All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.
A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).
Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.
Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch.]Il nuovo collegamento funiviario “Matterhorn Alpine Crossing” tra Zermatt e Cervinia, enfaticamente inaugurato lo scorso 30 giugno, oltre ai tanti temi riguardanti la presenza e l’impatto di un’infrastruttura del genere in alta montagna, dei quali si può leggere un po’ ovunque, sulla stampa e sul web, si porta pure appresso due altre cose, ovvero un dato di fatto e una bugia di fatto, entrambe ineluttabili.
Parto da questa seconda: nei vari articoli dedicati al nuovo collegamento funiviario si legge che permette a tutti di «conoscere la montagna, capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri e vedere le tre pareti del Cervino, la sud, la est e la nord da vicino, standosene comodamente seduti». Un’affermazione palesemente ossimorica se non proprio grottesca: come si possa «capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri» – posto che nessuno sulle Alpi vive a tale quota e chi lo fa altrove, sui monti di altre parti del mondo, vive in condizioni imparagonabili a quelle alpine – «standosene comodamente seduti», come se si fosse sul bus di un sightseeing tour cittadino, appare un bel mistero e sembra il testo di una bizzarra gag comica. In generale, la “conoscenza” della montagna proposta in questo modo avviene tramite un’esperienza di trasporto a bordo di una sorta di metropolitana su funi diversa solo nella forma da quella urbana e molto affine nella sostanza, mediata tecnologicamente senza alcun contatto materiale diretto con la montagna vera se non facendo due passi sul ghiacciaio sempre che le sue condizioni lo permettano – cosa che avviene e avverrà con sempre meno frequenza – e dunque senza alcuna autentica percezione di matrice culturale della stessa, cioè quella che può veramente fornire una cognizione dell’ambiente nel quale ci si trova. Ma, appunto, è come non esserci nemmeno, in quell’ambiente di alta quota: si sale in funivia a Cervinia o Zermatt, si transita da stazioni intermedie che sembrano proprio quelle di una metropolitana in città, con tanto di bar e negozi lungo i corridoi di trasferimento, si giunge su una vetta – il Klein Matterhorn / Piccolo Cervino – la quale credo che, in proporzione alla sua altitudine e alle dimensioni della sommità, si possa definire lo spazio più cementificato delle Alpi, tra stazioni funiviarie, ristoranti, scale, ascensori, tralicci per telecomunicazioni e altre infrastrutture (l’immagine là sotto rende piuttosto bene l’idea)… Se qualcuno giungesse lassù e la meteo non fosse favorevole al punto da sconsigliare di uscire all’aperto (ovvero se non lo si volesse fare a prescindere), la “conoscenza” e la “visione” della montagna avverrebbe soltanto da dietro un vetro e muovendo non più di qualche decina di passi. Magari indossando dei sandali, come qualcuno ha ironicamente osservato. A questo punto tanto varrebbe restarsene a casa e godersi il luogo grazie a un bel video su qualche piattaforma social, così pure risparmiando l’esborso di 240 Franchi o 260 Euro a testa per il solo biglietto!
Insomma: che “esperienza” di alta montagna può mai essere questa? Cosa mai potrà insegnare di ciò che è realmente la montagna, cosa ci si potrà capire?
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Ecco perché quelle dichiarazioni sopra citate rappresentano una sostanziale “bugia di fatto”. Va bene, sarà pure marketing e di quello parecchio spinto come sovente se ne intercetta in giro (anche in altre località montane), dettato dal dover lanciare la nuova attrazione alla clientela. Ma pure a tali pratiche commerciali c’è un limite, soprattutto quando esse vanno a corrompere e degradare gli aspetti culturali che comunque la relazione antropica con l’ambiente montano – ancor più quello d’alta quota – porta con sé, anche quando si tratti di una relazione fugace e meramente ludico-ricreativa. E se quel processo di degrado culturale si avvia, determina inevitabilmente anche il degrado ambientale del luogo proprio perché non lo si riconosce e comprende più in tali sue valenze fondamentali. Mi auguro che ciò non avvenga lassù in forza del nuovo collegamento funiviario e che le dichiarazioni in tal senso dei responsabili dell’impianto siano ben più concrete e fattuali di certe altre.
A tal proposito, vengo al dato di fatto che il “Matterhorn Alpine Crossing” evidenzia, legato all’aspetto dell’impatto della nuova funivia nel luogo e nel paesaggio tra il Plateau Rosa e il Klein Matterhorn. Capisco bene i tanti che denunciano la pesantezza di tale impatto e le sue criticità ambientali, tanto più in considerazione della funzionalità dell’impianto, prettamente turistica e nemmeno in chiave sciistica. Di contro, obiettivamente, la nuova funivia è inserita in un contesto certamente d’alta montagna ma già pesantemente infrastrutturato, con un ghiacciaio sofferente sul quale insistono tralicci e cavi d’ogni sorta e altri manufatti funzionali alla sua fruizione turistica. Salendo a Plateau Rosa e osservando tutt’intorno, ovunque lo sguardo intercetta qualcosa di antropico e artificiale, che spesso di pone inframezzo la veduta delle meravigliose vette, quasi tutte superiori ai 4000 m, che ornano l’orizzonte. Voglio dire: bella o brutta che possa apparire la nuova funivia, e visto che ormai c’è (e che l’opposizione alla sua realizzazione, se mai c’è stata, ha perso la sua battaglia), meglio che sia stata realizzata lì piuttosto che in un altro territorio montano ben più integro ovvero ancora pressoché intatto nel suo aspetto naturale, paesaggistico e ambientale. In tal senso il pensiero inevitabilmente corre al vicino e incontaminato Vallone delle Cime Bianche e agli impianti funiviari che vi si vorrebbero installare, questi sì una devastazione ex novo di un ambiente e un paesaggio ormai più unici che rari, in questa zona delle Alpi: una cosa inammissibile sotto ogni punto di vista se non da quello che vede e concepisce le montagne soltanto come uno spazio da trasformare in “bene” da consumare e dunque in denaro, senza alcuna cura verso la loro bellezza e nessuna tutela dell’ambiente naturale. Come fossero una periferia cittadina da infrastrutturare dacché altrimenti inutile, ne più ne meno.
[Immagine tratta da https://www.rainews.it/tgr/vda.]Insomma: opere come il “Matterhorn Alpine Crossing”, al netto del marketing enfatico che le accompagna, oggi sono da un lato quasi sempre insostenibili ambientalmente e dall’altro motivabili solo da strategie turistico-commerciali che poco hanno a che vedere con la “montagna” e che nascono già obsolete – infatti lo stesso collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt è un’idea nata quasi un secolo fa – se non per un pubblico turistico esotico che le Alpi le conosce solo per nome, e magari nemmeno per quello. Ma è un pubblico danaroso, disposto a spendere tanto senza fare domande su ciò che acquista, basta che sia qualcosa di “spettacolare”: dunque rappresenta una platea ideale da poter sfruttare, posta anche la maturazione pressoché compiuta del turismo sciistico invernale. Il punto ora è determinare il necessario, ineludibile equilibrio tra queste opere, visto che ormai ci sono, e l’ambiente nel quale sono state realizzate e inserite, ricavandone un parametro analitico da rendere organico agli altri che determinano l’efficienza e la funzionalità dell’impianto; al contempo, tutelare rigidamente gli altri spazi ancora integri da qualsiasi infrastrutturazione di tal genere e da qualsiasi forma di messa a profitto del territorio montano che determini qualsivoglia detrimento, anche minimo, delle sue valenze ambientali e culturali. Il che rappresenterebbe a sua volta una pratica di riequilibrio tra spazi antropizzati e non, fondamentale se vogliamo continuare a definire e vivere le montagne per ciò che realmente sono e non per dei simulacri ludici in quota del mondo iperurbanizzato.
In fin dei conti è proprio questo il punto nodale attorno al quale orbitano tanto opere ultra turistiche come il “Matterhorn Alpine Crossing” quanto le iniziative di salvaguardia ambientale e le pratiche di turismo montano sostenibile: antropizzare la montagna, come ha sempre fatto l’uomo, in modo consono al luogo nel quale si interviene e sincronico alla realtà ambientale del momento, come è ormai ineludibile fare ovunque, sulle Alpi e altrove. Lo può fare, lo sa fare una funivia come quella tra Cervinia e Zermatt? Chissà.
Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioniche formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.
Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.
Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.
Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.
Crocus ai Piani di Artavaggio, Piani di Artavaggio (Lecco), 22 maggio 2009.
Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura tra i più quotati nel mondo della fotografia naturalistica – che ho la gran fortuna di conoscere, seguendone peraltro l’attività da decenni – sta partecipando al Concorso Fotografico a tema botanico bandito dall’Orto e Museo Botanico del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa, con una foto (quella lì sopra, sì) che offre una spettacolare veduta floreale dei Piani di Artavaggio, sulle montagne della Valsassina.
Ciò che determinerà le immagini vincitrici del concorso sarà il maggior numero di apprezzamenti (like e “cuoricini”) raccolti sulle pagine Facebook e Instagram dell’Orto Botanico entro le ore 10:00 del 7 maggio 2023. Un metodo di valutazione che trovo alquanto opinabile ma tant’è; in ogni caso potete trovare ulteriori informazioni sul Concorso sul sito web dell’Orto Botanico.
Tuttavia qui mi preme non solo invitarvi caldamente a votare l’immagine di Mauro Lanfranchi, nelle modalità suddette, quale forma di omaggio alla sua arte fotografica e al fondamentale lavoro culturale che con essa ha portato avanti nel tempo a favore delle montagne – lombarde soprattutto e lecchesi in particolare ma non solo – e del loro paesaggio, ma pure mettere in evidenza proprio grazie all’immagine fotografica in questione la grande bellezza dei Piani di Artavaggio e l’inestimabile patrimonio naturale che sanno offrire ai propri visitatori, generando il valore di un luogo più unico che raro il quale chiede solo di essere ammirato, compreso, amato in ciò che realmente è: una delle località più belle e speciali di questa regione montana. Pensare e pretendere di poter “valorizzare” un luogo del genere con infrastrutturazioni turistiche banalizzanti, come si vorrebbe fare, e non capire quali siano invece le reali potenzialità di Artavaggio e quanta bellezza vi sia lassù, che abbisogna solo di essere còlta e goduta – e semmai su ciò costruire e strutturare una frequentazione turistica capace di esaltare il luogo e di renderlo speciale come è – mi pare realmente desolante. Col rischio per giunta di degradare quelle sue peculiarità per lungo tempo e di generare un nuovo oblio come già accaduto in passato – cosa peraltro probabile in caso di interventi turistici di matrice meramente speculativa e privi alla base di un pensiero culturale e di una pari relazione con il luogo.
Insomma: votate l’immagine dei Piani di Artavaggio di Mauro Lanfranchi anche per rivendicare la salvaguardia di un luogo così speciale e della sua grande bellezza. È un gesto piccolo ma importante e altamente significativo.
E così, tutti i cittadini saranno costretti a pagare la devastazione di uno degli ultimi territori d’alta quota ancora integri nelle Alpi valdostane. Già: per come se ne può leggere sugli organi di informazione, e come puntualmente denunciano gli amici di “Varasc.it”, il clan che sostiene la costruzione degli impianti funiviari nel Vallone delle Cime Bianche non solo pretende di poter fare ciò che vuole di quel territorio, il quale peraltro è parte della Zona di Protezione Speciale (ZPS) “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), espressione della rete europea Natura 2000, ma reclama pure «Un finanziamento al 100% regionale per la realizzazione del collegamento intervallivo di Cime Bianche agendo tramite una legge apposita».
A questo punto facciamo due conti da scuole elementari. Il progetto funiviario, in base al recente studio di fattibilità, potrebbe costare 123 milioni di Euro. Questo costo si pretende che venga sostenuto dalla Regione Valle d’Aosta, dunque dai cittadini valdostani, i quali a gennaio 2023 (ultimo dato Istat disponibile) ammontano a 122.547 unità. Da ciò si deduce che per soddisfare i devastanti capricci funiviari del clan suddetto, ogni cittadino valdostano dovrebbe sborsare poco più di 1.000 Euro. Se però consideriamo solo la fascia di popolazione contribuente, cioè quella che con le proprie tasse genera il gettito primario che sostiene il bilancio regionale, siamo a 77.602 unità (ultimo dato Istat disponibile), la spesa pro-capite per pagare le funivie ammonta a quasi 1.600 Euro.
Milleseicento Euro che dovrebbe pagare ogni contribuente valdostano, inclusi quelli ai quali dello sci non importa nulla anche perché posti nella condizione per la quale nulla ne possano guadagnare, per un progetto che impatta pesantemente su un territorio montano che è patrimonio naturale pubblico e collettivo, non a caso tutelato dalle apposite normative sopra citate, e dal quale possono trarre vantaggio solo le due società coinvolte e un tot di sciatori, buona parte dei quali provenienti da fuori regione. In parole povere, si pretende che i valdostani paghino con le loro tasse non una nuova struttura ospedaliera all’avanguardia, non il potenziamento del trasporto pubblico o dei servizi di base nei comuni montani, non lo sviluppo delle infrastrutture culturali, di una rete turistica peculiare diffusa in tutta la regione e la salvaguardia del paesaggio valdostano o altro di concretamente utile alle comunità residenti, ma la devastazione di un angolo di natura pressoché incontaminata della propria regione soprattutto per il diletto degli sciatori forestieri.
Complimenti, un affarone proprio!
Chiosa finale: nello studio di fattibilità del progetto funiviario si propone(va) la suddivisione dei costi in un 80% a carico della Regione e nel restante 20% da un mutuo pluriennale, invece ora si chiede che il 100% dell’investimento sia a carico regionale. Forse che nemmeno i sostenitori del progetto credono che qualche banca sia disposta a finanziare un’idea talmente deleteria e scriteriata?