[Foto di Simone Foglia, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“.]Venerdì prossimo 15 novembre sarò a Milano, a Palazzo Marino, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Marcello Meroni 2024, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per chi operi a vario titolo sulle e per le montagne «con discrezione, dedizione, originalità, valenza sociale, solidarietà, particolari meriti etici e culturali e in modo volontaristico», come recita il regolamento del premio.
Sarà un grande onore e un vero piacere essere lì per presentare la candidatura – portata avanti da me e da Stefano Morcelli della sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, e dopo quella altrettanto vittoriosa dello scorso anno per Michele Comi – vincitrice nella categoria “ambiente”, quella di Marco Trezzi in rappresentanza del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, protagonista della vittoriosa battaglia per la salvaguardia del meraviglioso bacino lacustre naturale nei pressi del Passo di Gavia e del suo territorio di inestimabile valore naturalistico dal cantiere con il quale si volevano captare le sue acque per alimentare l’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Un progetto a dir poco scellerato, ancor più perché sostenuto persino dall’ente che dovrebbe garantire la salvaguardia del luogo, il Parco Nazionale dello Stelvio, nella cui zona di massima tutela il Lago Bianco è posto, che un grande movimento spontaneo di appassionati di montagna, per la cui azione Marco ha rappresentato un riferimento fondamentale oltre che la fonte originaria, è riuscito a porre all’attenzione dei media nazionali e locali e a bloccare, obbligando le autorità responsabili a stralciarlo dalle opere previste sul territorio e a dovere garantire la rinaturalizzazione.
[Marco Trezzi fotografato da Fabio Sandrini, un altro componente del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.]Quella a favore della tutela del Lago Bianco è stata una vittoria di molteplice valore emblematico, scaturita dalla più autentica passione per la montagna, dalla sensibilità verso la sua bellezza e la sua importanza, dalla cura particolare per il luogo e in generale di tutti i territori montani in quanto ambiti fondamentali per tutti: doti che Marco ha da subito e sempre manifestato e compendiato in modi che, come detto, hanno sollecitato il sostegno attivo alla causa di innumerevoli altri appassionati di montagna (e non solo), fino a formare una massa critica che le istituzioni non hanno più potuto ignorare. Per questo, pure, la difesa del Lago Bianco è emblematica per molte altre azioni in corso a tutela di territori montani minacciati da similari progetti scriteriati: fare qualcosa, anzi, fare moltissimo per contrastarli e bloccarli si può, se si ha la volontà di farlo e, ancor prima, se si è in grado di comprendere l’importanza di farlo.
[“Giornale di Brescia, 6 agosto 2024.]A tal proposito un grande merito deve essere riconosciuto alla giuria del Premio Meroni che lo scorso hanno, per la stessa categoria “ambiente”, ha premiato e così riconosciuto l’importanza altrettanto emblematica dell’opera di Annamaria Gremmo in rappresentanza del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” contro lo scellerato progetto sciistico-funiviario che distruggerebbe uno dei territori d’alta quota più belli, e tra i pochi ancora non antropizzati, della Valle d’Aosta. Sarà un passaggio di consegne che migliore e più significativo non poteva essere, tessendo un solido filo rosso tra due luoghi tanto meravigliosi quanto emblematici, appunto, di quello che oggi deve e domani dovrà essere il nostro rapporto con le montagne, con l’ambiente, con i territori naturali, con i loro paesaggi e, dunque, con noi stessi. Il tutto con l’augurio che il riconoscimento a Marco Trezzi per la vittoria nell’azione a difesa del Lago Bianco sia di buon auspicio per una pari vittoria nella salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche e, di rimando, di tutti i territori montani minacciati da progetti e iniziative similmente scriteriate. Un auspicio che spero assai potente, visti quanti di quei territori sotto minaccia ci sono, sulle montagne italiane.
Dunque, ci vediamo venerdì a Milano; trovate tutte le info al riguardo nella locandina sopra pubblicata. Anche essere presenti in sala sarà importante: un segno concreto di vicinanza ai premiati e, ancor più, alle nostre montagne.
P.S.: vi ricordo che gli amici del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, questa sera lo presenteranno e racconteranno la causa in difesa del Vallone delle Cime Bianche a Cermenate (Como), come indicato nella locandina qui sotto:
Due luoghi alpini emblematici, piuttosto lontani tra di loro ma che si sono ritrovati vicini – molto vicini – nella potenziale sorte che li minaccia, entrambi messi nel mirino della più scriteriata e distruttiva speculazione turistica: il primo con il progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski, il secondo con i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina Valfurva.
Minacce differenti nella forma (la prima più sfacciata, la seconda più subdola) ma entrambi a loro modo devastanti nella sostanza: per fortuna, i lavori al Passo di Gavia sono stati fermati dall’azione appassionata ed efficace del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che è riuscito a farli stralciare e a sospendere il cantiere, ottenendo garanzie sulla rinaturalizzazione del territorio distrutto dal cantiere; un comitato altrettanto fervido e attivo è da tempo al lavoro per fermare anche il progetto nel Vallone delle Cime Bianche, preservandone l’unicità ambientale e paesaggistica per quella regione delle nostre Alpi.
A breve i due luoghi saranno emblematicamente uniti anche da una bellissima cosa che li accomunerà e accosterà il lavoro di chi li ha e li sta difendendo, un’occasione prestigiosa e forse unica, mai accaduta prima. Ve ne parlerò presto (se già non ne avete avuto notizia), nell’attesa che il Vallone delle Cime Bianche e il Lago Bianco del Gavia siano accomunati anche dal definitivo lieto fine delle loro sconcertanti vicende.
Come disse il grande John Muir, «non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»: dobbiamo unire le forze contro chi si palesa talmente cieco da non vedere e non capire la bellezza assoluta delle nostre montagne e le loro valenze fondamentali, arrivando a pensare di poterle distruggere per mera speculazione e brama di profitto. Non è questo lo sviluppo di cui hanno bisogno le nostre Alpi ma è la loro condanna, non dimentichiamocelo: è “roba nostra”, patrimonio di tutti noi, lasciarcelo distruggere in questi modi sarebbe veramente un’idiozia assoluta.
P.S.: trovate qui tutti gli articoli che ho dedicato alla causa di difesa del Vallone delle Cime Bianche, mentre gli articoli scritti sulla vicenda del Lago Bianco li trovate qui.
La Commissione Glaciologica della Società Alpinisti Tridentini – SAT ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una spettacolare immagine fotografica a 360° che mostra l’effluenza Mandrone del Ghiacciaio dell’Adamello – il più grande d’Italia – nello stato in cui si trova in questi giorni, alla fine della stagione di ablazione e prima che la neve autunnale, speriamo già abbondante, ne ricopra la superficie. Se cliccate sull’immagine lì sopra potete aprirla nella versione originale, navigabile spostando proprio il mouse, ma certamente lo sguardo verrà innanzi tutto attirato dagli inusitati crateri generati dai numerosi crolli circolari della superficie del ghiacciaio, che stanno accelerando l’arretramento della fronte e che gli conferiscono un aspetto ancor più lunare di quanto già il ghiaccio ingrigito non faccia.
Al netto delle considerazioni meteoclimatiche e di tutte le altre ad essere afferenti che la visione suscita, mi sembra interessante considerare anche quale sentimento un’immagine del genere ci suscita. Che sia spettacolare è inutile rimarcarlo dacché lo sono il luogo e il paesaggio: ma trovate sia più la fotografia di qualcosa di “bello” oppure di “brutto”? Più affascinante o più inquietante? Siete più attratti dall’evidente bellezza dell’ambiente raffigurato o dalla sua palese precarietà e sofferenza?
Un quesito del genere, per un ambito di grandiosità naturale come quello del grande Ghiacciaio dell’Adamello, inevitabilmente rimanda ai concetti di “bello” e di “sublime” elaborati prima dal filosofo inglese Edmund Burke e poi più notoriamente sviluppati da Kant nella sua Critica del Giudizio (e non solo lì): il bello come sentimento positivo, che emoziona e si lega al piacere, il sublime come sensazione d’inquietudine legata al timore. Peraltro un grande paesaggio glaciale come l’Adamello può ben rappresentare entrambi le distinzioni che Kant ha determinato per la sua idea di sublime, il “sublime matematico” che si manifesta nell’estensione del fenomeno analizzato e il “sublime dinamico” che si coglie nella sua potenza – posto poi che un ghiacciaio è un corpo assai esteso in movimento, pur lento, e in costante mutazione, trasformando di conseguenza il territorio nel quale ha sede generandovi un’evoluzione geomorfologica.
[Il versante trentino del ghiacciaio dell’Adamello nel 1934, in una foto del pilota e fotografo svizzero Walter Mittelholzer. L’effluenza del Mandrone è quella di destra.]D’altro canto quello che sta accadendo al ghiacciaio dell’Adamello e parimenti a tutti i ghiacciai delle Alpi nella realtà climatica in divenire – a prescindere da quali siano le cause alla sua origine – è un fenomeno che possiamo solamente subire, non avendo strumenti atti a cambiarne il corso se non su tempi lunghi: anche in questo caso dovremmo attendere l’inversione delle dinamiche in corso e non sarebbe qualcosa di rilevabile nel giro di soli pochi anni. È un fenomeno naturale, in buona sostanza, forzato o meno che sia dall’uomo, e infatti Kant rimarcava che le caratteristiche di “bello” e di “sublime” conferite alle cose del mondo sono attribuzioni puramente umane, frutto di un nostro giudizio di matrice estetico-culturale che si determina nella relazione che si genera quando ci troviamo di fronte a quelle cose, agli oggetti, ai fenomeni che ci impressionano.
Per tali motivi qualcuno potrebbe trovare l’immagine del Mandrone “bella”, generante sentimenti positivi, e qualcun altro “spaventosa” o altro del genere in forza di sentimenti negativi. In effetti di fronte a queste cose la nostra percezione della realtà è ancora ferma alla dicotomia kantiana, e questo dualismo percettivo potrebbe essere alla base – con altri aspetti – dello spaesamento che ancora non ci fa pienamente comprendere ciò che sta accadendo al nostro mondo in forza del cambiamento climatico in corso.
[Mappa austriaca del 1820 che mostra le due effluenze trentine del ghiacciaio dell’Adamello, quelle del Mandrone e della Lobbia, ancora unite.]Anche quando, di fronte a immagini come quella del Mandrone, ci sentiamo inquietati dallo stato di fatto visibile, da qualche parte nella mente e nell’animo ne siamo anche affascinati, e quando le reputiamo primariamente belle, spettacolari, affascinanti, quelle immagini dentro di noi almeno un poco ci spaventano. L’un sentimento alimenta e giustifica l’altro e viceversa, insomma, tuttavia ciò che ne deriva è una sorta di indecisione più o meno conscia, di latenza, un’immagine e un conseguente immaginario composto da due visioni (e due percezioni) sovrapposte che si confondono l’una nell’altra, indeterminandosi a vicenda e di conseguenza non consentendoci di definire al riguardo un pensiero più certo.
In realtà è lo stesso principio che si manifesta ad esempio nell’alpinismo e fornisce lo stimolo a superare un’alta parete verticale, visibilmente ostica, la cui spettacolarità ci affascina tanto quanto ci inquieta: ne abbiamo paura ma ciò in qualche modo ci sollecita a superarla e vincerla. Tuttavia in questo caso siamo noi a determinare il superamento della dicotomia e la sua definizione, il che ci evita di soffrirne lo spaesamento mentale e la confusione di giudizio. Nel caso dei grandi fenomeni naturali dalle dinamiche cagionate dall’uomo ma ad esso fondamentalmente incontrollabili invece la sensazione vivida di non poter fare nulla al cospetto della loro manifestazione, e nel momento in cui lì stiamo, genera lo spaesamento e l’indeterminazione di sentimenti, pensieri, azioni.
[Le effluenze della Lobbia, a sinistra, e del Mandrone, a destra, viste dal Passo Presena lo scorso 1 agosto 2024. La fotografia è di Alberto Bosco che ringrazio molto per avermela concessa.]Forse anche per questo non riusciamo a comprendere pienamente ciò che (ci) sta accadendo, pur di fronte a evidenze come quelle che i ghiacciai alpini ci stanno palesando, e continuiamo a comportarci come di fronte a qualcosa di “suggestivo”, ma nemmeno troppo, e “inquietante”, ma neanche tanto. Ce ne andiamo per montagne e ghiacciai e ne osserviamo lo sfacelo crescente a braccetto di Kant, come se fossimo rimasti fermi a un tempo nel quale ancora molti pensavano che lassù, sulle vette glaciali delle montagne, ci abitassero draghi, demoni e altre creature fantastiche dalle quali lasciarsi affascinare o farsi intimorire ma senza ancora trovare il coraggio di affrontarli.
Dal Lago Bianco al Passo del Gavia giunge finalmente l’impegno formale delle autorità locali competenti (Comune di Valfurva, Regione Lombardia, Parco Nazionale delle Stelvio) al ripristino dello stato naturale della zona coinvolta dallo scellerato cantiere di posa delle tubazioni per la captazione dell’acqua del lago a beneficio dell’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva, bloccato lo scorso ottobre.
È una notizia tanto bella quanto necessaria, senza dubbio, visto che il danno criminale inferto al Lago Bianco non poteva considerarsi risolto con il semplice stop ai lavori (l’immagine in testa all’articolo è assai significativa al riguardo). I referenti del Comitato “Salviano il Lago Bianco” che ha portato a compimento la battaglia si dicono «assolutamente soddisfatti della dura e significativa vittoria ottenuta dopo un anno di strenuo impegno civile che ha portato allo stralcio dell’abominevole progetto. Restiamo tuttavia in attesa della sentenza della Procura della Repubblica di Sondrio presso la quale abbiamo nei mesi depositato i vari esposti e dalla quale siamo stati ascoltati come persone informate sui fatti elencando ore di dichiarazioni contenenti infiniti spunti di indagine. Teniamo a ricordare che quanto accaduto lassù va ben oltre il “danneggiamento di habitat protetti” ed entra in svariati ambiti inerenti la gestione cantieristica, norme sulla sicurezza del lavoro ed il rispetto civilistico di svariate norme nazionali.»
Già, perché un simile, sconcertante danno non può in nessun modo restare impunito. Chi lo ha pensato, avallato, sostenuto, deciso e difeso deve in qualche modo rendere conto delle proprie responsabilità. Non è mero giustizialismo questo: è dovere morale e civico, oltre che politico, verso il luogo e le sue innumerevoli valenze culturali. È il rimettere nel giusto equilibrio le cose, evitando di innescare squilibri e dissesti ancora peggiori.
In effetti, a fronte della vittoria ottenuta, che ora speriamo diventi completa e definitiva, un danno grave è stato comunque inferto al Lago Bianco. Per questo ho aggiunto al titolo quel «nonostante tutto». Come di nuovo rivelano i referenti del Comitato, «abbiamo già effettuato diversi sopralluoghi nella zona del cantiere constatando come gli assurdi lavori abbiano inciso sugli habitat protetti. Lo sconquasso effettuato dagli scavi, dalle trivellazioni, dagli sversamenti è ancora assolutamente evidente; l’esagerata area di scavo (ricordiamo mai contemplata né autorizzata dai progetti né dalla traballante Vinca) appare come un terreno martoriato, sconnesso, completamente privo di vegetazione. Il pozzetto di ispezione e controllo di cemento risulta ora spuntare dal livello del terreno di circa 40cm. Il tubo di captazione (in realtà i tubi, dato che ce ne sono altri incastrati nel terreno) sono li in bella vista, arrugginiti a certificare l’abuso edilizio. Un evidente pugno in un occhio in una zona che era prateria alpina, confinate con una torbiera ricca di pregiatissime e fragili specie botaniche tra cui gli spettacolari eriofori che tutti noi ben conosciamo e che han sempre attratto migliaia di fotografi ed appassionati naturalisti.»
[L’area del cantiere al momento risulta malamente rattoppata e completamente priva di qualsiasi vegetazione, proprio dove prima si estendeva la torbiera alpina tipica del lago.]Come ho scritto fin da quando sono venuto a conoscenza di ciò che stava accadendo al Lago Bianco, lassù è stato commesso un crimine. Ambientale in primis ma pure politico, morale, civico, culturale, etico. Del quale qualcuno deve rispondere: non per vedersi comminata chissà quale condanna ma innanzi tutto perché siamo (ci vantiamo di essere) una civiltà e la civiltà si basa ineluttabilmente sulla giustizia in quanto «principio naturale di coordinazione e di armonia nei rapporti umani». Se non c’è giustizia non c’è civiltà, e non c’è umanità.
L’augurio, ribadisco, è che presto il Lago Bianco possa tornare ciò che era in origine. E che gli uomini si possano dimostrare più consapevoli e giusti nei confronti del mondo che abitano e vivono.
P.S.:qui trovate tutti gli articoli che nei mesi scorsi ho dedicato alla vicenda del Lago Bianco.
Quando si discute di sovraffollamento turistico – l’overtourism – in montagna, si rimarca spesso la necessità di distribuire meglio i flussi turistici tanto nei territori interessati quanto in quelli contigui, molti dei quali offrono attrattive non inferiori alle località più blasonate ma per le dinamiche commerciali e di marketing del turismo di massa vengono poco o nulla considerati.
Giustissimo, opportuno, anzi indispensabile. Tuttavia di contro mi chiedo: ma veramente sulle montagne, che ovunque o quasi offrono luoghi, angoli, ambienti, paesaggi di bellezza peculiare, c’è bisogno che qualcuno lo faccia notare? Evidentemente sì, visto che al turista di oggi non viene sollecitata la curiosità della scoperta dei luoghi ma solo la pretesa della fruizione di essi. La quale ha ovviamente bisogno di servizi e infrastrutture ma ancor più di immagine, branding, marketing e altre amenità tipiche del turismo massificato contemporaneo.
Eppure basterebbe poco per scoprire moltissimo, un minimo di curiosità – che dovrebbe essere di default in chiunque affronti un viaggio, che sia più o meno ludico – per conoscere e poter godere di innumerevoli luoghi straordinari i quali offrono “l’infrastruttura” più bella che questo mondo ospita, quella costruita dalla Natura.
Qualche giorno fa ero nei pressi di una rinomata località turistica delle Alpi lombarde e ho visitato uno degli angoli più belli e particolari della zona, raggiungibile in poco più di un’ora lungo un sentiero ripido ma semplice in un contesto di alta montagna mirabile – peraltro quest’anno in una veste che lo rende ancora più spettacolare, come potete constatare dalle mie pur mediocri fotografie.
[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Be’, pur con un tempo bello e stabile, ci saranno state lassù al massimo una quindicina di persone nell’intera giornata. Me ne aspettavo molte di più, vista la bellezza del luogo. A valle, la trafficata strada statale ingolfava di una gran folla di gitanti il villaggio sottostante, ben munito di bar e ristoranti nonché di ampi parcheggi, tutti pieni. Stessa cosa nei rifugi del circondario, inesorabilmente presi d’assalto. Lassù dove sono salito io, invece, non c’è nessun punto di appoggio. Ma non che ne servisse uno, d’altronde: il piccolo lembo di prato tra le gande nel quale mi sono fermato a pranzare era quanto di più funzionale, comodo e bello potessi desiderare, lì.
Ecco.
Ovviamente non manco di considerare l’altra faccia della medaglia, in situazioni del genere: più gitanti affollano le località rinomate, meno “disturbano” luoghi pregiati e più delicati come quello da me visitato. In effetti questo è un “pregio” nemmeno così collaterale dell’overtourism, soprattutto sulle montagne. Certi luoghi, se per qualche motivo diventerebbero popolari e di conseguenza verrebbero frequentati da molte, troppe persone, inevitabilmente perderebbero tutto il loro fascino alpestre. D’altro canto, se la curiosità verso di essi fosse autentica, come lo è quella di chi è autenticamente appassionato dell’andar per montagne, credo che la statistica e la gran quantità di posti meritevoli di considerazione potrebbero eliminare quel rischio alla fonte.
In ogni caso, lo avrete notato, non ho dato riferimenti del luogo in cui sono stato. Metto le mani avanti, chi conosce la zona avrà intuito quale sia mentre gli altri che ne sono interessati… be’, appunto: alimentate la vostra curiosità, qui e per ogni altro luogo. Vi sorprenderete di quante cose belle scoprirete dove forse mai pensereste di trovarne!