Speriamo che torni, la neve

P.S. – Pre Scriptum: il testo che leggete qui l’ho steso qualche tempo fa, verso metà febbraio. Stavo recandomi in Valtellina per un evento e lungo la strada, uscendo dall’ultima galleria della “variante di Morbegno” all’altezza di Ardenno, mi sono ritrovato davanti la visione panoramica di buona parte del solco vallivo valtellinese, da lì pressoché rettilineo, fino ai monti ormai prossimi al bormiese. Monti già piuttosto elevati, in alcune vette prossimi ai 3000 metri di quota, ma inopinatamente spogli di neve, scarsamente presente solo molto in alto o nei canaloni più profondi. Sembrava una visione tardo primaverile e invece era la metà di febbraio, periodo nel quale quelle montagne dovevano apparire completamente bianche di neve fino a quote basse. È stato sgomentante constatare tutta quella miseria nivale, e inquietante pensare che era (è stato) già il secondo inverno così avaro di neve, con gravi ripercussioni sulla presenza di acqua nei fiumi e sullo stato dei ghiacciai, che infatti la scorsa estate si sono fusi come mai era accaduto prima.

Da tutto ciò sono nati i pensieri che poi, uniti ad altri che il mio sguardo sui monti elabora di continuo, hanno portato al testo che leggerete. Forse avrei dovuto pubblicarlo prima, in periodo invernale; d’altro canto anche la primavera sarebbe stagione propizia, alle quote medio-alte, per nevicate abbondanti e salvifiche, ma in fondo la mia – per quel poco che pare e per quanto banale possa essere – è una sorta di invocazione che, stante la realtà che stiamo vivendo e probabilmente vivremo sempre più negli anni futuri, assume un valore atemporale costante. Nell’ovvia speranza che venga esaudita, per il bene delle montagne e di noi tutti.

[Foto di Karl Hedin su Unsplash.]
Speriamo che torni, la neve.

Speriamo veramente e non dico una nevicata ogni tanto, magari copiosa ma che rapidamente il clima trasforma in un ricordo bello e un po’ triste. Speriamo invece che torni con abbondanza e con costanza ad ammantare le montagne, a regalare loro il fascino più gelido e al contempo più fervido che vi sia, a coprire con metri e metri di sublimi preziosi cristalli ogni cosa, sui monti.

Speriamo che torni e vi si possa sciare sopra senza più quella terribile piaga della neve artificiale, deleteria imitazione che offende le montagne per rallegrare chi non le rispetta, e per divertirsi con essa come con nessuna altra cosa fin da bambini e ancora da grandi possiamo e sappiamo fare. Speriamo che torni per ridare alla montagna d’inverno la sua peculiare bellezza, la sua dignità, la sua insostituibile identità, e per ridarle il suo tempo più naturale ritmato dal variare delle stagioni.

Speriamo che torni per curare e nutrire i ghiacciai, per dare vita persistente e spumeggiante ai ruscelli, ai torrenti, ai fiumi, per far scintillare pienamente i laghi, per dissetare ogni creatura vivente e allontanare qualsiasi arido e sterile incubo.

Speriamo che la neve torni così da farci riconoscere le montagne per ciò che realmente sono e saranno ancora, non per quanto sembrano ma non sono o per ciò che erano e non sono più.

Speriamo che torni portando con sé la compagnia del freddo, che ci potrà far rabbrividire fuori ma al contempo ci farà comprendere quanto sia importante essere caldi dentro, e speriamo che torni perché chiunque, anche i bambini di oggi, possano restare sommamente affascinati, sorpresi, stupiti,  bocca aperta nell’ammirare il volteggiare infinito dei fiocchi che dal cielo fluttuano verso terra.

Speriamo che torni perché la montagna senza neve è come un capolavoro pittorico privato del colore, col rischio che qualcuno ce ne metta dell’altro che non c’entra nulla e lo abbruttisca, facendogli perdere buona parte del suo valore e della sua bellezza.

Speriamo che torni, la neve, quanto prima. E che torni quando saremo ancora qui, ma anche se non sarà così non fa nulla: l’importante è che torni, prima o poi, e che le montagne d’inverno si possano imbiancare come prima e più di prima, che le loro vette possano scintillare nel cielo gareggiando con la luminosità diurna e stellare, ammantate del bianco che come nessun altro è sintesi e compendio assoluti di qualsiasi colore che può avere la vita.

Speriamo, già.

Le comunità alpine devono riconquistare dignità e centralità politica

Vedo con piacere che sabato 18 marzo scorso la piazza Dibona di Cortina si è gremita di cittadini per l’evento “Riprendiamoci Cortina – ne riferisce anche Pietro Lacasella* su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” il quale rimarca come così tanta gente si sia lì riunita non solo per rendere pubblica la propria opposizione alle più impattanti opere previste per le Olimpiadi del 2026 – a partire dalla ormai famigerata nuova pista di bob – ma anche per chiedere che le necessità dei residenti non continuino ad essere messe in secondo piano rispetto “agli interessi dei foresti”, denunciando che mentre servizi essenziali per gli equilibri comunitari si vanno via via riducendo, vengono investiti centinaia di milioni di euro nelle opere previste per Milano-Cortina 2026 le quali, in certi casi, appaiono a forte rischio di degrado post-olimpico, con conseguente e inevitabile degrado del territorio montano locale. Un territorio che rappresenta un patrimonio di valore inestimabile per tutti fuorché, evidentemente, per i propugnatori delle opere olimpiche, pronti a sacrificare la bellezza del paesaggio ampezzano pur di conseguire i propri tornaconti e farsi propaganda sui soliti palcoscenici mediatici.

Posto tutto ciò, trovo l’adunanza pubblica di Cortina particolarmente emblematica proprio nel suo rimarcare la necessità di rimettere al centro di qualsiasi iniziativa d’ogni genere, che possa e debba essere realizzata nei territori montani, le comunità che abitano quei territori, i loro bisogni e le necessità fondamentali, il loro benessere generale, la cura e la qualità dei servizi ecosistemici e dei beni comuni peculiari del territorio in questione, nell’evidenza lampante che il turismo migliore e più proficuo possibile per tutti, in zone paesaggisticamente pregiate e particolarmente delicate come quelle montane, lo si può sviluppare innanzi tutto dove venga garantito il benessere degli abitanti e sostenuta la relazione più positiva possibile con le loro montagne.

Oggi invece pare che non di rado l’industria turistica, sia essa sciistica o meno, purtroppo tenda a asservire totalmente le montagne sulle quali sviluppa il proprio business e chiunque le abiti ai propri bisogni e obiettivi, anche quando questi risultino fin troppo impattanti (non solo ambientalmente) e sostanzialmente avulsi dal luogo. In tal modo montagne e montanari diventano ostaggi della monocultura turistica imperante – che sovente è quella dello sci, appunto – la quale fa tabula rasa della dimensione socioeconomica e culturale del luogo e generando, in forza della realtà che stiamo vivendo e del futuro che ci aspetta, le condizioni ideali per una potenziale decadenza dell’intero territorio e della sua comunità, alienata dal proprio paesaggio (nel senso antropologico del termine) e resa incapace di sostenersi senza la presenza del turismo.

Quanto sta accadendo in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 rende particolarmente evidente la situazione appena descritta, non solo a Cortina ma pure nelle altre località deputate allo svolgimento delle gare e in Valtellina soprattutto, come racconta bene il libro di Luigi Casanova Ombre sulla neve. Non c’è alcuna considerazione, attenzione e cura verso le comunità che abitano i territori olimpici, ovvero non è prevista praticamente nessuna opera che vada a soddisfare i loro bisogni pragmatici o iniziativa che possa agevolare il benessere stanziale. I tornaconti olimpici dettano legge e assorbono la gran maggioranza dei finanziamenti pubblici, anche attraverso opere sulla cui insensatezza tutti concordano (meno quei due o tre soggetti istituzionali che le vogliono imporre, ovviamente senza aver previsto alcun confronto democratico al riguardo con gli abitanti dei luoghi interessati, appunto).

D’altro canto risulta parecchio sconcertante constatare come i suddetti amministratori pubblici, con i loro sodali, non si rendano conto di come la loro condotta, le numerose mancanze delle quali si caratterizza e il sostanziale disinteresse verso gli abitanti delle montagne interessate, fin da ora sanciscono il fallimento delle iniziative previste. Ed è un fallimento non solo economico e ambientale ma anche politico, culturale, morale, civico, etico. Il fulcro della questione non è solo ciò che si vuole fare ma come lo si vuole fare, e cosa comporta per le geografie umane che ne subiscono gli effetti ora e ancor più negli anni futuri, nonché come la loro vita quotidiana verrà modificata, deviata, probabilmente guastata, parimenti ai territori che abitano. Non è una mera questione di fare o non fare strade, impianti, infrastrutture varie o che altro, ma è la necessità di manifestare al riguardo la competenza e la responsabilità più consone possibili oltre che la visione profonda e consapevole verso il domani. Una necessità che da subito, attraverso i fatti e le parole, sancisce la bontà e l’equilibrio di uno sviluppo, per i territori in questione, che possa garantire loro e agli abitanti il futuro più proficuo e funzionale alla vita su quelle montagne. Ovvero, di contro, è una mancanza – ma d’altro canto la definirei subito una colpa – che rischia di sancirne una drammatica, inesorabile decadenza. E capire quale sia l’opzione scelta dai suddetti amministratori pubblici, a livello locale e non solo, lo si può fare – lo si deve fare ora.

Che a Cortina e altrove lo si faccia me lo auguro di tutto cuore.

*: le immagini inserite in questo post me le ha concesse Pietro che le ha attinte dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.

C’erano una volta le castagne “solidali”

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

I castagni erano considerati piante preziose per quel che davano: legname ottimo per mobili e suppellettili, per fare i pali delle vigne e le recinzioni, per trasformare le foglie in ottima lettiera per gli animali, per ottenere la farina dalle castagne e trasformarla in pane dei poveri. Castagne che venivano anche date in dono assai gradito ai contadini delle alte valli interne, dove il castagno non era mai arrivato a mettere radici.

[Franco FaggianiLe meraviglie delle Alpi, Rizzoli/Mondadori, 2022, pag.158.]

Trovo assolutamente significativo questo passaggio del libro di Faggiani – che fa riferimento al “Sentiero del Castagno”, percorso escursionistico altoatesino tra Bressanone e Bolzano – non solo perché rimarca l’importanza storica assoluta delle selve castanili per le genti di montagna, ma pure per come le castagne divenissero oggetto di una peculiare e emblematica forma di sostentamento condiviso tra montanari che si può ritrovare un po’ ovunque, nelle nostre terre alte, non necessariamente mirato alla reciprocità. Dalle mie parti, ad esempio, nelle selve un tempo assai vaste di Colle di Sogno (che in effetti vaste lo sono tutt’oggi ma purtroppo non vengono curate come un tempo), era in vigore un’antica usanza condensata nell’adagio vernacolare «Dopu San Martì depertöt gh’è mì!» (“Dopo San Martino dappertutto è cosa mia!”) per la quale dopo l’11 novembre a chiunque veniva consentito di entrare nei castagneti di proprietà degli abitanti del borgo e raccogliere i frutti ancora rimasti sugli alberi e sul terreno: una forma di generosa solidarietà della quale lassù approfittavano soprattutto i contadini del fondovalle e della pianura alto milanese, i cui campi in quel periodo già risultavano ormai improduttivi, che salivano sui monti di Colle di Sogno per accaparrarsi una così preziosa riserva di pane dei poveri – come le castagne venivano diffusamente chiamate proprio in forza dell’importanza del sostentamento da esse ricavato per le classi meno fortunate. D’altro canto la manifestazione di queste forme di microeconomia vernacolare rappresentavano anche occasioni di scambi socioculturali tra gli abitanti delle montagne e dei territori ad esse prossimi: una dimensione di metromontagna arcaica e elementare eppure già di grande valore e importanza, che può ben diventare nozione per l’auspicata, rinnovata metromontagna contemporanea in grado di rivitalizzare e riequilibrare il rapporto tra montagne e città stemperando la condizione di marginalità alla quale le prime sono state per troppo tempo costrette – peraltro in modalità antitetiche al secolare passato, come visto.

E, per chiudere il “cerchio castanile” qui tracciato in modo letterario, sappiate che lo stesso Colle di Sogno con le sue montagne è citato nel libro di Franco, in un capitolo precedente e per altri motivi. Ma è una circostanza non così casuale, mi viene da pensare.

La solita (brutta) aria che tira, in Lombardia

Martedì 21 marzo, Milano e la Lombardia hanno conseguito nuovi importanti nonché (viene da pensare) ambiti “traguardi” nella “qualità di vita” offerta ai propri abitanti. Già, perché in quel giorno Milano è stata la città più inquinata al mondo dopo Teheran per diffusione di PM2.5, e nove comuni lombardi su dieci (ma il decimo è a meno di 10 km dalla Lombardia) sono risultati i più inquinati d’Italia (fonti: IQAir e US AQI).

Tutto questo dopo che da decenni si va dicendo, dimostrando scientificamente e denunciando che la Pianura Padana è una delle zone più inquinate del mondo occidentale. Di contro, si stanno spendendo almeno 2,1 miliardi di Euro di soldi pubblici, che probabilmente alla fine saranno molti di più, forse il doppio, per le Olimpiadi invernali del 2026 con sede cittadina proprio a Milano pressoché senza la realizzazione di interventi e opere atte quanto meno a mitigare una situazione così letale (l’unica del genere verrà realizzata in Alto Adige e ne potenzierà l’offerta di mobilità sostenibile). Opere che peraltro darebbero gran lustro all’immagine lombardo-veneta nel mondo, grazie alla vetrina olimpica: ma, evidentemente, qui si preferisce nascondere pervicacemente il problema, il che equivale a negarne le conseguenze nefaste che i bollettini sanitari registrano periodicamente (gestione Covid-19 docet, d’altronde).

Però la città di Milano pianta alberi, già. E li fa morire.

Un plauso a tutti gli amministratori pubblici degli ultimi lustri, e ai loro sodali privati, protagonisti di questo grande successo (nord)italiano! Complimenti di cuore, proprio! – anche perché i polmoni ormai ce li siamo giocati e il fegato s’è roso del tutto. Ecco.

P.S.: le immagini delle classifiche le ho tratte dalla pagina Facebook di Clara Pistoni, che ringrazio molto.

Fare cose belle e buone, in montagna. Sulle Madonìe (Sicilia), ad esempio

Le Madonìe (in siciliano Li Marunìi) sono tra le montagne più belle della Sicilia e del Mediterraneo. Tanto poco esteso quanto ricco di angoli spettacolari e in costante vista del Mar Tirreno, il gruppo presenta le più alte vette dell’isola dopo l’Etna, sfiorando i duemila metri di quota con il Pizzo Carbonara (1979 m) che domina una morfologia parecchio variegata nonché alcune peculiarità notevoli come la faggeta di Piano Cervi, la più meridionale d’Europa. D’altro canto l’ambiente naturale delle Madonìe è talmente pregiato che la zona, il cui parco è inserito già dal 2004 nella Rete Mondiale dei Geoparchi, dal 2015 si fregia del titolo di Geoparco Mondiale UNESCO.

Nonostante ciò, anche le Madonìe non sono sfuggite al tentativo di imporre ai loro territori i modelli del turismo di massa più banalizzanti e decontestuali: la località sciistica di Piano Battaglia, pur piccola, è il frutto di quell’imposizione, dagli scopi ben più attenti al consumo del luogo che alla sua valorizzazione autentica e con la solita cronaca di pasticci finanziari, chiusure, riaperture, richiusure, soldi pubblici malamente spesi, problematiche legate al clima, eccetera: la sua storia è raccontata – succintamente ma compiutamente – nel libro Inverno Liquido di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli.

Anche per i motivi che ho appena citato, qualche anno fa un gruppo di cittadini madoniti per passione, interesse, competenze, ha deciso di impegnarsi alla promozione e sviluppo dei territori montani delle Madonie, creando un’associazione culturale che oggi si può ben indicare come un esempio mirabile e assai efficace di valorizzazione della montagna in senso generale: è Identità Madonita, nata proprio per attivare e promuovere nuovi processi di sviluppo, reti di aziende, persone e servizi dedicati non solo al visitatore ma anche ai giovani madoniti. L’associazione promuove forme di sensibilizzazione attraverso attività mirate ad accrescere la conoscenza ed il valore del territorio, a combattere lo spopolamento e attivare nuove visioni e interpretazioni del territorio locale. Inoltre usa lo sport per attivare forme di sensibilizzazione dei giovani madoniti in base al principio per il quale la conoscenza approfondita di pratiche che agevola la scoperta dei luoghi del territorio può essere potente volano di nuove forme di coscienza, di attività imprenditoriali e di attrazione, così da innescare nuovi meccanismi di sviluppo benefici per l’intero territorio.

Infine, Identità Madonita sfrutta la conoscenza dei suoi membri per promuovere e incentivare forme di reti di persone e servizi al fine di facilitare la fruizione e la coltivazione della cultura delle Madonie. Per questo tra i soci dell’associazione si trovano maestri ceramisti, agronomi profondi conoscitori delle tradizioni contadine, maestri pupari, esperti cuochi, ex componenti dei reparti speciali dell’esercito, artisti pittori, e soprattutto appassionati esperti di sviluppo locale: un ambiente umano ideale per implementarvi la collaborazione di partner commerciali accuratamente scelti per supportare la permanenza e le attività dei visitatori, i quali a loro volta possono approfittare di tale rete per scegliere servizi e aziende innanzi tutto dell’entroterra madonita ma anche della zona costiera, che ha nella cittadina di Cefalù, con la sua rinomanza turistica riconosciuta a livello internazionale, un importante e emblematico legame referenziale tra il mare e il comprensorio montano delle Madonie.

Un’esperienza veramente notevole e ammirevole, quella di Identità Madonita, che ha molto da insegnare a tante altre località montane alpine e appenniniche dalla storia assimilabile che ancora, per motivi di vario genere ma che ormai tutti conoscono bene, non riescono a liberarsi dal giogo della monocultura dello sci nonostante nulla vi sia più – in senso geografico, climatico, ambientale, economico, sociale, culturale, eccetera – nella realtà effettiva di quei luoghi che possa giustificare questo soffocante accanimento turistico. Insomma: chapeau!

(Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook dell’Associazione Identità Maronita.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna: