“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”
Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern (del quale lo scorso 1 novembre si è celebrato il centenario dalla nascita), che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.
P.S.: da qualche settimana è nelle librerie Mario Rigoni Stern. Un ritratto, l’ultimo libro di Giuseppe Mendicino, forse il massimo esperto del grande scrittore di Asiago nonché suo biografo appassionato e sensibile. Con le opere di Rigoni Stern, è certamente un libro da leggere, per conoscerlo ancora meglio proprio in occasione di questi tempi di celebrazione centenaria.
Il comitato organizzatore ha inserito la pista nel programma ufficiale: qui, secondo le previsioni, si terranno le gare di bob, di slittino, di skeleton e forse anche di parabob, durante le paralimpiadi. Prima, però, la pista va ristrutturata. È un cantiere complesso e costoso, da oltre 60 milioni di euro, con conseguenze rilevanti per un ambiente particolarmente delicato come la montagna. Molte persone a Cortina si stanno chiedendo se ne valga davvero la pena. […]
Gli organizzatori e le istituzioni non vogliono sentire parlare di alternative. Giovanni Malagò, presidente del CONI, è stato piuttosto perentorio: la pista si farà con le modifiche previste, senza cambiare progetto, e Cortina ospiterà le gare in un impianto nuovo di zecca. «Sapete come si dice a Roma? Abbasta», ha detto, riferito alle rivendicazioni degli ambientalisti.
Citazioni tratte dall’articolo pubblicato martedì 16 novembre 2021 su “Il Post”, che potete leggere nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa a questo post.
Le Alpi sono uno spazio naturale e culturale particolarmente sensibile che non si presta ai Giochi olimpici invernali. Il loro svolgimento assume attualmente dimensioni che non sono più compatibili con le regioni alpine, perlopiù articolate in spazi ristretti e frammentati. I requisiti posti dai Giochi olimpici invernali in termini di infrastrutture di trasporto, impianti sportivi e offerta alberghiera sono ormai così elevati che nelle Alpi non possono più esser soddisfatti. La dilatazione dei Giochi, con un numero sempre maggiore di competizioni, rappresenta un carico eccessivo per le località di svolgimento e le regioni circostanti. Gli impatti delle Olimpiadi invernali hanno superato una soglia che non è più accettabile, tanto per la natura quanto per l’uomo. […]
A queste condizioni il futuro delle Alpi può solo prospettarsi libero da Olimpiadi. In futuro i comuni e le regioni delle Alpi devono rinunciare a candidarsi per i Giochi olimpici invernali. Il lancio di dispendiose candidature, che sottraggono allo Stato e ai comuni ingenti risorse, indispensabili per garantire altri servizi, è da evitare in via di principio. In considerazione della indisponibilità del CIO a intraprendere una radicale inversione di rotta, le regioni alpine devono trarre le dovute conseguenze: Alpi libere da Olimpiadi – oggi e in futuro!
Citazioni tratte dalla Presa di posizione ufficiale della CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, prestigioso ente transnazionale che non può certamente essere semplicisticamente definito “ambientalista” – redatta in data 21 febbraio 2014 (più di sette anni fa, già) – e contenuta nel relativo “Dossier Olimpiadi”, che analizza in maniera approfondita il rapporto tra Giochi Olimpici e territori alpini.
Bene: confrontate e riflettete, liberamente.
Tanto, di Olimpiadi invernali milanocortinesi del 2026 e cose affini toccherà sicuramente tornare a disquisire. Spero positivamente, temo negativamente.
[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]La geografia è una materia meravigliosa sotto innumerevoli aspetti, molti dei quali assai sorprendenti. Come ad esempio il fatto che, per mostrarci e insegnarci con ottimale e convenzionale comprensibilità la realtà del mondo sul quale viviamo, la geografia ci racconta una sostanziale “bugia”. Ed è una bugia fondamentale, nel senso che sta alle fondamenta della rappresentazione geografica del mondo e che un tempo veniva insegnata a scuola – ovvero nell’epoca felice in cui la geografia era materia scolastica, già, dacché come è noto ora è stata sostanzialmente dimenticata: e mai improperi a sufficienza si potranno rivolgere a chi prese tale dissennata decisione!
Infatti, a partire dai libri scolastici e didattici fino alla stragrande maggioranza delle rappresentazioni del nostro pianeta (tutti i mappamondi piani, ad esempio, spesso esposti ai muri di spazi pubblici, ma pure i siti web di mappe), l’immagine cartografica che abbiamo di esso è quella della Proiezione di Mercatore – o, per la precisione, della Proiezione cilindrica centrografica modificata di Mercatore, che tuttavia rappresenta il mondo in un modo falsato e distorto in quanto nata per esigenze nautiche, cioè per mantenere costante la scala delle distanze in ogni direzione attorno ad ogni punto così da poter calcolare le rotte di navigazione con buona precisione (distorsione in parte compensate dai planisferi o dalla Proiezione Sinusoidale che lo stesso Mercatore – il quale era fiammingo e in realtà di cognome faceva Kremer – aveva inteso come necessaria).
Fateci caso come, nella Proiezione di Mercatore, per presentarvi un esempio significativo, la Groenlandia appare grande più o meno come l’Africa:
Bene. Questa è invece la raffigurazione cartografica del nostro pianeta in base alla più recente (è degli anni ’70 del Novecento) Proiezione di Gall-Peters. Osservate come cambiano le forme dei continenti… e guardate che gran differenza c’è, ora, tra la superficie della Groenlandia e quella dell’Africa:
In soldoni: la Proiezione di Gall-Peters rappresenta le reali forme e proporzioni delle superfici terrestri, quella di Mercatore le distorce per i suddetti fini pratici. Dunque anche la stessa rappresentazione “classica” dell’Italia, pur con la sua superficie molto piccola rispetto a quelle continentali, raffigura una forma e una proporzione non esattamente reale, probabilmente distorta di un tot di metri. Tutto ciò per un’evidenza semplice e ineluttabile: è impossibile rappresentare una superficie sferica su un foglio piano senza distorcerla. Per questo, nella Proiezione di Mercatore, più le superfici risultano distanti dall’Equatore e più le loro dimensioni vengono esagerate e distorte. D’altro canto la Proiezione di Gall-Peters, per offrire una raffigurazione più obiettiva delle superfici terrestri, inevitabilmente perde le prerogative di facilità del tracciamento delle rotte ma, senza dubbio, fornisce un’immagine cartografica più realistica e meno confondente della Terra.
[La sovrapposizione delle due proiezioni – in verde quella di Gall-Peters – rende evidentissima la differenza di forme e dimensioni dei continenti.]Sono argomenti che forse a qualcuno sembreranno banali, eppure trovo che dalla loro considerazione scaturisca un fascino notevole: ci rivelano che abbiamo ordinariamente in mente un’immagine geografica e cartografica del mondo che è “attendibile” ma non è quella reale, la quale tuttavia per convenienza abbiamo formalmente sancito come “vera” anche se tale non lo è. Un principio questo, che in fondo possiamo ritrovare e declinare in molte altre cose umane, di interesse globale o locale. In forza di questa “funzionale bugia” – per fare un altro esempio significativo – se qualcuno volesse recarsi in Alaska per esplorarla ma ne fosse intimorito nel momento in cui qualcuno gli facesse notare quanto sia vasta, almeno come il Brasile visto che sul mappamondo piano “alla Mercatore” così appare, se avesse sotto mano una mappa di Gall-Peters constaterebbe che in realtà è più piccola di cinque volte: il suo viaggio dunque potrebbe essere ben più agevole di quanto temuto!
In ogni caso rappresentare il mondo in un modo o nell’altro non genera soltanto implicazioni geografiche, dimensionali e cartografiche, certamente affascinanti, come ribadisco. Ne genera anche di valore sociale, culturale e politico, il che per certi versi rende più inquietante che intrigante la storia e la scienza della raffigurazione del nostro pianeta sviluppatasi nel tempo e il suo uso geopolitico. Ma è un tema un po’ più articolato e complesso, che rimando a un futuro articolo specificatamente dedicato.
Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.
Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.
Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.
Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.
P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.
I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.
Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro!Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.
Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…