Pene durissime senza appello, per i bracconieri!

A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:

Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.

In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.

Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminerei la stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!

Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.

*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.

 

A Bormio sta per arrivare il treno?

No, non sta per arrivare il treno a Bormio, come forse molti penseranno nell’osservare la nuova passerella pedonale sul torrente Frodolfo inaugurata qualche giorno fa. Sembra in tutto e per tutto un ponte ferroviario, già, ma l’idea concepita più di un secolo fa di far continuare la linea ferroviaria della Valtellina oltre Tirano fino a Bormio e poi collegarla a quella altoatesina tramite un traforo sotto lo Stelvio è ancora mera utopia, purtroppo.

Fatto sta che, al netto della sua utilità e funzionalità, la nuova passerella è veramente brutta e fuori contesto. D’altro canto fa il paio – anzi, il terno* – con il nuovo Ski Stadium in costruzione per le Olimpiadi, che ha le forme di un ordinario capannone industriale (date un occhio qui e ditemi se non è vero), e con la sua “Family Lounge”, soprannominata “l’acquario” oppure “la fermata degli autobus” per quanto li ricordi. Niente a che vedere con una bella e ben pensata architettura montana, in pratica. Li vedete entrambi qui sotto:

Opere brutte, ribadisco, che non generano alcun dialogo con la geografia montana locale e con il paesaggio che la contraddistingue: è ammissibile che a fronte della loro poca o tanta utilità si debba accettare tale loro bruttezza? Oppure bisogna temere che le forme disgraziate e decontestuali che le caratterizzano siano un’ennesima manifestazione della scarsa cura, attenzione e sensibilità dei decisori pubblici e politici nei confronti del territorio amministrato nonché di quanto degradata sia la relazione culturale che essi intrattengono con le loro montagne?

[Per dire: questa è la nuova passerella pedonale sulla “Gola” del torrente Valsura/Falschauer a Lana (Bolzano). Come paragonare l’oro con il fango, insomma.]
Ribadisco il mio pensiero: la montagna è un ambito tanto meraviglioso quanto delicato che non può ammettere un’eccessiva superficialità negli interventi che vi vengono realizzati, i quali invece abbisognano di logica, contestualizzazione, reale (non solo presunta) sostenibilità e, soprattutto, di cura nei riguardi del territorio in cui vengono inserite. Purtroppo a Bormio, ultimamente, non mi pare che ciò stia accadendo.

Insomma: voi che speravate di poter raggiungere la Magnifica Terra bormina in treno dovrete aspettare ancora qualche anno. O lustro, o secolo, visto come vanno certe cose nel nostro paese.

In ogni caso a breve “tornerò” a Bormio, per occuparmi di nuovo dell’altra grossa, inquietante questione che minaccia la località valtellinese, quella della “Tangenzialina dell’Alute”. C’è poco da stare allegri, lassù.

(*: secondo alcuni è addirittura una quaterna, con riferimento alla ristrutturazione del “Pentagono”, il centro sportivo comunale.)

L’Alute di Bormio, il luogo dove dimora l’anima del territorio, che qualcuno vorrebbe distruggere

Qui sotto potete vedere – e/o riascoltare – l’intervento che ho proposto domenica 24 agosto a Bormio nel corso dell’incontro pubblico dedicato alle opere olimpiche in Valtellina e, nello specifico, alla questione della “Tangenzialina dell’Alute”, uno dei progetti più emblematici, discutibili e giustamente contestati tra quelli proposti per i prossimi Giochi Olimpici.

Nell’intervento ho cercato di spiegare, da forestiero che non ha alcun titolo per venire a dire ai bormini cosa fare del loro territorio ma pure da studioso dei paesaggi montani e della loro importanza per le comunità che li abitano, quanto io creda sia speciale un luogo come l’Alute per il territorio di Bormio e non solo, visto il suo potente e evidente valore culturale e identitario per tutta la regione montana circostante. E per ciò ho chiesto ai bormini, a prescindere da qualsiasi opera che verrà realizzata oppure no, di salvaguardare il più pienamente e il più a lungo possibile un luogo così speciale: perché l’Alute è Bormio e i bormini sono l’Alute, e ogni cosa che vi possa essere realizzata lascerebbe il segno non solo sul terreno ma pure, e soprattutto, sull’immagine della comunità e sull’anima dei suoi abitanti. Un luogo del genere non può essere svenduto ad interessi altri che poco o nulla c’entrano con l’anima del territorio e con l’identità della comunità, altrimenti saranno proprio quest’anima e tale identità a essere svendute – in tal caso per un orribile nastro d’asfalto a uso turistico del costo di oltre sette milioni di Euro. È proprio il caso che una circostanza del genere possa realizzarsi, e che un domani ci si veda costretti a raccontare com’era bella la piana dell’Alute, al passato, senza più poter affermare com’è bella?

Ma il mio intervento, ovviamente centrato sulla causa dell’Alute, è nei principi di fondo espressi valido per molte altre località alpine ciascuna delle quali ha la propria “Alute”, un luogo speciale che più di altri manifesta l’anima del territorio locale e della comunità che lo abita, e in tante di esse questi luoghi speciali sono minacciati da altrettanti progetti impattanti e privi di attenzione verso il paesaggio. Dunque, anche qui: sono veramente disposti gli abitanti di queste località, a svendere la propria anima e il proprio territorio ancora intatto per favorire gli interessi di pochi altri? E siamo disposti, tutti noi che frequentiamo le montagne, a perdere questi luoghi così speciali, patrimonio inestimabile di chiunque?

Ecco.

Buona visione e, se vi va, fatemi sapere che ne pensate di ciò che ho detto.

La meteo “diversamente bella” che rende il paesaggio “diversamente” speciale

Piove. E quando piove almeno due cose sono certe: che il governo è ladro (che poi, fateci caso, la pioggia è sempre bipartisan) e che lo scrivente prepara lo zaino, infila le scarpe da trekking, un copricapo impermeabile in testa e va per i monti. A meno che non ci siano nubifragioni nell’aria, ovvio, e d’altronde il temporale che fino a poco prima ha scosso la zona scaricando anche un po’ di grandine è già corso verso levante, ormai per me innocuo.

Ho scelto un percorso particolarmente silvestre, sia per ripararmi almeno un poco dalla pioggia a tratti battente e sia perché so bene quanto sia fenomenale attraversare i boschi madidi: gli alberi cantano felici come se imitassero noi umani sotto la doccia, il ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie che ancora stazionano sui rami battono il codice morse dell’entusiasmo arboreo, il terreno effonde profumi intensi, ancestrali, quasi inebrianti, i corsi d’acqua, anche quelli periodici, si ravvivano e rivitalizzano l’ambiente. Fuori dal bosco, il verde dei prati si fa quasi fosforescente tant’è brillante mentre le nuvolaglie sfilacciate si fanno indossare dalle cime dei monti come sciarpe fluttuanti.

Tutto questo – anche tutto questo – fa sì che il sentiero lungo il quale cammino l’ho già fatto mille volte e questa milleunesima è sorprendente come fosse la prima: è la manifestazione di una poiesis geopoetica e psicogeografica, un “fare dal nulla” il paesaggio il quale immediatamente diventa la dimensione fondamentale di quei momenti. Alla cui meraviglia, lo ammetto, contribuisce il fatto che non ci sia nessuno in giro – andata e ritorno, non ho incrociato anima (umana) viva; ma in fondo mi dispiace che tali condizioni, anche quando non siano affatto problematiche, scoraggino molti dal farsi una bella camminata al ritmo naturale battuto dalla pioggia sulle chiome arboree. Questa meteo diversamente bella rende percepibili cose diversamente speciali del paesaggio altrimenti sfuggenti – i profumi del bosco, appunto, o le forme dei monti definite dalle nuvole che vi si inframezzano, i differenti toni virenti della vegetazione, eccetera – così che in quel paesaggio ci si senta in qualche modo ancora più dentro del solito, ancora più parte di esso: in fondo si è tutti – umani, animali, piante, pietre – nella stessa condizione madida di pioggia. Alla fine anche il fango che resta sulle mie scarpe o che mi inzacchera i polpacci mi interra più del solito in quel paesaggio, in quell’ambiente grigio, bagnato, freddiccio, eppure così inopinatamente bello e speciale.

Eppoi dopo la pioggia viene sempre il sereno, Rodari docet; ne sarò ancora più contento del suo calore, del cielo tornato terso, della luce ritrovata, proprio grazie alla pioggia, in fondo. Yin e Yang, notte e giorno, caldo e freddo, cielo e terra, negativo e positivo. Ecco anche perché quando piove io comunque prendo lo zaino e comincio a camminare: per farlo pure col Sole con identica, meravigliosa, salutare soddisfazione.

 

Conservare sempre la memoria del Lago Bianco

Ogni volta che ammiro un’immagine del Lago Bianco al Passo di Gavia* in tutta la sua bellezza potente e insieme delicata, primigenia, ancestrale, un brivido doppio mi scuote la mente e l’animo. L’uno, per quanta bellezza vi sia in certi luoghi, appunto, e per come siamo fortunati a poterne godere; l’altro, al pensiero che tutta questa meraviglia alpestre ha corso il rischio di essere distrutta con quello scellerato progetto di captazione delle acque del lago per alimentare i cannoni delle piste di Santa Caterina Valfurva. Un vero e proprio misfatto, fortunatamente sventato, ma della cui vicenda è fondamentale mantenere la memoria e l’esperienza conseguente.

Ma come è possibile, porca d’una miseria, che ci siano persone – alcuni montanari del posto, per giunta – che abbiano potuto accettare di danneggiare pesantemente un luogo così bello e di insuperabile valenza naturalistica solamente a scopo di lucro, per alimentare i propri affarismi senza nessuna attenzione e sensibilità verso il Lago e il suo paesaggio, un patrimonio di tutti trattato come una proprietà di pochi?

Come si può considerare un comportamento del genere, se non il frutto del più scriteriato egoismo ovvero di una devianza mentale parecchio grave? O viceversa dobbiamo ammettere di poterlo considerare un comportamento “normale”?

Mi auguro proprio di no, ed è anche per questo che custodire la memoria e conservare l’esperienza riguardo ciò che è accaduto al Lago Bianco è così importante, per qualsiasi autentico appassionato della montagna e per ogni persona di buon senso.

*: come quelle recenti che ha realizzato l’amico Fabio Sandrini, capace come sempre di cogliere e narrare con il proprio obiettivo fotografico la bellezza di questi luoghi e degli altri che immortala – l’immagine in testa al post lo dimostra bene.