Un’immagine che dice più di mille parole

Come spesso accade, più di mille parole basta una sola immagine a far capire senza alcun dubbio certe realtà (in verità palesi ma, evidentemente, non per tutti).

Ecco: ad esempio la fotografia qui sopra – postata dall’amico Toni Farina sulla propria pagina Facebook – della panchina gigante di Piamprato, sopra Valprato Soana, credo renda perfettamente l’idea di quanto tali manufatti turistici siano brutti, fuori contesto, insulsi, degradanti rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti. Potete cliccarci sopra per ingrandirla e capire ancora meglio quanto vi sto rimarcando.

Un oggetto totalmente fuori posto in un contesto palesemente differente in tutto – nei suoi elementi naturali, nei colori, nei profili morfologici, nell’estetica del paesaggio ma pure nel senso culturale che chi lo visita dovrebbe saper cogliere. Come una mosca che dia insistentemente fastidio quando ci si vuole rilassare sul divano, come un tizio che urli e parli sguaiatamente in una galleria d’arte oppure come una pizza surgelata e riscaldata offerta in un ristorante gourmet.

Orribile, senza se e senza ma.

Per di più, la panchinona ritratta nell’immagine, in quanto posta a poca distanza da quel Monveso di Forzo che è stato reso “Montagna Sacra” ovvero simbolo naturale di quel necessario e consapevole senso del limite che dovrebbe guidare ogni iniziativa messa in atto in territori tanto pregiati quanto delicati come quelli montani, e che con tutta evidenza i manufatti come le panchine giganti calpestano cinicamente.

Chiedo dunque agli amici della Val Soana – territorio meraviglioso, tra i più belli di questo settore delle Alpi occidentali: non sarebbe il caso di farla sparire, quell’orribile panchina gigante? La bellezza, il valore e la considerazione diffusa della valle e della sua bellezza ne trarrebbe un grande guadagno, poco ma sicuro.

La panchina gigante più “coerente”?

Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.

In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.

A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!

Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!

P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.

Il “non fare” che ha dignità politica (più del “fare”)

[Immagine da Gilles Clément, Giardini, paesaggio e genio naturale, Quodlibet, 2013.]

Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. […]
Poco importa cosa spinga la politica ad adottare la non-gestione, purché questa – come la gestione – sia integrabile nei piani urbanistici locali e nelle politiche di gestione dello spazio agricolo, in qualità di principio accettabile che si dia le proprie regole.

[Gilles ClémentManifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2014, pag.71]

A proposito di consumo di suolo – il post di questa mattina, sì – e in relazione alla regione italiana che più si “distingue” in questa scellerata pratica, la Lombardia, la quale si vanta spesso di essere la «terra del fare» quando poi gli effetti di questo slogan – perché tale è, essendo in concreto pressoché vuoto di cultura politica e umanistica – sono proprio quelli decretati dalle statistiche dell’ISPRA, mi è tornato in mente uno dei passaggi a mio parere più illuminanti del Manifesto di Deleuze, quello che avete letto nella citazione lì sopra (e la cui mia recensione potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto).

«Lo spirito del non fare», «la non-gestione» del territorio a cui venga conferita «dignità politica» esattamente come al fare. Intuizioni tanto semplici quanto geniali che aprono un universo di riflessioni, considerazioni, domande, dubbi. Già: perché la politica pensa sempre al “fare” e mai al “non fare”? Perché è incapace di comprendere che anche il “non fare” fa, e spesso fa molto di più e meglio del “fare”? Basti pensare al “non fare” altri capannoni sopra terreni naturali o agricoli: significa fare ambiente, preservare il territorio naturale e la sua biodiversità, conservare la salubrità derivante, difendere l’identità culturale del paesaggio, pianificare (verbo che sovente possiede accezione ben più negative, per il paesaggio) un futuro migliore per la comunità che abita quel territorio. Se il “fare” viene considerato economia, perché il “non fare” non lo si sa correlare all’ecologia – posto che economia e ecologia sono due sorelle in origine, poi separate a forza e diventate antitetiche? Perché, come suggerisce Clément, anche la non-gestione quale pratica di conservazione della naturalità di parti del territorio, non può far parte di un programma politico e di un progetto di amministrazione territoriale? Solo perché non si è in grado di capire – ribadisco – che il “non fare” e il “non gestire” non significa affatto evitare di realizzare qualsiasi cosa o di amministrare il territorio ma l’esatto opposto, è la forma di gestione più articolata, meditata e equilibrata che si possa attuare nonché l’unica che possa giustificare il “fare” altrove?

Solo un potere squilibrato, asimmetrico e disarmonico con il territorio che gestisce non sa concepire e comprendere tutto ciò. Con i risultati che statistiche come quelle dell’ISPRA poi inesorabilmente registra, già.

Un primato del quale la Lombardia va pervicacemente orgogliosa

Il nuovo rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) conferma che la tendenza all’aumento del consumo di suolo lombardo non si ferma. Lo studio presentato ieri spiega infatti che con i suoi 908 ettari di terreni, che rispetto al 2021 sono stati cementificati in più nel 2022, la Lombardia è per il terzo anno consecutivo la regione italiana prima nella classifica del consumo di suolo, davanti al Veneto con 739 ettari.

Lombardia, «la terra del fare» (cit.), «una Regione concreta, attiva e trasparente» (cit.).

Sì, proprio.

N.B.: il nuovo rapporto ISPRA sul consumo di suolo, che certifica il primato orgogliosamente detenuto dalla Lombardia, lo trovate qui.

P.S.: ho scritto di recente di un caso emblematico, riguardo ciò che la Lombardia fa del proprio suolo, qui.

Ciclovie montane, “cattedrali nel deserto” turistico del futuro prossimo

Quanto vale una radice?
Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri?
Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne?
Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non tanto per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di nuove accessibilità.
Mentre in città i camion spianano i ciclisti per l’assenza di piste ciclabili, in Valtellina si spianano i sentieri per il sollazzo su due ruote.
Tra Retiche ed Orobie un esercito di ruspette ed escavatori liscia, scassa e spiana, senza ritegno, senza pudore.
Ricordatevi che la terra con acqua diventa fango.
Maledetti.

Non posso che concordare, pienamente e amaramente ma pure nervosamente, con quanto afferma Michele Comi – guida alpina della Valmalenco, assai nota e rinomata, che ciò che scrive se lo vede davanti quotidianamente – riguardo il fenomeno delle ebike in montagna, la cui trasformazione in moda turistica massificata è diventato ormai il nuovo “mantra” politico di tanti comuni in crisi con il turismo sciistico, in forza del cambiamento climatico in corso, che intendono così “destagionalizzare” (?) i flussi turistici, fregandosene bellamente della salvaguardia dei propri territori e ignorando che è la loro tutela a rappresentare il valore turistico assoluto il quale può fare la fortuna di essi nel lungo periodo, mentre al contrario, con certe iniziative pensate con la pancia più che con la testa (e sovente realizzate parimenti: basta constatare la pessima qualità di certi lavori a scopo turistico in quota), ci si fa illudere di un successo effimero – ma facile da vendere nella propaganda elettorale agli elettori troppo svagati – e così si ignora che ci si sta scavando la fossa sotto i piedi, a sé stessi e all’intera comunità che si amministra.

Ma attenzione: ogni fenomeno sociale e di costume che viene trasformato in “moda” si sviluppa lungo una parabola che conosce un’ascesa e poi inevitabilmente registra una conseguente discesa e un declino. Bene, vi sono già segnali in tal senso, riguardo il fenomeno dell’ebiking montano. E se tutto quello scassare le montagne per farci passare orde di cicloturisti d’ogni genere e sorta, in primis quelli meno avvezzi alla pratica, rappresentasse già ora la costruzione di un’enorme e devastante cattedrale montana nel deserto turistico prossimo venturo?

P.S.: ovviamente, il “problema” non sono le mtb, elettriche o muscolari che siano, e chi intende utilizzarle, ma la trasformazione della loro pratica in un ennesimo strumento di svendita commerciale e monetizzazione dei territori montani a beneficio della loro turistificazione massificata e a totale discapito della salvaguardia del loro ambiente naturale e del paesaggio. Sia ben chiaro ciò.