[L’Hotel Belvedere nel 2018. Foto di Liu Xiao, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Lascia parecchio sconcertati leggere che uno degli edifici in assoluto più iconici delle Alpi, il celeberrimo Hotel Belvedere lungo la strada del Passo della Furka, le cui immagini credo che chiunque abbia visto almeno una volta da qualche parte (ma chissà quanti di voi lo avranno proprio visto dal vivo, transitando dalla Furka, e magari ci saranno entrati), è chiuso e abbandonato a se stesso da ben 8 anni, dal 2015.
Costruito nel 1882 in una posizione dal panorama eccezionale, a pochi metri dal Ghiacciaio del Rodano (sul quale ho scritto più volte, ad esempio qui) che a quei tempi da lì precipitava verso il fondo valle con una spettacolare seraccata (mentre oggi, in sofferenza come tutti gli altri corpi glaciali alpini, arretra anno dopo anno verso le sommità dei monti che circondano il suo bacino collettore, ormai ben lontano dall’Hotel), e divenuto iconico grazie a James Bond e al film del 1964 Agente 007 – Missione Goldfinger, che aveva alcune delle scene più spettacolari girate proprio lungo la strada della Furka, così da essere poi ritratto in migliaia e migliaia di immagini fotografiche, poster, locandine, brochure turistiche e quant’altro che presentasse le meraviglie delle Alpi svizzere, ora giace lassù, chiuso e silente, in attesa di qualche potenziale compratore. Il che fa specie perché verrebbe da pensare che un hotel del genere, con la fama planetaria che si porta dietro, avrebbe potenzialità turistiche e commerciali tali da avere la coda di acquirenti disponibili a riaprirlo e gestirlo al meglio. Invece a quanto pare non è così e evidentemente anche la ricca ed efficiente Svizzera, meta di vacanza tra le più ambite al mondo, in tema di turismo alpino contemporaneo ha le sue “belle” gatte da dover pelare.
[L’Hotel Belvedere e il Ghiacciaio del Rodano nel giugno 2023. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.][La Rolls Royce Phantom III di Auric Goldfinger, il nemico di James Bond nel film Agente 007 – Missione Goldfinger, mentre risale la strada della Furka appena alle spalle dell’Hotel Belvedere. Immagine tratta da shotonlocation-eng.][007 – Sean Connery – con la sua Aston Martin DB5 lungo la strada della Furka, in una scena del film.][L’Hotel nel settembre 1983, quando ancora la seraccata del Ghiacciaio del Rodano appariva possente a poca distanza dalla strada e dall’Hotel. Foto di Acroterion, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Chissà, forse l’aura di desolazione che emana il vicino ghiacciaio, sempre più smagrito e parzialmente coperto da (invero deprecabili) teli geotessili nel tentativo di frenarne la fusione ma di contro accrescendo la sensazione di angoscia che la sua visione suscita, ha intaccato e consumato anche il fascino del mirabile Hotel Belvedere. Ma spero proprio che non sia così, assolutamente.
[Il lago proglaciale di Fellaria, formatosi una decina d’anni fa ai piedi della fronte dell’omonimo ghiacciaio in Valmalenco, in forte regresso da tempo. Foto tratta da associazione.giteinlombardia.it, cliccateci sopra per saperne di più.]
Dalla fine della piccola era glaciale verso il 1850, circa 12.000 nuovi laghi sono apparsi nelle antiche regioni glaciali delle Alpi svizzere. Un migliaio esistono ancora oggi, secondo un nuovo inventario effettuato dall’istituto di ricerca sull’acqua (Eawag). (clic)
Il tasso di formazione di tali bacini idrici sarebbe aumentato in maniera significativa negli ultimi decenni. […] “Siamo rimasti sorpresi da una simile cifra”, ha dichiarato in un comunicato ufficiale Daniel Odermatt, a capo dell’Eawag Non solo il numero, ma anche la marcata accelerazione nella formazione di questi bacini è risultata sorprendente.“180 sono nati soltanto nell’ultimo decennio”, ha puntualizzato Odermatt. (clic)
Le due citazioni che vi ho appena proposto, ottenute da altrettanti articoli che trovate linkati, risultano estremamente emblematiche circa un effetto solo apparentemente secondario e collaterale che stanno provocando i cambiamenti climatici in corso. La questione ambientale è primaria, al riguardo, anche perché più materiale percepibile (fa più caldo, nevica meno, i fenomeni meteorologici si estremizzano, eccetera) ma il cambiamento del clima sta alterando anche la nostra relazione con i territori in cui viviamo o con i quali interagiamo, modificando di conseguenza la percezione e la cognizione che di essi possiamo formulare (ne ho già scritto diverse volte, qui sul blog, ad esempio in questo articolo).
Mille e più nuovi laghi (attuali, dei 12.000 complessivi) esistenti in luoghi dove prima c’era tutt’altro – un ghiacciaio, soprattutto – cambiano le forme del territorio, la morfologia, l’aspetto visivo-estetico, l’interazione pratica con esso (dove prima si poteva camminare su un ghiacciaio ora certamente sull’acqua di un lago non si può camminare, per dire). Tutto questo significa che, inevitabilmente, cambia anche il paesaggio, ovvero la concezione intellettuale e culturale che possiamo formulare di quel luogo modificato, e ciò non solo in senso estetico: vuol dire che si modificherà anche la relazione antropologica con il luogo, gli elementi della sua riconoscibilità, l’identità culturale di esso e, di rimando, la nostra capacità di identificazione in esso. Ad esempio: se di un’escursione di qualche lustro fa lungo un ghiacciaio abbiamo dei bei ricordi e ora quel ghiacciaio non c’è più, sarà più difficile conservare la memoria di quell’esperienza e tutto il suo retaggio intellettuale e emozionale, così che inesorabilmente faticheremo a identificare quel luogo come prima e a identificarci in esso, tanto più se nel frattempo ha cambiato forme e sostanze geografiche (da solido/glaciale è divenuto liquido/lacustre). Un esempio singolo e locale del genere, spostato sulla grande scala dell’intera catena alpina – dacché i cambiamenti climatici operano su scala globale e in modo sempre più evidenti e drammatici – sicuramente finirà per alterare l’immaginario visivo con cui concepiamo il paesaggio alpino e la relazione che intessiamo e intesseremo con esso, variando pure il modo con cui finiremo per considerare, comprendere, valorizzare, gestire il territorio alpino. Ovviamente non è detto che un tale processo sia necessariamente negativo: i territori e i paesaggi cambiano continuamente da sempre, sia in modo materiale che immateriale, ma senza dubbio un cambiamento così repentino e drastico finirà per influire in maniera mai rilevata prima sul nostro rapporto culturale con le Alpi.
Ribadisco: è un aspetto che al momento attuale sembra secondario e dunque viene poco considerato, ma diventerà col tempo sempre più importante e cruciale. Cambieranno le montagne alpine e cambieremo anche noi nei loro confronti: il futuro che ci aspetta sulle Alpi sarà sicuramente diverso dall’oggi e dal passato. Che lo sia in modo positivo oppure no, ancora una volta, spetta a noitutti deciderlo.
N.B.: questo articolo l’ho pubblicato in origine qui sul blog il 15 novembre 2011.
[Sui monti sopra casa qualche giorno fa, verso le 21.]A volte anche Loki, quando insieme giungiamo in qualche punto dal quale il panorama si apre e la veduta sul mondo d’intorno si fa sublime, sembra essere sensibile come me a cotanta bellezza. Chissà come la percepisce e in che modo la comprende, che impressioni e che suggestioni ne ricava. Mi piace credere che anche gli animali posseggano un proprio concetto di “bellezza”, coniugato in modi del tutto incomprensibili per noi ma comunque logico per loro. E nulla mi può far ritenere che sia meno profondo dell’ideale umano, peraltro, al netto della fantasiosa suggestione dalla quale questo mio pensiero si forma.
In effetti ogni volta mi sorprendo, di fronte a tali visioni di bellezza e forse con inguaribile ingenuità (ma non me ne vergogno affatto), di non trovarmi circondato da tanta altra gente, lì come me a godersi lo spettacolo e a riempirsi il cuore e l’animo della beatitudine che ne scaturisce. D’altro canto mi compiaccio di restarmene solitario lassù, senza alcun disturbo alla mia contemplazione che per ciò ne guadagna, e condividerla con Loki è una suggestione bizzarra ma piacevole.
Mi tornano in mente i versi di una poesia di Wisława Szymborska che in verità parla di guerra, ma nella quale si può leggere che
Questo orribile mondo non è privo di grazie,
non è senza mattini
per cui valga la pena svegliarsi.
Perché anche nel corso di una tragedia come la guerra bisogna trovare qualcosa per la quale si possa coltivare la speranza che non tutto è perduto, anzi, che vi siano più cose belle per le quali vivere e svegliarsi la mattina che brutte. Per quanto mi riguarda, la bellezza del paesaggio – un tesoro inestimabile, abbondante e sempre a disposizione, peraltro – me ne dà la certezza.
Il problema, temo, è che siamo portati a dare sempre troppa importanza e considerazione alle cose brutte invece che a quelle belle: la quali, anche se formano la gran parte della realtà, vengono nascoste dalle prime che solitamente sono tali anche perché eclatanti, rumorose, sbalordenti, sguaiate, grossolane, cafone, triviali… tutte deformità e colpe che chissà come mai incuriosiscono e attraggono, appunto. Nei talk televisivi su quelli che dibattono educatamente “vince” chi urla e strepita, sui giornali tra i titoli in caratteri ordinari prevale quello a caratteri cubitali, nel paesaggio antropizzato tra numerose opere ben fatte attrae lo sguardo quella maggiormente decontestuale. Anche in montagna capita spesso di vedere moltitudini affascinate da attrazioni fuori luogo e francamente volgari, dunque sostanzialmente brutte, e di contro incapaci di osservare e comprendere realmente il luogo che hanno intorno e la sua bellezza, al punto da ottenere uno sconcertante ribaltamento della realtà: ciò che è palesemente brutto viene creduto bello e ciò che è manifestamente bello non viene considerato, come fosse qualcosa di brutto.
È vero, il mondo nel quale viviamo è troppo spesso «privo di grazie», è maleducato, incivile, degradato, violento, pericoloso, ma al di fuori di tali manifestazioni vi è così tanta grazia, così tanta bellezza da cogliere e della quale godere che veramente perdersi dietro le sue dis-grazie non è solo inutile e nocivo ma pure parecchio stupido. «La bellezza salverà il mondo», senza dubbio, ma a patto che noi sapremo coglierla e comprenderla ignorando definitivamente le cose brutte e adoperandoci affinché scompaiano sempre di più. Siamo essere intelligenti e senzienti, dovrebbe riuscirci semplice una cosa del genere: perché invece non riusciamo a praticarla?
Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.
Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.
P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).
Non bisogna perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata… ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati… Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
Se il viaggio, al netto di quelle “biologiche” è la pratica antropologica per eccellenza, il cammino a piedi è il viaggio per eccellenza. I mezzi di trasporto ci sono necessari per conoscere il più possibile il mondo ma poi il vero viaggio (ri)comincia quando muoviamo passi attraverso i suoi spazi e i paesaggi. Perché il viaggio, quando autentico, impone una connessione con la superficie del mondo affinché ne possa nascere una relativa relazione con i luoghi che la caratterizzano. L’osservazione di essi da bordo di un’auto, un treno o un aereo è utile e affascinante ma non sarà mai profonda, acuta e attendibile come quella che il cammino consente. Non è solo una questione di lentezza ma più – se così posso dire – di genetica umana: camminando riscopriamo il nostro spirito primordiale e riattiviamo le sue peculiarità, a partire dal bisogno di identificare al meglio il mondo che attraversiamo e abbiamo intorno per poter parimenti identificare al meglio noi stessi. Che è poi una delle forme primarie di benessere psicofisico, come scrive Chatwin.
Dunque ora che sta tornando la stagione più propizia per il vagabondare camminatorio, non si può che esserne felici. Anche perché, camminando, il viaggio più vero e affascinante può cominciare appena fuori dall’uscio di casa, proprio lì dove comincia l’infinito. Basta un passo e ci stiamo dentro, già.