Di certi “escursionisti” che, forse, sarebbe meglio se restassero ben lontani dalle montagne!

Ho trovato estremamente interessante e significativo leggere le dichiarazioni pubblicate dalla stampa (ad esempio su “Il Dolomiti” ma originariamente pubblicate su Facebook qui) di Duilio Boninsegna, guida alpina e gestore del Rifugio Pradidali nelle Pale di San Martino (provincia di Trento – lo vedete nelle immagini del post, tutte tratte dalla sua pagina Facebook), circa le pretese di un numero sempre crescente di escursionisti che reclamano servizi da hotel in un rifugio a oltre 2200 metri di quota, che hanno fatto sbottare Boninsegna facendogli dichiarare che «Quest’anno al Pradidali ci sarà un ritorno al classico. Non venite a chiedere ‘voglio questo o quell’altro’. Quello che c’è, c’è. Non sarà un ristorante, perché di quelli ne trovate quanti volete in valle, ma un vero rifugio d’altri tempi.»

Le ho trovate interessanti e significative, le parole di Boninsegna, non tanto per quel che affermano quanto per una di quelle coincidenze che a ben vedere non sono affatto tali. Infatti, quasi in contemporanea la pubblicazione delle sue parole, m’è capitato di chiacchierare con un amico gestore di un noto rifugio delle montagne lecchesi, posto a 2000 metri di quota, il quale si diceva sgomento nel constatare quale sia la più frequente e spesso prima domanda posta dagli escursionisti giornalieri che giungono al suo rifugio, cioè se lassù vi sia il wifi. E di come, osservando quei “gitanti” nel contesto montano nel quale lavora, abbia parimenti constatato l’evidente, sostanziale insensibilità verso il luogo e le sue peculiarità, visto solo come una tra tante altre mete ludico-ricreative ovviamente buona come sfondo per l’ennesimo selfies da caricare e dimenticare sui social media e pressoché ignorata nelle sue più importanti e affascinanti valenze geografiche, naturalistiche, paesaggistiche, storiche e culturali in genere. Per di più, di frequente consumando poco o nulla, dunque non contribuendo nemmeno a sostenere il lavoro di chi permette di tenere aperto il rifugio e accogliere chiunque, usualmente a costo di grandi sacrifici. Come fossero in gita in un parco fuori città, insomma, nel quale poter credere (e esigere) di trovare tutto ciò che abitualmente si ha a disposizione nella quotidianità urbana, dal wifi citato dall’amico rifugista alle docce calde con l’acqua razionata come denunciato dal gestore del Pradidali – ma ricordo pure ciò che mi raccontò un altro amico rifugista del lecchese, di una tizia che, richiedendo espressamente una stanza singola in un rifugio di sole camerate a 2400 metri di quota, pretendeva che le venisse riservato in via esclusiva il bivacco invernale. D’altronde immagino che di storie del genere i rifugisti di tutte le nostre montagne ne abbiano a iosa da raccontare. Per farla breve, salire fino a un rifugio a 2000 e passa metri di quota e sottoporre al gestore simili domande, al netto del tasso di ingenuità ammissibile, significa non aver capito nulla del luogo in cui ci si trova.

Con questa “moda” dell’andare per monti che in misura prepotente da dopo il Covid è diventata un sinonimo di “fuga” dalle città caotiche e insalubri, ma che viene quasi sempre praticata nelle modalità tipiche del turismo massificato e attraverso modelli e immaginari che appaiono viepiù superficiali e pressoché privi di qualsiasi consapevolezza culturale riguardo la montagna e le sue realtà, da più parti si invoca la necessità di una “rialfabetizzazione” del pubblico meno avvezzo alla frequentazione dei territori montani ma voglioso di visitarli. È un pubblico che d’altro canto rappresenterebbe un elemento potenzialmente positivo tanto per chi lavora in montagna quanto per le comunità residenti e non solo dal punto di vista economico, ma a patto che tale pubblico si dimostri disponibile a lasciare a casa, o quanto meno – per così dire – nell’autovettura al parcheggio di fondovalle, quell’atteggiamento così superficiale e puerile così da fare spazio a una sincera volontà di conoscere, comprendere e di godere veramente appieno di tutto ciò che la montagna sa offrire. Che è talmente tanta roba che quei turisti nemmeno se la sognano e che giammai potrà essere “riassunta” da un post e da qualche immagine su Instagram.

Questa volontà può e deve certamente essere agevolata e coltivata, come già avviene ampiamente, da chiunque operi a favore della cultura di montagna – le associazioni alpinistiche e escursionistiche, le guide e gli accompagnatori, i tour operator locali, i rifugisti e i gestori degli alloggi turistici, gli operatori culturali, eccetera – così che in forza di tale attività diffusa possa avviarsi quel processo di equilibratura dei modelli e degli immaginari in base ai quali si frequentano e si percepiscono le montagne. Se tuttavia questa volontà non viene manifestata, né tanto e nemmeno poco, ma anzi in barba al più naturale buon senso si sale in montagna e si pretende, consciamente, di potersi comportare come in una piazza cittadina o, peggio, al centro commerciale se non allo stadio, be’, ribadisco fermamente che, a mio parere, le persone con tale atteggiamento è bene che se ne stiano il più lontano possibile dai territori montani. Perché sono elementi di degrado per le montagne anche senza che facciano nulla di che. Diventano manifestazione di ciò che già nel 1995 Tiziano Terzani – in Un indovino mi disse – descriveva così:

Brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini.

Ecco, “Disneyland”: proprio ciò a cui viene paragonata spesso la montagna turistificata, quella che ormai ha abdicato e soggiogato la propria bellezza autentica e il valore culturale che la caratterizza ai grandi numeri del turismo di massa, delle grandi e piccoli infrastrutture decontestuali – i mega impianti di risalita tanto quanto le panchine giganti, per intenderci -, dei “resort” e dei ristoranti gourmet lungo le piste da sci che però mantengono nel proprio nome il termine “rifugio” per tentare di far credere ciò che ormai non è più credibile – ma un’esca alla quale evidentemente tanti sprovveduti abboccano.

Be’, io credo che tutto questo è bene che non salga di quota, è bene che non inquini e distrugga quella meravigliosa realtà che è il rifugio di alta montagna, quello vero – e la vera montagna di conseguenza, quella che ancora possiamo definire tale, fortunatamente. Secoli addietro si pensava che sulle vette dimorassero i più inquietanti demoni infernali, oggi pare che invece questi siano scesi a valle e laggiù si divertano, travestiti da turisti per non farsi riconoscere – ma in realtà diventando riconoscibili come non mai.

Il trasporto pubblico, ennesima vergogna italiana

Le città italiane continuano a mostrare le stesse problematiche di invivibilità e insalubrità di cui si parla ormai da troppo tempo: tante aree urbane sono ancora vittime di traffico e inquinamento per i numeri record di veicoli privati in circolazione (666 auto ogni 1.000 abitanti in media in Italia, il 30% in più rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna), e di danni alla salute da smog, con oltre 50.000 morti premature dovute all’inquinamento atmosferico.
In questo contesto il ritardo infrastrutturale italiano rispetto agli altri grandi Paesi europei è enorme. Ma non è quello di cui si discute da almeno 30 anni, ossia un divario rispetto alle grandi opere (innanzitutto autostradali), bensì quello delle città e della mancanza di reti di trasporto pubblico veloci e capillari:
– la lunghezza totale delle linee di metropolitane in Italia si ferma a poco meno di 256 km totali, lontanissimi dagli oltre 680 km del Regno Unito, dai 656,5 km della Germania e dai 615,6 della Spagna;
– le reti di metropolitane in tutta Italia sono paragonabili a quelli di singole città come Madrid (291,3) o Parigi (225,2);
– in Italia ci sono 397,4 km di tranvie rispetto agli 875 km della Francia, dove nel solo 2023 sono stati inaugurati ulteriori 40 km, e ai 2.042,9 km della Germania;
– l’Italia è dotata di 740,6 km di ferrovie suburbane, mentre sono 2.041,3 in Germania, 1.817,3 km nel Regno Unito e 1.442,7 in Spagna.
A fronte di questi ritardi abbiamo fatto ben poco, anzi abbiamo fatto più investimenti sulle infrastrutture per il trasporto su gomma che per realizzare nuovi binari o per migliorare velocità e frequenze dei treni su quelle esistenti.
Le città italiane sono, dunque, ferme al palo, mentre l’Europa viaggia sempre più su ferro. Come condizione minima per avviare un recupero di questo ritardo serve fare uno sforzo aggiuntivo sulle risorse economiche fino al 2030, con nuove risorse pari a 1,5 miliardi l’anno (per realizzare linee metropolitane, tranvie, linee suburbane), recuperando i fondi dalle tante infrastrutture autostradali e stradali previste, rifinanziando i fondi per il trasporto rapido di massa e la ciclabilità, completamente svuotati perché in un’epoca di crisi climatica la questione cruciale è quella delle scelte che si fanno ora e che stanno decidendo il futuro di milioni di persone.

[Dal rapporto Pendolaria, Speciale Aree Urbane di Legambiente, pubblicato qualche giorno fa. Lo potete scaricare qui.]

Dov’è lo sviluppo del paese, dove sono l’innovazione, la progettualità, la visione verso il futuro?

Dov’è l’attenzione nei confronti del benessere dei cittadini, dell’ambiente, del paesaggio? Dov’è quella per le nuove generazioni? Dov’è la presa di coscienza riguardo la crisi climatica e le sue conseguenze che già il paese subisce ampiamente?

Dov’è l’Italia, paese membro del G7, tra le maggiori economie del pianeta?

Dov’è la sua classe politica?

Risposta: non si sa.

Fine.

SONDAGGIO! La neve artificiale in Svizzera e in Italia

Cari amici, vi propongo di seguito un bel SONDAGGIO(NE)!

Leggete la domanda di seguito formulata e scegliete la risposta che ritenete più corretta:

Secondo voi, perché in Svizzera gli enti governativi disincentivano la realizzazione e il finanziamento di impianti di innevamento artificiale dei comprensori sciistici soprattutto al di sotto dei 2000 m di quota mentre in Italia la politica locale continua a stanziare centinaia di milioni di soldi pubblici per realizzare tali impianti soprattutto in comprensori sciistici al di sotto dei 2000 m di quota?

 

  1. Perché notoriamente gli svizzeri non capiscono nulla di montagne mentre gli italiani capiscono molto di più.
  2. Perché notoriamente gli svizzeri capiscono molto di montagne mentre gli italiani da tempo non capiscono più nulla.
  3. Perché c’è un equivoco di fondo: in Italia si è convinti di dover aver bisogno di sempre più «neve», solo che non si tratta della “neve” che è «acqua ghiacciata cristallina».
  4. Perché è tutto un magna-magna.

Forza, manifestate la vostra opinione!

Tra chi risponderà verrà estratto a sorte uno stagionale per la stagione 2024/2025 valido nel comprensorio sciistico dei Piani Resinelli (Lecco) oppure, in alternativa, una bottiglia di ottima birra artigianale! 😄

L’evoluzione tecnologica delle e-mtb, la devastazione naturale delle montagne

[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]

Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.

Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.

Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:

È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.

Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.

Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.

«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!

Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!

Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?

Record di TIR sulle autostrade italiane: perché si lavora tanto o perché ci si cura poco di vivere bene?

[Code di mezzi pesanti sull’Autostrada A22 del Brennero. Immagine tratta da www.ilnordestquotidiano.it.]
Alla lettura del recente documento riservato di Autostrade per l’Italia (ASPI) – riportato da “Il Sole 24 Ore” e poi da “Il Post”, secondo il quale nel 2023 c’è stato il record assoluto di mezzi pesanti che hanno circolato sulle autostrade italiane, probabilmente qualcuno se ne rallegrerà, penserà che è una bella notizia, che è il segno dell’operosità dell’industria italiana – come più d’una volta m’è capitato personalmente di sentire: più mezzi pesanti circolanti, più merce prodotta, più lavoro. Evviva!

Io invece trovo che sia la prova provata del fallimento del sistema infrastrutturale italiano, che da decenni trascura la logistica intermodale e ferroviaria, sviluppata invece da tutti i paesi confinanti, per rendere sempre più dominante il trasporto delle merci su gomma, costruendo nuove strade e evitando accuratamente di fissare limitazioni alla circolazione – come di nuovo fatto dai paesi vicini. Risultato inevitabile: più strade, più mezzi pesanti, più traffico, più inquinamento, più disagi per i territori che ospitano le arterie maggiormente utilizzate dal trasporto merci e, di contro, linee ferroviarie pessime, al netto dell’alta velocità che fa tanto immagine. Chiedete ai pendolari, vi sapranno dire bene al riguardo.

Peraltro, che la realizzazione di più strade non serva a diminuire e diluire il traffico ma invece lo aumenti – come postula il noto paradosso di Braess – è dimostrato dai dati del transito sull’autostrada Bologna-Firenze, che dal 2015 è stata raddoppiata con la cosiddetta “variante di valico”: nel 2023 il traffico dei tir è aumentato del 17,1 per cento rispetto al 2007.

È una situazione che si ripercuote per molta parte sulle regioni alpine, in tal senso più delicate dal punto di vista ambientale, dato che i valichi che attraversano le Alpi risultano fondamentali per le esportazioni italiane (come spiega di nuovo “Il Post” qui e come ho scritto più volte io, anche di recente su “L’AltraMontagna”): lo palesa il dato dell’autostrada che più di ogni altra ha visto aumentare il traffico di mezzi pesanti, la Venezia-Belluno, con il 36,7 per cento di mezzi pesanti in più rispetto al 2007. Ciò in quanto da tale arteria passano i TIR che vogliono evitare le limitazioni di transito verso l’Austria vigenti sull’autostrada del Brennero, i quali così intasano, inquinano e degradano una zona alpina di gran pregio come quella delle Dolomiti bellunesi e dei territori circostanti. Tuttavia anche qui, nonostante la matematica del paradosso di Braess non sia un’opinione, la politica locale pensa solo a costruire nuove strade invece di gestire meglio e regolamentare il traffico in transito a beneficio innanzi tutto degli abitanti dei territori interessati. Ma forse, temo, ciò equivale a chiedere a un astemio di stilare una classifica dei migliori vini sul mercato, ecco.

D’altro canto, è proprio grazie al disinteresse e all’incompetenza di lungo corso della politica italiana se il paese si ritrova in questa situazione che solo uno stolto potrebbe pensare come “positiva” per l’industria nazionale, non capendo che invece per la produzione industriale rappresenta un grande handicap e al contempo genera un disagio notevole – e per certi aspetti pericoloso – per i cittadini.

Dunque? Andiamo avanti così come nulla fosse? O magari finalmente pensiamo a spostare una buona parte delle merci sulla rotaia, recuperando almeno un po’ sull’arretratezza che ci contraddistingue rispetto ai paesi confinanti, liberando le strade dai mezzi pesanti e i polmoni dallo smog?