La gestione dell’emergenza Covid in Italia, spiegata molto rapidamente e altrettanto chiaramente

Ecco.
Non serve aggiungere altro.

Ultrasuoni #5: Frankie Goes to Hollywood, Warriors of the Wasteland

Tra i gruppi di “seconda fascia” del pop anni ’80 ovvero quelli non così celebrati come altri – da noi, intendo dire – eppure tra quelli più originali ed emblematici vanno sicuramente annoverati i Frankie Goes to Hollywood: e non solo per essere riusciti a diventare parecchio noti con soli due album pubblicati – ma con un filotto di singoli notevoli e vendutissimi – ma pure, a mio modo di vedere, per un’attitudine musicale assolutamente significativa per molta parte della scena pop del decennio (a prescindere dall’essere pure un’icona LGBT, come d’altronde tanti artisti del periodo). Un’attitudine punk rock purissima – non a caso da quell’ambito scaturisce la storia della band come di tante altre del tempo, seppur spesso in modi sovente invisibili o quasi – virata, mediata, acculturata e proposta in salsa pop-dance ma senza mai scadere nel banale, sia nella scrittura dei brani e sia nelle musiche. Warriors of the Wasteland ne è un ottimo esempio: la struttura del brano quasi hard rock, arrangiamenti potenti con un che di “epico”, un’esecuzione altrettanto potente e, dal vivo, proposta in forma elettrica per rimarcare quell’attitudine punk rock “genetica” del gruppo, ben evidente nel video dell’esibizione al Montreux Rock Festival del 1986 che vi propongo, che poi altrove svaniva totalmente e “antiteticamente” – vedi (senti) in brani come The Power of Love – ma sempre, da rockettari o da mielosi, mantenendo uno stile personale e peculiare che fa dei FGTH una band senza dubbio da rivalutare e riscoprire.

La comicità non è una camicia da indossare

La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. È molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo. Come Bertrand Russell, provo una profonda tristezza per il genere umano. A differenza di Bertrand Russell, non sono bravo in matematica. E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.337.)

Il paesaggio c’è, sempre

[Foto di © Alessia Scaglia, 2020.]
Se aveste intenzione di ammirare un’opera d’arte, vi recaste ove fosse esposta ma, lì giunti, vi fosse qualcosa che vi impedisse la visione, ne rimarreste comunque affascinati come se la visione fosse libera e piena?

Immagino di no.

Ecco, pensate invece a come il paesaggio – che a sua volta possiede e genera una fondamentale valenza estetico-culturale di principio simile a quella posseduta dall’arte – anche quando svanisca, come nel contesto ripreso nell’immagine fotografica lì sopra, resti sempre e comunque affascinante e incantevole! Non si vede quasi del tutto, così nascosto dalle nubi basse in quel caso, e siamo felici di non vedere quasi nulla. Curioso, no?

D’altro canto questa è una significativa prova, ancorché a suo modo “empirica”, di come il paesaggio sia una nostra concezione culturale, prima che una percezione esteriore di natura fondamentalmente estetica. Quello che sovente chiamiamo – per facilità d’intendimento comune – “paesaggio” è in realtà il territorio, con le sue forme e le sue varie peculiarità geografiche, naturalistiche e antropiche; ma il concetto che da tale visione noi ricaviamo, frutto di queste percezioni sensoriali, delle personali sensibilità e del bagaglio culturale che possediamo (tutte cose che “albergano” dentro di noi, dunque), ecco, quello è il paesaggio. Che anche se non vediamo in qualche modo riconosciamo e intuiamo proprio perché gli elementi che lo compongono li produciamo noi stessi, a differenza dell’opera d’arte citata all’inizio che è invece il frutto di una concezione e di una materializzazione altrui, dell’artista: quindi, se non la possiamo vedere, non la possiamo neanche apprezzare.

Pensateci, insomma, se vi capiterà di ritrovarvi in una situazione come quella raffigurata nell’immagine. È qualcosa di empirico, ribadisco, eppure alquanto importante: riconoscere e identificare il paesaggio anche se “nascosto” ci permette di riconoscere e identificare noi stessi in esso, cioè di concepire il nostro posto nel mondo in quel dato luogo e in quel dato momento.

Non è cosa da poco, anzi: è moltissimo. Già.

P.S.: grazie ad Alessia Scaglia per la bellissima immagine.

BASTA moto sui sentieri (una volta per tutte!)

Un’ennesima circostanza alquanto irritante, accaduta la scorsa domenica, della quale sono stato diretto testimone, mi ha riconfermato come la questione del passaggio non autorizzato e a scopo ludico di motociclette lungo strade e sentieri di montagna con divieto di transito sia una piaga tra le peggiori che il territorio naturale debba subire. Una piaga che resta invariabilmente impunita, vuoi per la difficoltà dei controlli (che tuttavia spesso sono ben più semplici da eseguire di quanto si creda, come nel caso delle mie zone: è la volontà degli amministratori pubblici e delle forze dell’ordine che manca!), vuoi per la prepotente e incivile spavalderia di molti motociclisti (non tutti, sia chiaro, ma comunque troppi!) che a bordo delle loro stramaledette moto si sentono i padroni invincibili e intoccabili della montagna.

Ribadisco con ancor maggior forza quanto ho già sostenuto e scritto altre volte, sia qui sul blog (vedi qui, qui e anche qui: negli articoli trovate anche i riferimenti legislativi in tema) che in altre sedi pubbliche e mediatiche: BASTA con le moto sui sentieri, questo fenomeno scellerato deve essere cancellato al più presto! Le leggi al riguardo ci sono, vanno semplicemente fatte rispettare – una cosa sempre troppo ostica, in Italia. E ci sono anche i soggetti istituzionali preposti a conseguire questo obiettivo di civiltà, peccato siano sempre così svagati: a partire dal Club Alpino Italiano, che sul tema dice spesso cose giuste le quali tuttavia restano solo belle parole sulla carta, mentre gli enti pubblici territoriali, al solito, si fanno notare per la loro assenza (vedi sopra in merito alla volontà di far rispettare le leggi in vigore). Resta solo la mirabile attività di molte piccole associazioni volontaristiche locali di tutela dell’ambiente e di manutenzione dei sentieri, i cui appelli accorati e ben circostanziati echeggiano chiarissimi e inequivocabili tra i monti (e sui media) ma restano inascoltati dai sordi amministratori suddetti.

A questo punto, non resta che concludere con un pensiero chiaro e inequivocabile: il fatto che divieti, normative e regolamenti giuridici siano palesemente inosservati e trascurati dagli stessi amministratori pubblici, non può consentire in nessun caso l’impunità di quei maledetti motociclisti. Non può. Ovvero: devono capire, costoro, che quello che si arrogano il diritto di fare con le loro motociclette non può essere fatto – e lo devono capire attraverso ogni modo possibile.

Chi ha orecchie e soprattutto cervello e ancor più senso civico per comprendere ciò, lo capisca. Altrimenti, «a mali estremi, estremi rimedi» si dice, no? Ecco.