




P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.





P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.
Nella contemporanea sociologia del turismo c’è un concetto formato da due elementi contrapposti, la customer experience e la place experience, più o meno traducibili con la “soddisfazione del cliente” e l’“esperienza del luogo” – ma devo ammettere che le definizioni anglofone sanno compendiare un significato maggiormente articolato. Siccome tale concetto è forse un po’ ostico da capire per i non addetti ai lavori, ecco qui un esempio pratico che lo spiega piuttosto bene:

La customer experience, per intenderci, è stata ad esempio la base concettuale dello sviluppo del turismo montano dal dopoguerra in poi, quello del boom economico, dei mega-resort, dello “ski-total”, legata a uno sfruttamento industriale intensivo della montagna che già da almeno due decenni a questa parte si è rivelata obsoleta, decontestualizzata sotto ogni punto di vista e sovente fallimentare – basti pensare alle tante stazioni sciistiche sorte in quell’epoca e oggi divenute luoghi abbandonati e fatiscenti.
Al contrario, un’opera del genere, di indubbia attrattività turistica e proprio perché possiede questa dote, deve ineluttabilmente generare vantaggi e nuovi agi ai locali parimenti che ai residenti, ovvero deve migliorare in modo generale il luogo nel quale viene installata. Questa è l’azione basata sulla place experience, che richiede, se non che impone, una progettualità di più vasta scala e ampio respiro, convenientemente estesa nel tempo, attraverso la quale la nuova opera (e nel caso in questione non si parla di una piccola fontana, eh, ma di un manufatto imponente e con molteplici valenze) diventa un valore aggiunto per il luogo, facendo sì che i conseguenti vantaggi a favore dei residenti divengano anche la principale dote attrattiva per i visitatori, il che peraltro farà pure dei locali i primi e più appassionati promotori dell’opera e del luogo.
Certamente il concetto di place experience richiede dunque una più approfondita e articolata riflessione da porre alla base di qualsiasi progettualità, magari più tempo, più competenze, forse più denari (ma in tal senso si tratta di un investimento virtuoso e proteso al futuro), sicuramente (lo dico senza voler accusare nessuno) richiede un poco di cultura e di sensibilità in più riguardo la relazione tra il territorio, il suo paesaggio e gli abitanti che lo vivono quotidianamente, non solo e non unicamente verso i potenziali turisti e la loro mera soddisfazione ludica. Di contro, la place experience risulta di certo antitetica a qualsiasi superficiale autoreferenzialità che invece, pare, piace sempre tanto a certi politici locali – anche qui lo scrivo senza alcun riferimento diretto – dato che la referenza diretta è invece verso il luogo e la relazione diretta con esso da parte di chiunque, abitanti e visitatori sullo stesso equilibrato e armonico piano – proporzionalmente ai rispettivi bisogni e aspettative.
Ci vuole tanto? Virtualmente no; praticamente, a giudicare dalla realtà di molte opere del genere, sì. Per di più – altra cosa che puntualmente avviene – senza che si riesca a imparare granché dagli errori commessi ovvero dai danni cagionati. Fatto sta che poi tale situazione di disagio col tempo diventa cronica, poi ordinaria, quindi si trasforma in “normalità”, causando in tal caso un degrado al luogo forse irrimediabile che tuttavia, avendo ormai perso lo sguardo e la sensibilità al riguardo, non si saprà più comprendere come tale ma che senza dubbio finirà per danneggiare pure la fama turistica dell’opera e il valore paesaggistico del luogo.
Fermo restando che, nel caso in questione, ormai la “Passerella delle Cassandre” a Sondrio c’è e tocca sperare che qualche buon vantaggio alla fine lo possa veramente apportare, al luogo, al solito la questione non è legata al fare o meno le cose ma a come si fanno. Ovvero, pragmaticamente, a una carenza (o alla necessaria presenza) di buon senso e di visione lungimirante. In effetti cose ormai ben più rare di passerelle varie e assortite o di altre amenità del genere sulle nostre montagne, già!

A tal proposito, per fortuna in queste settimane ci viene in aiuto una bella mostra allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta: Architetture contemporanee sulle Alpi occidentali italiane,
proposta dalla Fondazione Courmayeur Mont Blanc con l’Ordine Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Valle d’Aosta e realizzata dal Centro di Ricerca «Istituto di Architettura montana» del Politecnico di Torino.
L’esposizione, a cura di Antonio De Rossi e Roberto Dini, presenta le tavole progettuali di più di cinquanta edifici realizzati nei territori montani di Valle d’Aosta e Piemonte. Si tratta di opere in cui la qualità dell’organizzazione dello spazio si intreccia ai processi di sviluppo locale e alla diffusione di pratiche abitative innovative. I progetti illustrati mostrano come, innanzi tutto in Valle d’Aosta ma a segnalare una tendenza in atto un po’ ovunque sulle montagne italiane, si stia sviluppando una metamorfosi culturale in cui l’architettura e la pianificazione del paesaggio tornano a giocare un ruolo strategico per una nuova abitabilità del territorio montano. Una trasformazione che vede sia i progettisti uscire dalla dimensione della mera autorialità per farsi traduttori di istanze complesse da costruire collettivamente, sia le comunità e le committenze riscoprire l’importanza del progetto di qualità.
La mostra, la cui visita è da me caldamente consigliata per chiunque sia curioso di capire meglio il presente e soprattutto il futuro delle nostre montagne, è a ingresso gratuito e sarà aperta al pubblico fino al 13 febbraio 2022. Orario di apertura: martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Cliccate sull’immagine della locandina lì sopra per avere maggiori informazioni sulla mostra e su come visitarla.

Sul versante di Valtournenche, il Cervino non era solo identificato con tale oronimo o con quello vernacolare di Gran Becca, ma anche – seppur in forma indiretta – con il nome “Tor”, un termine di origine prelatina e di genere maschile che dunque non c’entrerebbe con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, così designato dai montanari in maniera del tutto utilitaristica al mero fine di distinguerlo dagli altri luoghi frequentati dacché di maggior utilità – un po’ come per Gran Becca, nel principio – ma l’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che
«Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche. […] La prima attestazione della parola Tor compare in questa valle all’uscita dalle tenebre, dopo l’anno mille, e si tratta di Tornion.»
così pure rivelandoci la probabile origine del nome della valle, che in effetti fino alla metà del XX secolo veniva chiamata Valtorenche con un riferimento più diretto ed evidente al termine “tor” e alle sue derivazioni locali. D’altro canto bisogna ricordare che un tempo l’alta Valtournenche veniva raggiunta non dal fondovalle, ove corre l’itinerario stradale attuale, ma dal Col de Saint-Pantaléon/Colle di San Pantaleone, in destra idrografica, e appena superato il valico per scendere verso Torgnon il Cervino appariva improvvisamente di fronte ai viandanti dell’epoca in tutta la sua gigantesca maestosità, destando sicuramente una grande emozione e così giustificando la denominazione di Tor ovvero di “monte per eccellenza” per tutta quella parte di territorio valdostano.
(È un estratto dal testo dell’intervento che ho tenuto nell’estate 2020 a Valtournenche intitolato Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, nell’ambito dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise. Lo trovate anche raccontato in maniera completa dallo scrivente in questo video della serie “Cervino’s Tales” sul canale YouTube di Cervino Tourism Management.)
1° dicembre 1923, novantotto anni fa, ore 7.15: crollo della diga del Gleno.
Dopo il Vajont, il peggior disastro in Italia causato dal cedimento dello sbarramento di un bacino idroelettrico per errori tecnici. Era l’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli: un disegno architettonico assai raffinato che celava una concezione ingegneristica tragicamente sbagliata.
Le foto – dall’alto: il paese di Bueggio e la valle del Gleno prima della costruzione della diga, la diga terminata nell’ottobre 1923, i resti dello sbarramento dopo il crollo, Bueggio dopo la tragedia – sono tratte da archiviogleno.it, sito web del progetto “Il crollo della diga del Gleno: un’eredità culturale viva e vitale per la comunità”, elaborato dalla Proloco di Vilminore di Scalve, con la collaborazione della Biblioteca Civica, per raccontare la presenza e il significato del crollo della diga del Gleno tra le persone che abitano la Val di Scalve, utilizzando materiale d’archivio e materiale multimediale appositamente realizzato, e per creare una banca della memoria della comunità di eredità legata a questo triste evento. Il progetto, estremamente interessante in forza delle sue molteplici valenze culturali, si propone di fare il punto sull’immaginario legato alla diga del Gleno, con l’obiettivo di mettere in evidenza l’attualità della presenza della diga e le potenzialità che essa fornisce oggi per uno sviluppo culturale e comunitario della Val di Scalve, oltre a rimediare a una mancanza: l’assenza, fino a oggi, di un contenitore organico che raccogliesse le narrazioni – visive e non solo – del passato sul crollo della diga del Gleno.
Cliccate qui per visitare il sito e suoi i contenuti, nell’attesa che si concretizzi il progetto del Museo della Diga del Gleno, la cui apertura è prevista per il centenario del disastro, nel 2023.
P.S.: di un testo alquanto interessante che tratta del disastro del Gleno dal punto di vista tecnico ho scritto qui.