L’evoluzione tecnologica delle e-mtb, la devastazione naturale delle montagne

[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]

Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.

Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.

Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:

È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.

Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.

Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.

«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!

Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!

Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?

Vittorio Peretto, “Manifesto di un ecogiardino”

Cos’è un giardino, se non la più compiuta definizione materiale elaborata dall’uomo nei riguardi della Natura da lui abitata? Ma forse non solo materiale: «Per fare un giardino ci vuole un pezzo di terra e di eternità.» scrisse Gilles Clément, uno dei maggiori teorici del giardino in quanto espressione della presenza umana nel mondo (qui trovate la mia “recensione” del suo Manifesto del Terzo Paesaggio), evidenziando anche la presenza di un elemento immateriale, quasi “sacro” nell’azione dell’uomo che crea un giardino – citando indirettamente, Clément, Martin Lutero il quale sosteneva che «Ogni giardino è un libro di Dio».

Ma nel mondo di oggi, nel quale l’uomo che troppo spesso si crede “dio” e per questo si permette di fare tutto ciò che vuole, sovente senza comprendere il portato delle proprie azioni e così cagionando al mondo danni profondi e ignobili, c’è bisogno di fermarsi un attimo e ripensare la nostra presenza rispetto all’ambiente naturale che ci circonda, fin da quelle pratiche che, appunto, ne rappresentano la manifestazione più diretta. Da questi principi – e da molto altro – nasce Manifesto di un ecogiardino, di Vittorio Peretto (Hortensia/Platform Network, 2023), agrotecnico, architetto paesaggista, artista e fondatore dello studio di progettazione ambientale Hortensia Garden Design, opera come altre “tradizionalmente” pubblicata in prossimità del Natale che accompagna il lettore alla scoperta e alla conoscenza di una peculiare «postura nel mondo», ovvero di un cambiamento di prospettiva, responsabile e interessato, che possa agevolare la transizione da “antropocentrico” a “ecoantropocentrico” []

[Vittorio Peretto.]

(Potete leggere la recensione completa di Manifesto di un ecogiardino cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il metodo più efficace per rendere “sostenibile” ogni progetto da realizzare sulle montagne

Di seguito vi verrà illustrato nel dettaglio il metodo migliore e più efficace per rendere “sostenibile” qualsiasi progetto di infrastrutturazione, urbanizzazione, turistificazione, cementificazione, consumo di suolo e altro di simile nei territori montani e di particolare pregio ambientale.

Non è così complicato, basta seguire attentamente i punti indicati:

  1. Prendere un progetto qualsiasi, anche il più palesemente impattante.
  2. Scriverci da qualche parte «sostenibile».

Ecco fatto!

Semplice, vero? Infatti è un metodo già alquanto diffuso e impiegato dagli enti pubblici italiani, che ne possono garantire la notevole efficacia politica e mediatica.

Provateci anche voi se diventerete sindaci, presidenti e assessori di provincia, di comunità montana, di regione, di altri dicasteri, soggetti istituzionali e di governo locale, responsabili di società che operano per conto del pubblico, eccetera. Ne trarrete una gran soddisfazione, garantito!

(Per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in testa al post, cliccate qui. Per leggere invece altre considerazioni interessanti sul tema, cliccate qui.]

Record di TIR sulle autostrade italiane: perché si lavora tanto o perché ci si cura poco di vivere bene?

[Code di mezzi pesanti sull’Autostrada A22 del Brennero. Immagine tratta da www.ilnordestquotidiano.it.]
Alla lettura del recente documento riservato di Autostrade per l’Italia (ASPI) – riportato da “Il Sole 24 Ore” e poi da “Il Post”, secondo il quale nel 2023 c’è stato il record assoluto di mezzi pesanti che hanno circolato sulle autostrade italiane, probabilmente qualcuno se ne rallegrerà, penserà che è una bella notizia, che è il segno dell’operosità dell’industria italiana – come più d’una volta m’è capitato personalmente di sentire: più mezzi pesanti circolanti, più merce prodotta, più lavoro. Evviva!

Io invece trovo che sia la prova provata del fallimento del sistema infrastrutturale italiano, che da decenni trascura la logistica intermodale e ferroviaria, sviluppata invece da tutti i paesi confinanti, per rendere sempre più dominante il trasporto delle merci su gomma, costruendo nuove strade e evitando accuratamente di fissare limitazioni alla circolazione – come di nuovo fatto dai paesi vicini. Risultato inevitabile: più strade, più mezzi pesanti, più traffico, più inquinamento, più disagi per i territori che ospitano le arterie maggiormente utilizzate dal trasporto merci e, di contro, linee ferroviarie pessime, al netto dell’alta velocità che fa tanto immagine. Chiedete ai pendolari, vi sapranno dire bene al riguardo.

Peraltro, che la realizzazione di più strade non serva a diminuire e diluire il traffico ma invece lo aumenti – come postula il noto paradosso di Braess – è dimostrato dai dati del transito sull’autostrada Bologna-Firenze, che dal 2015 è stata raddoppiata con la cosiddetta “variante di valico”: nel 2023 il traffico dei tir è aumentato del 17,1 per cento rispetto al 2007.

È una situazione che si ripercuote per molta parte sulle regioni alpine, in tal senso più delicate dal punto di vista ambientale, dato che i valichi che attraversano le Alpi risultano fondamentali per le esportazioni italiane (come spiega di nuovo “Il Post” qui e come ho scritto più volte io, anche di recente su “L’AltraMontagna”): lo palesa il dato dell’autostrada che più di ogni altra ha visto aumentare il traffico di mezzi pesanti, la Venezia-Belluno, con il 36,7 per cento di mezzi pesanti in più rispetto al 2007. Ciò in quanto da tale arteria passano i TIR che vogliono evitare le limitazioni di transito verso l’Austria vigenti sull’autostrada del Brennero, i quali così intasano, inquinano e degradano una zona alpina di gran pregio come quella delle Dolomiti bellunesi e dei territori circostanti. Tuttavia anche qui, nonostante la matematica del paradosso di Braess non sia un’opinione, la politica locale pensa solo a costruire nuove strade invece di gestire meglio e regolamentare il traffico in transito a beneficio innanzi tutto degli abitanti dei territori interessati. Ma forse, temo, ciò equivale a chiedere a un astemio di stilare una classifica dei migliori vini sul mercato, ecco.

D’altro canto, è proprio grazie al disinteresse e all’incompetenza di lungo corso della politica italiana se il paese si ritrova in questa situazione che solo uno stolto potrebbe pensare come “positiva” per l’industria nazionale, non capendo che invece per la produzione industriale rappresenta un grande handicap e al contempo genera un disagio notevole – e per certi aspetti pericoloso – per i cittadini.

Dunque? Andiamo avanti così come nulla fosse? O magari finalmente pensiamo a spostare una buona parte delle merci sulla rotaia, recuperando almeno un po’ sull’arretratezza che ci contraddistingue rispetto ai paesi confinanti, liberando le strade dai mezzi pesanti e i polmoni dallo smog?

Cortina d’Ampezzo verrà eternata nella vergogna?

Dunque, con la scusa delle prossime Olimpiadi invernali pochi amministratori scellerati hanno deciso di eternare il nome di Cortina d’Ampezzo non più legandolo alla bellezza straordinaria delle sue montagne o all’atmosfera elitaria che la contraddistingue ma a uno scempio ambientale, economico e culturale tanto privo di logica quanto ricco di arroganza e alla vergogna planetaria che ne deriva.

Uno scempio riguardo il quale in futuro a quegli amministratori si dovrà necessariamente rendere conto: il mio augurio agli amici cortinesi che veramente tengono al proprio territorio e al suo buon futuro è quello di saper fare memoria di ogni cosa, da quella macroscopica alla più minima, che sta accadendo e accadrà per la costruzione della pista da bob, così poi da chiederne conto, quando verrà il momento, a chi ne è stato mandante e sostenitore. Che non potrà e non dovrà sfuggire alle proprie responsabilità, come troppe volte è accaduto in altre circostanze – si veda la pista di Cesana Torinese. È un dovere civico e morale che va compiuto e riconosciuto a Cortina e alle sue meravigliose montagne.