Porto Piccolo, danno grande

Navigando sul web mi sono causalmente imbattuto nelle immagini di Porto Piccolo, lussuoso resort turistico di recentissima edificazione nella baia di Sistiana vicino Duino, Trieste. Qui sopra e di seguito potete osservare qualche immagine di tale “neo-località”.

Ne ho letto un po’ in giro, al riguardo: va bene che l’intervento edilizio ha recuperato una vecchia cava di marmo abbandonata da tempo, va bene che, a quanto se ne scrive, è stato realizzato con particolare attenzione all’ecosostenibilità o che ogni punto del “borgo” è pienamente accessibile da chiunque… fatto sta che, tali doti a parte, a me pare esteticamente e paesaggisticamente terribile.

Terribile, sì.

Una compatta colata di cemento che dal bordo superiore della conca scende fino al mare, composta da edifici in finto-rustico tradizionale i quali, come purtroppo spesso accade in questi casi, più che riprendere lo stile architettonico autoctono paiono scimmiottarlo, uniti ad altri dal design di una sciattezza sconcertante, il tutto nell’intento di creare «un elegante connubio tra moderno e tradizionale in simbiosi con la natura che lo circonda» che invece a me sembra solo la creazione di un ennesimo e banalizzante nonluogo.

Per giunta proprio accanto a una riserva naturale – quella regionale delle Falesie di Duino, «il gioiello del Golfo di Trieste», come riporta il sito della riserva, accanto alle cui meravigliose scogliere di calcare vecchio di 100 milioni di anni, ricche di fenomeni carsici, ora compare un’antropica “costa” di cemento ricca invece di attualissima, sconcertante insensibilità paesaggistica.

D’altro canto è ormai risaputo che del paesaggio – quello “vero”, cioè inteso nell’accezione corretta del termine – sovente interessa poco o nulla proprio a coloro i quali dovrebbe interessare di più: ed è una “punizione”, questa, ingiustificatamente imposta al territorio italiano ormai da troppo tempo che sarebbe da eliminare al più presto, parimenti all’incuria culturale che ne è fonte.

 

Un’ipotesi di “felicità”, in montagna

[Foto di Marc Wieland da Unsplash.]

Se fin dai primi passi nella montagna avevo provato un sentimento di gioia, è perché ero penetrato nella solitudine, rocce, foreste, un intero mondo nuovo si ergeva tra me e il passato; ma un bel giorno compresi che nel mio animo si era insinuata una nuova passione. Amavo la montagna per sé stessa. Amavo il suo aspetto calmo e superbo illuminato dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurri, i suoi fianchi dove i pascoli si alternano alle foreste e alle frane; le sue possenti radici che si estendevano lontano come quelle di un albero immenso, ogni volta separate da valloni coni loro rivoletti, cascate, laghi e prati; amavo tutto della montagna, fino al muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, fino alla pietra che brilla in mezzo all’erbetta.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.5; 1a ed.1880.)

Sembra pura retorica ottocentesca, quella di Reclus, arcaicamente pomposa. Eppure io credo che nelle sue parole tutti quelli che vanno per monti con passione e sensibilità – e non ci vanno per “moda”, per mero diletto turistico-ricreativo (rispettabilissimo ma a volte, mi sia consentito osservarlo, culturalmente vacuo, nei confronti dei monti) o per altre motivazioni decontestuali – si ritrovino pienamente. Perché è vero, è proprio così: non sappiamo ovvero non possiamo saperlo, in senso assoluto, cosa realmente sia la “felicità”, ma andando in montagna noi possiamo credere, pensare, ritenere, illuderci che lo stare lassù sia qualcosa di molto simile, ecco.

Come “educare” a ceffoni

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Riformista“.]
Non entro nel merito politico, ora, della questione relativa all’ipotizzata costruzione di muri su certi tratti dei paesi UE ovvero dei confini dell’Unione al fine di bloccare i flussi migratori – questione purtroppo già ampiamente strumentalizzata a livello europeo e dibattuta in modi sovente discutibili oltre che distorti. D’altro canto al riguardo mi sono espresso svariate volte, qui sul blog, ultimamente in questo articolo.

In ogni caso, la pratica di erigere muri e altre barriere di varia natura pensando così di bloccare il movimento transnazionale di migranti mi ricorda tanto, per molti aspetti, il genitore che crede di poter educare il proprio figlio a suon di ceffoni e non in forza della propria autorità genitoriale. Penserà di riportarlo su quella che egli ritiene sia la “retta via”, in verità gli starà solo insegnando a usare la violenza e a perpetrarne la pratica, in modo materiale e immateriale. Non una manifestazione di autorità del genitore sul figlio ma la testimonianza della sua debolezza educativa.

Ecco, io penso che i muri eretti per bloccare i migranti siano una cosa simile: la dimostrazione materiale della debolezza culturale e dell’incapacità politica di una parte di mondo ritenuta “civile” e “avanzata” rispetto a un’umanità che le si contrappone in tutta la sua miseria ma che la prima non sa gestire altrimenti.

Il che, lo ribadisco per l’ennesima volta, non significa necessariamente accoglienza illimitata ma di contro significa ineluttabilmente rispetto della dignità umana. Di chiunque da parte di chiunque, sempre.

Domani, dalle 16, con ArtIcon e Alpes a Book City Milano (anche) su Instagram

Domani, dalle 16.00 in poi, a tutti gli eventi per Book City Milano 2021 targati ArtIcon/Alpes si potrà assistere anche on line, con la diretta sulla pagina Instagram alpes_official. Così, chi gioco forza non potrà intervenire presso la sala sociale della Cooperativa Edificatrice Operaia Filippo Corridoni a Baggio potrà comunque essere con noi che lì saremo – e qual compagnia: Franco Michieli, Tino Mantarro, Francesco Garolfi… e lo scrivente, sì.

Insomma, non potete mancare. Perché avete a disposizione ogni possibilità, reale e virtuale, per non potere, ecco!

Per ogni dettaglio sugli incontri in programma, cliccate qui oppure qui.

L’è andà così

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern (del quale lo scorso 1 novembre si è celebrato il centenario dalla nascita), che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

P.S.: da qualche settimana è nelle librerie Mario Rigoni Stern. Un ritratto, l’ultimo libro di Giuseppe Mendicino, forse il massimo esperto del grande scrittore di Asiago nonché suo biografo appassionato e sensibile. Con le opere di Rigoni Stern, è certamente un libro da leggere, per conoscerlo ancora meglio proprio in occasione di questi tempi di celebrazione centenaria.