivere è come viaggiare

[Foto di Christine Engelhardt da Pixabay.]

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

Aveva ragione Emilio Salgari a sostenere questa cosa, d’altro canto è noto che il grande autore veronese scrisse i suoi romanzi d’avventura ambientati in Malesia e con protagonista il celeberrimo pirata Sandokan senza mai essere stato ne in Malesia ne tantomeno in India o nel Mar dei Caraibi, altre ambientazioni dei suoi romanzi, che invece conobbe e studiò attraverso le pagine di enciclopedie, riviste di viaggi e un gran numero di altre fonti cui attingeva nelle biblioteche delle città in cui visse.

Ma, a parte tali notevoli abilità salgariane, è vero che la pratica della scrittura letteraria ricorda molto quella del viaggio: si parte, da un luogo per la seconda e da una parola o una frase per la prima, si viaggia attraverso territori e fantasie, idee, geografie, intuizioni, storie, eventi, intanto i caratteri messi sul foglio (anche come stampa di un file) tracciano una rotta tra i suddetti elementi esattamente come il viaggiatore la traccia nel suo percorrere il mondo – in fondo è un mondo anche quello che l’autore crea con il suo scrivere, poco o tanto fantastico ma comunque reale e concreto, per il suo lavoro di scrittura: non a caso al riguardo si usa spesso la definizione di “mondi letterari”.

Così i due “viaggi”, quello letterario e quello geografico, interpretano similmente pagine e mappe seguendo visioni e indicazioni, attraversando mete intermedie come tanti capitoli del viaggio stesso, producendo esperienze potenti e utili, se non indispensabili, per il prosieguo del percorso – che potrà essere logico e determinato oppure istintivo e vagabondante, non importa, semmai importa che sia sempre consapevole e relazionato alla dimensione nella quale si viaggia, sia essa quella immateriale delle idee o quella materiale della geografia – esperienze che poi contribuiscono a generare paesaggi, mentali e letterari ovvero territoriali e ambientali che a loro volta diventano elementi identificanti – per la storia scritta o per i luoghi attraversati – e nei quali identificarsi – l’autore nella propria narrazione, il viaggiatore nel territorio che sta esplorando.

Infine, entrambi questi “viaggi” raggiungono una meta – il punto finale che chiude il testo, il luogo nel quale si voleva giungere – che tuttavia non è mai la fine del viaggio, ma il punto di giunzione tra l’arrivo ormai conseguito e una nuova partenza da attuare, dacché mai per l’autore letterario la fine di un testo rappresenta fine della scrittura tout court e mai per il viaggiatore l’arrivo ad una meta comporta la fine del proprio viaggiare.

Non è un caso, d’altronde, che i grandi scrittori sono sempre anche grandi viaggiatori e i grandi viaggiatori, se non sono autori ma vogliono provare a descrivere i proprio viaggi, lo sanno fare in forza di un “talento” coltivato proprio attraverso il viaggiare, pratica che si manifesta come un serbatoio privilegiato e pressoché illimitato di idee, intuizioni, spunti, illuminazioni, visioni e fantasie per lo scrittore. Insomma: ciò che si dice un autentico circolo virtuoso tra scrivere e viaggiare, nel quale (e dal quale) è sempre bellissimo lasciarsi “volteggiare”: tra le parole, i libri, le idee, i territori, i luoghi e le rispettive, affini meraviglie di questo mondo così sorprendentemente uguale, all’apparenza differente e invece assolutamente unico.

Un “Alt[r]o” appuntamento da mettere in agenda

Cliccate sull’immagine, leggete, segnatevi le date sul calendario, non prendete altri impegni, preparate ben aperti occhi, mente, animo, spirito, indossate calzature comode e consone e, last but non least, siate pronti a esplorare e scoprire la montagna in un modo nuovo o quanto meno diverso dal solito – nonché a divertirvi parecchio, senza dubbio!

Infine, cliccate qui. Che poi ne saprete ancora di più e meglio pure qui nel blog, presto. 😉

Vacanze da “Belle Epoque” al Grand Hotel sui monti… questa sera alle 21.00 in RADIO THULE, su RCI Radio.

Questa sera, 13 maggio duemiladiciannove, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 14a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE intitolata “Saluti e baci dal Grande Albergo del Pertüs!

Sul crinale montano tra Lecco e Bergamo, a 1200 m di quota, dove le ultime punte del manzoniano Resegone lasciano il posto alla più placida dorsale del Monte Albenza, tra antichi castagneti e maestose faggete giace silenzioso un imponente edificio, di proprietà privata e in gran parte disabitato. Tanti escursionisti ne restano incuriositi e affascinati, chiedendosi cosa ci faccia un edificio così grande immerso nei boschi e lontano da tutto; i locali lo chiamano “il Convento”, perché sanno che per qualche tempo fece da colonia estiva seminariale. In verità, tale edificio ha una storia ben più vecchia e nobile, perché ai tempi della Belle Epoque fu uno dei primi alberghi di montagna di lusso delle Alpi lombarde, testimonianza singolare ed emblematica (non solo per la zona in questione) della nascita e dello sviluppo del turismo alpino: era il Grande Albergo del Pertüs, dal nome del vicino e angusto passo (“pertugio”, da cui il toponimo dialettale) che collegava il bacino del Lago di Como con le valli bergamasche.
Un edificio tutt’oggi assolutamente affascinante e in grado di narrare una storia tanto poco conosciuta quanto intrigante e sorprendente, nonostante la sua monumentale presenza lassù sui monti appaia così silenziosa… Una storia che vi narrerò in questa puntata di RADIO THULE, sicuro che anche in questo modo l’ex Grande Albergo del Pertüs vi incuriosirà e ammalierà.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 27 maggio, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!