La bellezza può salvare il mondo (da noi stessi, se lo vogliamo)

Qualche giorno fa, durante una tranquilla passeggiata in un luogo dal paesaggio di grande bellezza, ho assistito a un veemente alterco tra due automobilisti, che sono quasi venuti alle mani per contendersi un posto auto. Io, da qualche metro di distanza li osservavo sullo sfondo di una quinta di montagne meravigliose, rese ancora più belle dalla luce del Sole allo zenit, e quei due, le loro fattezze, le movenze con le quali animavano il litigio, mi sono sembrati quanto di più lontano e antitetico al paesaggio che avevano alle spalle.

Nel frattempo, l’anno nuovo è iniziato anche peggio di quello precedente: il mondo è dominato da leader infidi e pericolosi, le guerre in corso non solo non terminano ma se ne prospettano di nuove, la prepotenza soggioga il diritto, internazionale e personale, e minaccia democrazie e libertà.

Quando ho visto quei due tizi litigare in maniera così aggressiva per uno stupido posto auto, la prima cosa a cui ho pensato è stata come la prepotenza si manifesta nelle cose grandi, ad esempio nei fatti di interesse globale, come in quelle piccole ed è la manifestazione della stessa devianza che contraddistingue il tempo presente, lo stesso Leviatano che dipana i suoi tentacoli – o quel che di mostruoso lo caratterizza – un po’ ovunque, l’una riflesso dell’altra ed entrambe specchio del mondo che viviamo o, per meglio dire, del modo in cui viviamo il mondo.

Tuttavia, dato che nel mentre che osservavo i due automobilisti litiganti nel campo visivo c’era pure il paesaggio montano sullo sfondo in tutta la sua luminosa bellezza, appena dopo quel primo pensiero ne ho fatto un altro: ma come si fa a comportarsi in un modo così becero quando si ha davanti una bellezza tanto evidente e dunque emozionante? Come si può perdere tempo e forze nel litigare per un posto auto invece che nel contemplare quel paesaggio e farsi colmare tanto la vista quanto l’animo della sua grazia naturale? Dunque, per lo stesso principio: come si può pensare di guerreggiare, uccidere, distruggere, devastare il mondo che abitiamo nonostante tutta la bellezza che ovunque ci offre?

Inoltre, visti temi di cui mi occupo, penso allo stesso modo anche a quelli che devastano le montagne o ne sfruttano le risorse oltre ogni limite per costruirci infrastrutture funzionali unicamente a meri tornaconti privati. Anche questa in effetti è prepotenza, in forza della quale si violenta la bellezza di un luogo e soggioga la libertà collettiva che vi si può godere alle “libere” mire proprie e di pochi altri.

Be’, francamente credo che in tutti questi casi si tratti di comportamenti da persone disturbate, ecco.

E uno dei disturbi principali dei quali soffriamo, come società se non come civiltà, è quello derivante dalla disconnessione con il paesaggio, inteso sia come ambiente naturale – della Natura della quale anche noi siamo parte insieme a ogni altro organismo vivente, anche se ce ne dimentichiamo spesso – sia come spazio abitato, antropizzato e vissuto, il quale dunque dovrebbe agevolarci la vita invece che ostacolarcela o degenerandocela, e sia come elemento culturale di valore assoluto (anche in senso identitario) che è determinato primariamente dalla sua bellezza.

Ecco: siamo disconnessi dalla bellezza, del mondo che viviamo e, per riflesso inesorabile, da come lo viviamo (e lo dovremmo vivere), esattamente come il paesaggio esteriore si riflette in quello interiore con le sue cose belle e con quelle brutte: se siamo sconnessi dall’uno, lo diventiamo anche rispetto all’altro, cioè a noi stessi sia come individui singoli e sia come collettività. Per dirla in altre parole, viviamo male nel mondo perché stiamo male con noi stessi. Una conseguenza psicogeografica delle più negative, in pratica.

Osservavo i due automobilisti litigare (peraltro il litigio mi pareva ancora più demenziale per il fatto che a duecento metri da lì si trovava un altro parcheggio, ampiamente libero), pensavo al nostro mondo sempre più aggressivo e così mi sono tornati in mente i versi de “L’illogica allegria” di Giorgio Gaber dei quali ho già scritto qualche settimana fa:

Lo so, del mondo e anche del resto
Lo so che tutto va in rovina.
Ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore
Mi può bastare un niente, forse un piccolo bagliore
Un’aria già vissuta, un paesaggio o che ne so: e sto bene.

«Un paesaggio o che ne so: e sto bene», Ciò che canta(va) Gaber è quello che sempre di più penso anche io. Se noi tutti gente di questo mondo, dai grandi leader mondiali ai singoli individui, ci guardassimo un po’ più intorno e comprendessimo quanta bellezza abbiamo a disposizione e come ci potremmo armonizzare e far influenzare da essa, sono certo che molta prepotenza, molta cattiveria, tanti conflitti piccoli e grandi o numerose aggressioni all’ambiente naturale non avverrebbero perché se pur un’idea del genere idea balzasse in mente a qualcuno, un minimo sguardo al paesaggio la farebbe rapidamente svanire e far ritenere un’idiozia.

Al proposito: la bellezza potrà veramente salvare il mondo, come scrisse Dostoevskij ne “L’idiota” (appunto), ma solo se noi sapremo salvare, dunque riconoscere e comprendere, la bellezza stessa. Che in maniera primordiale e compiuta ritroviamo innanzi tutto nei paesaggi del nostro mondo, ovviamente in modo palese in quelli più pregiati ovvero in quelli ai quali sappiamo garantire maggior cura: se perdiamo la facoltà di farcene meravigliare e emozionare, assimilando in noi la loro bellezza, be’, temo che inevitabilmente lasceremo spazio aperto e libero alla bruttezza, nostra e del mondo che noi siamo.

Perché a Bormio le Olimpiadi hanno (anche) provocato un notevole disagio sociale?

Lo scorso 29 dicembre “Il Post”, con un articolo (lo vedete qui sopra) dall’eloquente titolo “Un posto in cui le Olimpiadi invernali non sono benvenute”, si è occupata di Bormio e di come la comunità locale sta vivendo i preparativi delle prossime Olimpiadi di Milano Cortina, per le quali la località valtellinese è sede di gare. “Il Post” elenca le numerose critiche emerse tra i bormini su come sono stati spesi i soldi, sulle opere in ritardo e sul loro impatto ambientale, e fa ben capire il sentore diffuso nella comunità, ampiamente negativo. Un sentore che posso confermare personalmente per testimonianza diretta, viste le volte recenti che sono stato a Bormio – in particolare, per sostenere il Comitato di tutela della Piana dell’Alute dalla ormai famosa e famigerata “Tangenzialina” che la devasterebbe – e l’attenzione costante che ho dedicato a ciò che è accaduto in loco rispetto all’organizzazione olimpica e alle relative opere.

In forza di ciò, pur da forestiero ma proprio per questo in grado di leggere e considerare la realtà bormina con uno sguardo differente rispetto alla comunità locale, trovo che buona parte del disagio della comunità bormina è stato generato non tanto dalle opere e da come sono state realizzate (anche se, come ho già rimarcato, non si contraddistinguono proprio per cura estetica e integrazione nel paesaggio locale) quanto dall’atteggiamento che da tempo ha assunto l’amministrazione comunale di Bormio: un atteggiamento di chiusura al dialogo con la propria comunità (eccetto ovviamente che con i propri sodali), di allontanamento da essa che in certi casi è parso una vera e propria alienazione dalla realtà comunitaria, di carenza di lealtà verso i concittadini oltre che di generale superficialità nella gestione delle questioni legate alle Olimpiadi. Ho còlto personalmente una situazione tanto triste quanto sconcertante, una coesione smarrita, fratturata, come di un “potere” arroccato nel proprio fortino e di una comunità certamente critica, spesso in maniera attiva (come nel caso del citato Comitato di Tutela dell’Alute) ma anche smarrita, in qualche modo sofferente l’evidente sconnessione in divenire.

Sia chiaro: questa mia non è una riflessione di matrice “politica” nel senso più comune del termine, semmai lo è nell’accezione sociologica e antropologica, allo stesso modo nel quale ho parlato ai bormini della loro Alute e di ciò che rappresenta per loro stessi e il territorio che abitano e vivono. A fronte di quanto ho rimarcato fino qui, a qualcuno potrebbe risultare inevitabile la richiesta di dimissioni dell’amministrazione in carica, le quali da un lato potrebbero “risolvere” o quanto meno sospenderebbero la questione dal punto di vista amministrativo ma forse non da quello sociologico – quantunque mi auguro che le crepe venutesi a creare nella comunità bormina non siano ormai troppo profonde da poter essere sistemate. Invece, a tale proposito, credo invece che l’amministrazione comunale in carica dovrebbe restare al proprio posto e da subito impegnarsi a fondo per rigenerare la coesione smarrita nella comunità, riconnettendosi alla realtà del luogo, al territorio, alla sua anima e riconsiderare le varie questioni aperte al fine di risolverne errori e criticità, al contempo ripristinando l’interlocuzione con la cittadinanza che è l’elemento fondante e ineludibile, tanto più in un luogo e in una comunità di montagna come Bormio, per gestire al meglio il territorio e il suo tempo.

Di sicuro l’amministrazione bormina non può continuare a mantenere l’atteggiamento sconsiderato e deleterio tenuto fino a oggi, chissà poi per quali (in)giustificabili motivi. L’articolo del “Post” dimostra bene come gli amministratori di Bormio si sono messi da soli con le spalle al muro, e ora di fronte hanno una comunità che non può non chiedere conto delle loro iniziative e del modus operandi con il quale sono state portate avanti. Ma, ribadisco, il nocciolo centrale della questione è il bene del territorio e della sua comunità, attuale e ancor più futuro: di fronte a ciò qualsiasi contrapposizione deve infine trovare un punto di equilibrio grazie al quale risolvere gli errori e le criticità, sistemare i danni ed evitarne ulteriori, rigenerare la fiducia reciproca, rimettere al centro dello sguardo condiviso il luogo-Bormio, la sua comunità e la più armoniosa vivibilità condivisa.

Mi pare che la gran parte dei bormini abbiano già dimostrato di saperlo fare: non resta che sperare che anche l’amministrazione locale scelga di farlo e sappia attuare quelle necessarie azioni, riconnettendosi alla comunità che governa, alle proprie montagne e alla realtà che le caratterizza.

[Cliccate sull’immagine per saperne di più.]
(Tutte le immagini presenti nell’articolo, salvo quella de “Il Post”, sono tratte dalla pagina Facebook “Bormini per l’Alute“.)

Tornare a scuola, sul Monte San Primo

Ogni volta che salgo sul Monte San Primo, per me, è un po’ come tornare a scuola. A quella dell’età più allegra, la scuola elementare come si chiamava allora.

E allora, in quella scuola elementare di quando ero bambino, si studiava ancora la geografia (sia sempre maledetto chi decise di toglierla dai programmi scolastici), e avevo un libro di testo che tra le sue illustrazioni, in un capitolo sulla Lombardia o sui laghi alpini, non ricordo, ne aveva una con la celeberrima veduta del Lago di Como dalla vetta del Monte San Primo. Esattamente la stessa che ho rifatto io qualche giorno fa, tornando lassù, e che vedete lì sopra.

Ma tornandoci, sul San Primo (per la cronaca, stavolta l’ho fatto traversandolo per due volte, partendo dal Pian del Tivano e salendo in vetta per la cresta sudovest, poi scendendo dalla nord all’Alpe delle Ville e al Parco San Primo, risalendo a Terrabiotta e al Monte Ponciv e ridiscendendo al Pian del Tivano dall’Alpe Spessola e dall’Alpetto di Torno), mi sono reso conto che in effetti lassù è un po’ come tornare a scuola anche per tanti altri motivi, ancora più validi di quello sedimentato nella memoria personale.

Sul San Primo, innanzi tutto, si torna a scuola di bellezza: una bellezza assoluta, come solo la visione da lassù del mondo può donare, ancor più in forza della prominenza e del particolare isolamento del Monte che, senza raggiungere altitudini così elevate, regala una veduta panoramica a trecentosessanta gradi che molte vette ben più alte non possono offrire. Per di più, sempre grazie alla geomorfologia del San Primo, marcatore referenziale assoluto per tutto il territorio lariano, suscitando la vivida e affascinante impressione di essere proprio al centro del vastissimo panorama, nel punto attorno al quale quel pezzo di mondo si sviluppa con tutte le proprie innumerevoli forme e con tutto ciò che vi sta dentro, di naturale e di antropico.

Ecco, a tale proposito: sul San Primo si va anche a scuola di paesaggio nel senso culturale del termine. Dalla vetta si può contemplare come in pochi altri luoghi l’interazione tra ambiente naturale e spazi antropizzati, studiando come l’uomo abbia abitato i versanti montuosi, le rive del lago, i fondivalle, mentre verso meridione si stende la pianura iper-urbanizzata che tuttavia da lassù – sempre che la sua veduta non sia impedita da una cappa di smog – appare un mondo lontanissimo e inevitabilmente antitetico rispetto a ciò che si vede altrove, a nord dove il fiordo lariano si incunea tra le Alpi orientali e occidentali, a levante con le Grigne possenti e imperiose e dietro le Orobie, a ponente con le vette alpine italiane e svizzere che si susseguono a perdita d’occhio.

Si va anche a scuola di Natura, sul San Primo, con la gran varietà vegetale che offre, le conifere, le faggete, il bosco misto, i prati, le pietre, e tutto contenuto in uno scrigno geografico di rara bellezza, che a settentrione forma una conca dai bordi sinuosi – quella ove è sito il Parco Monte San Primo – che non è banale definire idilliaca per come il termine qui assuma il significato più compiuto possibile, mentre a sud appare come una dorsale che ricorda la schiena di un ciclopico tanto quanto docile animale le cui membra vengono definite dalle creste che dal crinale scendono sul Pian del Tivano, o viceversa.

Per tutto questo sul San Primo si può imparare o approfondire la più intensa e consapevole relazione con il territorio naturale, per come lo starci dentro, in tutta la meravigliosa bellezza del monte verso la quale viene spontaneo cercarvi un’armonia, un rapporto che non sia solo quello fugace del visitatore che passa e va come in un qualsiasi altro luogo ma qualcosa di più forte e radicato, più vitale, qualcosa che faccia veramente sentire di essere parte del paesaggio e il paesaggio che si fa parte di chi c’è lì: è quella congiunzione tra paesaggio esteriore e interiore che ci fa sentire bene nel luogo in cui siamo e, in qualche modo comunque ben percepibile, ci fa sentire vivi più che altrove e di altri momenti. Anche per questo il Monte San Primo si fa “scuola”, offrendo aule tra le più belle e accoglienti nelle quali ci insegna la forma, la sostanza e il senso della sua formidabile bellezza alpestre.

Posto tutto ciò – che è solo una minima parte delle tante cose che di sé il Monte San Primo sa insegnarenon c’è invece bisogno di andare a scuola per “imparare” a capire quanto il progetto, ormai noto e famigerato, di nuovi impianti sciistici che si vorrebbe imporre alla montagna, a questa montagna così bella e speciale per quello che è, sia un’idiozia assoluta. Non occorre essere meno diretti e rudi, bisogna rimarcare le cose per come stanno: è un progetto che può proporre solo chi, invece di imparare la bellezza del San Primo, preferisce ignorarla oppure, assurdamente, non sa comprenderla e per questo formula idee e proposte non solo scriteriate ma pure totalmente avulse dall’anima autentica del San Primo, oltre che alla sua realtà ambientale, paesaggistica e naturale.

Degradare un luogo così speciale, così bello e prezioso, così capace di donare visioni, emozioni, percezioni e sensazioni più uniche che rare a chi lo visita e ne percorre i versanti e le creste è qualcosa che semplicemente non si può accettare, esattamente come non è ammissibile degradare e devastare una scuola prestigiosa e autorevole. Una “scuola” montana che ha soltanto bisogno di alunni curiosi che abbiano voglia di imparare a goderne consapevolmente le bellezze, non di “asini” che invece, malauguratamente, ne disprezzano gli insegnamenti.

Alcune considerazioni importanti e pragmatiche, finalmente, sul lupo nelle Alpi

Lo sanno ormai anche i sassi quanto la questione relativa al ritorno del lupo sulle Alpi sia da un lato complessa e ricca di sottotemi da non trascurare e dall’altro estremamente polarizzata e strumentalizzata per fini che nulla hanno a che vedere con la sua autentica comprensione e tanto meno con la gestione pratica delle problematiche relative. Tuttavia si può constatare quotidianamente, o quasi, come il tema sia toccato dalla stampa e dunque sia presente nei dibattiti relativi alla realtà montana contemporanea, anche al netto di tutte le devianze che la inquinano.

Chiunque si occupi come me di terre alte, paesaggi montani (nel senso più ampio della definizione), geografie antropiche e vita sulle montagne, sia stanziale che occasionale, inevitabilmente il lupo se lo ritrova davanti, e scansarlo solo per parimenti sottrarsi alle polemiche spesso sterili se non del tutto ottuse che altrettanto inevitabilmente genera, non mi sembra corretto. D’altro canto a me, da studioso di paesaggi (vedi sopra), verrebbe di disquisire del tema soprattutto dal punto di vista culturale e antropologico, ma tra le persone che ho il privilegio di conoscere c’è Marzia Verona, pastora di professione in Valle d’Aosta e insignita della “Bandiera Verde” 2025 proprio per i meriti della sua attività oltre che scrittrice e figura assolutamente attenta e sensibile nei confronti dei temi che caratterizzano la realtà contemporanea delle nostre montagne.

A lei, dunque, ho voluto chiedere un parere ben più consapevole e edotto di molti altri (me incluso) sul tema del lupo. In passato, ovvero quando ha espresso le proprie idee sul tema, Marzia ha già subito numerosi attacchi offensivi da gentaglia di infima risma. Qui, ora, mi riserverò il diritto/dovere di eliminare i commenti più incivili e comunque tengo a rimarcare come ciò che mi ha raccontato Marzia – e la ringrazio infinitamente per questo grande “regalo” che mi ha concesso – è assolutamente concorde alla mia idea sulla questione.

Ecco dunque ciò che Marzia ha espresso sul ritorno del lupo nelle Alpi. Sono considerazioni estremamente interessanti e illuminanti, spesso ben poco toccate dai dibattiti che si trovano sulla stampa e sui social media, da leggere e meditar con attenzione. Chiunque vi può aggiungere le proprie ma, ribadisco, nelle modalità sopra rimarcate.

«L'argomento è molto complesso, semplificandolo si rischia sempre di non farsi capire da chi non conosce a fondo la questione. Se ci limitiamo, per esempio, ai numeri di capi predati, guardiamo solo una piccola parte del problema. Forse questo sembra assurdo, perché si tende a guardare quasi sempre solo quel dato, ma puoi incontrare un allevatore che non ha avuto predazioni molto più arrabbiato di chi invece le ha subite. Perché? Perché il "problema lupo", per l'allevatore, significa una miriade di danni collaterali:

- stress psicologico, la continua paura di avere delle predazioni, alzarsi di notte a controllare, dormire con i sensi sempre all'erta se si sente i cani che abbaiano, le campanelle che risuonano all'improvviso..., ma anche la sofferenza di trovare gli animali predati, morti o feriti, animali che hai visto nascere, che hai selezionato per le loro caratteristiche produttive, ma anche per la bellezza, per il carattere, eccetera;

- aumento dei costi, necessità di avere più aiutanti, necessità di acquistare materiale per difendere il gregge (reti, elettrificatori, dissuasori luminosi e/o acustici), cani da guardiania (e loro alimentazione);

- mancati redditi, perché si gestisce il gregge in modo differente rispetto a prima, per esempio molti pastori non fanno partorire le pecore durante la stagione d'alpeggio perché la pecora con l'agnello si allontana per partorire, perché resta indietro, eccetera, quindi si concentrano le nascite in altri periodi e di conseguenza l'offerta di agnelli in alcuni periodi (se aumenta l'offerta, il prezzo ovviamente scende);

- gestione dei cani da guardiania, il quale a volte è un problema maggiore del lupo stesso! Nelle zone ad alta frequentazione turistica, il confronto/scontro con gli altri fruitori della montagna è una "guerra" quotidiana, non sempre per colpa del pastore. È vero che ci sono cani non adatti o non adeguatamente inseriti nel gregge, ma ben più sovente ci sono escursionisti, ciclisti, turisti che non rispettano quelle poche elementari regole da seguire quando si incontra un gregge con questi cani (situazione ancora più complicata se il turista ha con sé dei cani da compagnia). Succede che il tutto arrivi ad avere risvolti anche piuttosto spiacevoli, fino alle denunce reciproche.

Questi non sono che alcuni aspetti. Bisognerebbe poi differenziare tra allevatori che salgono dalla pianura per la stagione d'alpeggio e chi invece resta in valle tutto l'anno, ma devo dire che, in questi ultimi anni, il lupo sta "seguendo" le greggi anche in pianura, quindi ormai ci sono attacchi durante l’intero arco dell'anno e non solo per chi resta in quota.

Tra gli allevatori le posizioni sono diverse: ci sono quelli che si ostinano a dire «bisogna abbatterli tutti!» e fanno poco per cercare di difendere i loro animali e altri che invece preferirebbero che il lupo non ci fosse, ma nel frattempo adottano vari accorgimenti per difendere gli animali.

Secondo me è impossibile ridurre a zero il rischio di attacchi. Le recinzioni servono per la notte, ma quando si pascola l'unico strumento sono i cani. Per essere efficaci al 99% ne servono davvero tanti, le greggi di grosse dimensioni dovrebbero avere 10, 15 o 20 cani da guardiania. Si immagini cosa vorrebbe dire a livello di spese per l'allevatore (cibo, vaccinazioni, assicurazioni) e soprattutto cosa significherebbe per chi passa di lì in bici o a piedi. Ho un amico che ha un piccolo gregge (neanche 200 capi) e ha 8 cani da guardiania: lui ha scelto razze più equilibrate, predazioni non ne ha avute (in montagna il numero dei suoi capi aumenta, ne prende da diversi altri piccoli allevatori), ma problemi con i turisti invece sì.

Cosa potrebbero fare le istituzioni? Ad esempio non c’è una normativa apposita sui cani da guardiania e dunque regolamentare la questione: puoi prenderti una denuncia per "omessa custodia del cane" (mi pare sia questa la dicitura), perché ovviamente il cane da guardiania deve fare il suo mestiere di sorvegliante e non stare attaccato ai piedi del padrone.

In Francia hanno più "coraggio", all'imboccatura di certi sentieri non solo c'è il cartello che spiega la presenza di cani con il gregge e le regole di comportamento da tenere, ma dice anche di non salire lì se si ha paura e/o si hanno con sé cani da compagnia. In Svizzera ci sono anche cartelli con mappe molto chiare che indicano la zona dove pascola il gregge e i sentieri che la attraversano, così che l’escursionista si possa regolare di conseguenza.

Sempre in Francia, da quando c'è il problema dei predatori, le istituzioni collocano negli alpeggi (soprattutto in alta quota) delle casette prefabbricate in legno, moduli abitativi con tutto l'essenziale, dalla stufa al pannello fotovoltaico, in modo che il pastore possa stare vicino alle pecore anche nelle parti più alte dell'alpeggio, senza doverle far scendere quotidianamente o doverle lasciare da sole (anche se nel recinto) per rientrare alla baita (cosa che invece si fa nella maggior parte degli alpeggi in Italia).

Da noi ogni regione si comporta diversamente. La Valle d'Aosta, ad esempio, paga lo stipendio a un aiuto pastore per la stagione estiva se c'è un gregge abbastanza consistente (non ricordo il numero esatto di capi, dove mandiamo noi le capre ce ne sono circa 250 e chi gestisce l'alpeggio usufruisce di questo contributo). Secondo me questo è un intervento molto utile, ben più importante che comprare qualche rete di protezione.

In realtà nella politica locale mi sembra che ci sia ben poca competenza e comunque spesso una certa politica sembra più pronta a cavalcare l'onda degli abbattimenti, che costano meno (rispetto a stipendi, cani, moduli abitativi, eccetera) e riscuotono sicuri applausi dagli allevatori. Così sembra che faccia di più il politico che dice di voler ottenere gli abbattimenti che non il tecnico che studia quali misure di compensazione si potrebbero offrire agli allevatori.

In generale sicuramente non c'è una soluzione facile altrimenti si sarebbe già trovata, almeno da qualche parte, e quella parte di politica che continua a promettere gli abbattimenti fa non pochi danni agli allevatori che continuano ad aspettarsi quella "soluzione" senza cercare alternative per difendere il proprio bestiame.

Inoltre, l'abbattimento effettuato da fantomatiche squadre (forestali o non so chi altro) secondo me non può dare grandi risultati, perché magari si abbatte sì un lupo ma non quello più pericoloso, quello confidente che si avvicinava al gregge anche quando c'è l'uomo, eccetera. Secondo la mia opinione sarebbe molto più efficace un tiro da parte del pastore: lui è lì, vede il predatore, gli spara. Probabilmente non lo colpisce nemmeno, ma lo spaventa e il lupo è molto intelligente, da quel momento assocerà al gregge un pericolo e non un “discount” facilmente raggiungibile dove procurarsi il cibo. Immagino però che a questo punto stiamo affrontando dettagli sempre più delicati che scatenano polemiche sempre più vivaci, soprattutto se uno non ha idea di come funzioni la gestione di un gregge o l'etologia del predatore.

Un'ultima cosa fondamentale che va rimarcata: la presenza dei predatori colpisce soprattutto i piccoli, piccolissimi allevatori, i veri custodi del territorio, del paesaggio, delle razze autoctone (e, spesso, anche dei prodotti tipici). Talvolta sono hobbisti, oppure hanno aziende che ormai potrebbero essere definite “micro” (poche decine di capi o anche meno, parlo di capre, pecore, talvolta anche bovini). La passione è il motore di queste realtà, spesso in bilico dal punto di vista economico (o, come dicevo, sono hobbisti, pensionati, giovanissimi oppure persone che hanno un'altra attività principale). Se la "convivenza" con i predatori diventa drammatica (animali allevati con tanta cura, animali che hanno un nome, che sono letteralmente parte della famiglia... trovarseli sbranati è una vera tragedia) o comunque insostenibile economicamente, alla fine, con la morte nel cuore, si rinuncia. Si vende tutto, si smette di allevare. Per i "grandi allevatori" è diverso, la perdita di qualche capo è certamente un problema economico e non solo, ma viene assorbita più facilmente. Se si guardano solo i numeri, magari sul territorio c'è sempre lo stesso patrimonio zootecnico in termini di capi, ma le aziende sono sempre meno, certe razze sono sempre meno presenti, si abbandonano i territori già più fragili: perché con 20 pecore o 20 capre vai a pascolare prati e praticelli ripidi, fai anche il fieno a mano, ma se il tutto passa alla grande azienda, quei fazzoletti non sono più interessanti e verranno lasciati all'abbandono.»

Grazie ancora di cuore a Marzia Verona. E anche alle sue meravigliose capre!