“Il miracolo delle dighe” al Salone del Libro di Torino (e in tutte le librerie)

Il miracolo delle dighe, il mio nuovo libro già da alcuni giorni prenotabile e che da oggi, 18 maggio, arriva in tutte le librerie e nei bookshop on line, parla di dighe ma anche no, per come in realtà racconta molte altre cose, e non parla nemmeno di energia idroelettrica in senso “politico” cioè a favore o contro, nonostante varie pagine dissertino anche su questo aspetto soprattutto in chiave presente e futura. E nonostante, a ben vedere, sia (voglia essere) un atto politico anche la narrazione dei paesaggi alpini nei quali da una vita vagabondo trovandomi spesso di fronte quegli enormi muraglioni di calcestruzzo dei quali infine ho scritto, a mio modo, nel libro: perché la nostra relazione con i territori coi quali interagiamo, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, e dunque la partecipazione all’elaborazione dei loro paesaggi – che i giganteschi muri delle dighe rendono così evidente – se ci pensate è politica. È la relazione con il mondo nel quale viviamo e che trasformiamo, che sfruttiamo o che tuteliamo, è appropriazione identitaria culturale, è inscrizione sul territorio come sulle pagine d’un libro della nostra storia, attraverso i segni che vi lasciamo tra i quali la diga è uno dei più ciclopici e più emblematici, per le tante antinomie in essa rapprese.

Già, perché un enorme, rude e per alcuni inquietante (se non spaventoso, ma invece per altri affascinante) muro di cemento piazzato tra i fianchi delle montagne che si tiene dietro una gran massa d’acqua come fosse un lacustre sospiro vitale arieggiante il paesaggio trattenuto dalla diga lassù tra i monti, è capace di raccontare una storia della nostra conquista e della conseguente relazione tra noi e le alte quote montane assolutamente impensabile e altrettanto originale. Una storia che ho cercato di trascrivere in un libro che è (anche) un diario di viaggio abbastanza autobiografico, una guida breve e appassionata ad alcuni dei più suggestivi paesaggi delle Alpi, un quaderno di appunti sulla bellezza delle montagne, una serie di buoni motivi per i quali riflettere su cose che altrimenti, forse, non ci verrebbe di meditare… e altre cose ancora.

In ogni caso, sia quel che sia, Il miracolo delle dighe lo troverete insieme al suo autore domenica 21 maggio alle ore 15 al Salone del Libro di Torino presso lo stand di Fusta Editore (B59, Padiglione 1), e sarà una prima buona occasione per dissertarne meglio, del libro, dei temi di cui tratta, di montagne e di ogni altra cosa interessante. E di conoscerci, anche.

Dunque ci si vede a Torino, se lo vorrete; per saperne di più fin da ora sul libro e ordinarlo direttamente dal sito dell’editore, cliccate sull’immagine della copertina in testa al post.

Tra Romagna e Grigioni la questione “uomo e natura” resta drammaticamente aperta

[Immagine tratta da qui.]
Lasciano ogni volta sgomenti la visione delle immagini e la lettura delle cronache dei disastri meteoclimatici  – sempre con vittime, purtroppo – come quello in corso tra Romagna e Marche, una sensazione che risulta ancora più pesante quando si fa memoria della frequenza con la quale in Italia, da Nord a Sud isole comprese, accadono certi eventi e non per un caso, anche al netto dell’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico.

In questi giorno sto seguendo l’evolversi di un altro disastro naturale potenziale ma al momento ancora “latente”: quello che coinvolge il villaggio svizzero di Brienz/Brinzauls, nel Canton Grigioni, messo sotto minaccia da una grande frana che nelle ultime settimane ha preso a muoversi sensibilmente verso valle e per questo completamente evacuato e “devitalizzato” – cliccate sull’immagine lì sotto per saperne di più al riguardo.

[Immagine tratta da qui.]
Ne volevo scrivere di Brienz/Brinzauls, visto che la sua inopinata vicenda mi è nota da tempo (dacché non è solo la frana a muoversi ma l’intero paese, si veda qui). Poi è accaduto ciò che sta succedendo tra Romagna e Marche e, nonostante l’evidente differenza sostanziale tra i due eventi, mi viene da ricavarne alcune riflessioni valide in entrambi i casi, tanto ovvie se non banali quanto, mi pare, sempre troppo poco considerate.

La prima: siamo una civiltà super avanzata, ipertecnologica, apparentemente dominante su tutto e tutti sul pianeta ma quando la Natura s’incazza – passatemi il francesismo – non c’è nulla da fare, torniamo ad esserne totalmente in balìa come qualsiasi altra creatura ben più rozza e primitiva. Ovvero come ciò che in effetti rimaniamo nonostante la nostra strabiliante tecnologia, la quale ancora, pur con i suoi successi di cui godiamo quotidianamente, non ci ha fatto fare che pochi passi all’esterno delle caverne dalla quale siamo usciti solo qualche migliaio d’anni fa. Forse è anche per questo che i successi tecnologici della nostra civiltà spesso li sfruttiamo grossolanamente e malamente, cioè non a nostro favore ma a svantaggio e danno.

La seconda: posta la prima, trovo che sia fondamentale analizzare le cause in forza delle quali accadono sempre più spesso eventi meteoclimatici così estremi, ma mi pare necessario compiere anche un passo di lato e assumere finalmente la piena consapevolezza che nei confronti di questa generale situazione di fatto dobbiamo formulare la più compiuta ed efficace resilienza. Che, dal mio punto di vista, significa riequilibrare la nostra relazione con il territorio col quale interagiamo avendo cura di riconoscere le sue caratteristiche materiali e immateriali sempre inclusi i fattori di rischio in esso presenti e, appunto, al momento per noi ineludibili. Insomma, viviamo una realtà nella quale certi eventi stanno diventando sempre più diffusi e frequenti: non prenderne atto, gestendo le circostanze del momento come mere “emergenze” (termine veramente troppo inflazionato, ormai!) per ricominciare daccapo come se nulla sia successo è quanto di più stolto, o meno evoluto possibile, l’uomo possa fare. Fermarsi alla discussione sulle sole cause di ciò che sta accadendo o di chi/cosa ne sia la colpa senza elaborare soluzioni che non le facciamo manifestare di nuovo, come purtroppo accade puntualmente, è un po’ come stare su una nave che sta affondando dibattendo sul perché vada a fondo e di chi sia la colpa senza risolvere materialmente il problema che la sta facendo colare a picco.

La frana di Brienz/Brinzauls e le alluvioni in Romagna e nelle Marche sono due eventi differenti ma che denotano entrambi l’inabilità dell’uomo di contrastarne gli effetti a prescindere dalle cause, ovvero la sottomissione ancora pressoché totale della civiltà umana alla Natura e ai suoi fenomeni. E se non siamo in grado di contrastarli, non dobbiamo né sfidarli attraverso una gestione scriteriata dei territori antropizzata e nemmeno tralasciare la consapevolezza e la cognizione dei rischi presenti in molti dei territori (le eccezioni sono rare) da noi abitati, solo poche volte veramente imprevedibili ma anche in questo caso comunque mitigabili – è il caso dei terremoti, che non sappiamo ancora prevedere ma i cui rischi possiamo mitigare con adeguate opere antisismiche – e al contempo ovviamente cercando di mitigare gli effetti del cambiamento climatico come da decenni ci viene detto di fare (altra umana trascuratezza diffusa, già).

Oppure, possiamo cercare di azzerare del tutto o quasi il rischio parimenti azzerando quanto abbiamo edificato nei nostri territori negli ultimi due secoli e ricominciando daccapo con maggior buon senso generale. Ma non credo sia un’opzione realizzabile: richiederebbe al Sapiens una forza mentale e d’animo che oggi non pare possedere. Le avrà lasciate nelle caverne quando se n’è uscito qualche decina di secoli fa, forse.

Fare cose belle e buone in montagna: il progetto “Pasturs”

In queste settimane di tensioni montane che contrappongono a vario titolo umani e animali selvatici, in particolare orsi e lupi, tra tristi eventi di cronaca, inquietudini variamente (in)giustificate e caciare mediatiche, tornano evidenti il valore concreto e l’importanza del progetto Pasturs, nato in origine nel 2015 e avviatosi con la prima edizione nel 2016, il quale giusto lo scorso sabato ha iniziato le attività di formazione per l’imminente stagione 2023 di allevamento in alpeggio.

In buona sostanza, Pasturs – il quale gode del sostegno di numerosi soggetti pubblici e privati, sia a livello di gestione che di finanziamento delle attività – cerca di migliorare la convivenza tra allevamento e grandi predatori (orso e lupo in primis, appunto) attraverso giovani volontari che aiutano nella vita lavorativa d’alpeggio, promuove inoltre l’utilizzo di misure di prevenzione, che difendono il bestiame da potenziali incursioni di lupi e orsi, sostiene il dialogo costruttivo che aiuta ad arginare i conflitti presenti, propone soluzioni condivise e sensibilizza sulle tematiche di conservazione della biodiversità e delle produttività umane.

Le misure di prevenzione che i volontari del progetto mettono in atto sono un elemento comunicativo verso i predatori: orso e lupo sono mammiferi dall’intelligenza deduttiva complessa e imparano presto quali elementi costituiscono un eccessivo investimento energetico o procurano loro dolore fisico (elettricità) o rischio di incolumità (cani). In tal senso i metodi di prevenzione più efficaci sono la sorveglianza del bestiame da parte dell’uomo, l’utilizzo di recinzioni elettrificate (attraverso apposito elettrificatore portatile), l’utilizzo di cani da guardiania (es. razza Pastore abruzzese), il ricovero notturno.

I volontari selezionati per Pasturs, dopo aver seguito un breve corso di formazione, trascorrono un periodo in alpeggio aiutando l’allevatore nel suo lavoro quotidiano. Le loro principali attività sono la sorveglianza del gregge, l’aiuto nella gestione dei cani, il montaggio/smontaggio delle recinzioni elettriche di contenimento del bestiame, la sensibilizzazione e informazione dei turisti sulle corrette tematiche di conservazione della biodiversità e delle produttività umane.

Pasturs opera al momento su due aree montane, le Orobie bergamasche in Lombardia (Valle Brembana, Valle Seriana, Valle di Scalve), e la zona del Parco Naturale del Mont Avic, in Valle d’Aosta (Valle di Champdepraz, Valle di Champorcher), ma sta avviando le proprie attività anche sull’Appennino Tosco-Emiliano e in Trentino-Alto Adige, partecipando alla rete del Progetto interalpino LIFEstockProtect attivo in Austria, Baviera e appunto Trentino-Alto Adige.

Sia chiaro: Pasturs non è la “soluzione” per le problematiche di convivenza tra allevatori alpini e grandi carnivori, anche in forza della sua attuale relativa limitatezza (ma c’è da augurarsi che negli anni futuri possa ampliarsi sempre di più) ma rappresenta senza dubbio un ottimo e significativo modello di azione sul territorio che offre iniziative concrete sia per il sostegno della pastorizia montana e sia per la tutela della grande fauna alpina, nell’ottica di una necessaria – e necessariamente condivisa – opera di salvaguardia (anche culturale) dei territori montani, dalla quale può e deve trarne beneficio chiunque, umani, animali e montagne.

Per saperne di più sul progetto Pasturs, potete visitare il sito web qui.

[Le immagini fotografiche che vedete nel post sono tratte dalla gallery del sito del progetto.]

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Sabato scorso, su “Ballabio News”

Giovedì scorso 11 maggio si è svolto l’atteso incontro tra amministratori locali e residenti, commercianti e villeggianti dei Piani Resinelli intorno alla questione dei parcheggi a pagamento e, più in generale, della gestione turistica della meravigliosa località ai piedi della Grignetta della quale mi sono “occupato” in passato sia per iscritto che in loco la scorsa estate in un bell’incontro con residenti e villeggianti proprio sullo stessa tema.

Da quanto è uscito dall’incontro, per come ne hanno dato conto i media locali, ho tratto alcune riflessioni e relative considerazioni proprio in tema di parcheggi, affollamento, gestione del turismo e qualità del paesaggio che ritengo assolutamente significative, per i Piani Resinelli e per molte altre località affini che godono – o soffrono – simili circostanze turistiche. Ringrazio molto la redazione del quotidiano on line “Ballabio News” che sabato scorso 13 maggio vi ha dato spazio, al solito con l’augurio che tali mie considerazioni possano unirsi a quelle più utili e costruttive per favorire il bene del luogo, dei suoi abitanti e del suo prezioso paesaggio, patrimonio di noi tutti.

Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Cosa ne pensate delle vie ferrate?

Cosa ne pensate delle vie ferrate?

Per quanto mi riguarda, ammetto che (attenzione, spoiler!) non ne penso affatto bene. Trovo che siano una delle infrastrutture montane a scopo ludico-ricreativo più subdole in assoluto. Antitetiche al basilare principio del salire i monti «by fair means» e alla più ragionevole etica alpinistica, degradano anche il valore culturale del senso del limite che è da sempre un elemento intrinseco alla frequentazione della montagna dacché consentono di superare difficoltà e raggiungere sommità anche a chi non ne abbia le capacità materiali, evitandogli pure di affrontare la cosa più logica in questi casi ovvero un buon corso di alpinismo che almeno parte di quelle capacità può conferire. Che senso alpinistico ha il superamento di una parete rocciosa altrimenti inaccessibile senza le adeguate doti arrampicatorie solo grazie a catene, pioli e maniglie avendo solo cura di sapersi assicurare lungo l’apposito cavo? Non si è in grado di salire da questa parte senza la via ferrata? Bene, si salirà da un’altra parte e comunque la sommità la si potrà raggiungere; se proprio non si è in grado di farlo amen, di altre vette raggiungibili ce ne sono a milioni. Punto. Perché manifestare una tale arrogante prepotenza nei confronti delle montagne?

Anzi, dirò di più: a me la via ferrata pare niente meno che una sorta di bizzarro doping alpinistico, solo che le relative “sostanze” sono di consistenza metallica e non le assume l’escursionista ma vengono fatte assumere a forza alla montagna. Peraltro non ci trovo nemmeno così tanta differenza con un ordinario impianto di risalita anch’esso di consistenza metallica, una seggiovia ad esempio, se non nella modalità pratica d’uso e nel differente sforzo fisico conseguente. Anzi, la seconda è per molti aspetti meno subdola e più “onesta”, a suo modo: almeno non viene spacciata per alpinismo, quantunque a sua volta spesso serva per arrivare in cima a una montagna!

Tutto ciò ovviamente al netto delle vie ferrate storiche/storicizzate e di quelle “obbligate”, senza le quali l’ascesa inevitabile al monte per altra via non attrezzata risulterebbe troppo lunga e laboriosa: ma è un caso ben raro, questo, nel novero delle vie ferrate di recente realizzazione, il cui principio di fondo mi pare resti meramente e biecamente ludico, neanche avvicinabile a qualsivoglia idea di alpinismo. Il caso mostrato nell’immagine lì sopra è emblematico (è la ferrata Walserfall nel comune di Baceno, Verbania; cliccateci sopra per leggerne i dettagli nel sito di Mountain Wilderness Italia). Che bisogno c’è di salire proprio da quella parete, se non per un divertissement del tutto mero e artificiale, ben diverso da quello prettamente alpinistico? Perché prendersi gioco in tal modo del talento e dell’impegno di chi invece riesce a conseguire nel tempo le capacità alpinistiche per superarla con i propri mezzi?

Per tutto questo capisco perfettamente le azioni messe in atto al fine di protestare e ove possibile contrastare la realizzazione delle vie ferrate. Peraltro, poste tali mie opinioni – che sono personali, ribadisco: ognuno la può pensare come vuole al riguardo – credo che la miglior protesta possibile verso queste opere, oltre a quelle suddette mirate alle nuove realizzazioni (oggi, guarda caso, quasi sempre progettate da enti pubblici che mostrano gravi incompetenze culturali in tema di montagne), sia semplicemente quella di non frequentarle. A partire – mi sia consentita la piccola nota polemica – da chi lo fa spesso attraverso le proprie gite sociali pur appartenendo a un sodalizio, il Club Alpino Italiano, il quale al punto 12 del proprio “Bidecalogo” afferma che «è, e resta, contrario all’installazione di nuove vie ferrate e/o attrezzate. Si adopera, ovunque possibile, per dismettere le esistenti, con la sola eccezione di quelle di rilevante valore storico […]». Questione di coerenza, di etica alpinistica e di lealtà verso se stessi, di rispetto verso la montagna e le sue peculiarità… di fair means, appunto.