La meta

Cielo grigio e un po’ cupo, nuvolaglia che si incastra tra le cime dei monti d’intorno, qualche tuono non lontano ma nemmeno così minaccioso. Condizioni più che buone, io e il segretario personale (a forma di cane) Loki partiamo proprio quando cadono le prime gocce di pioggia. Siamo i soli a salire verso l’alto, tutti tornano a valle, qualcuno ci (mi) guarda strano, come a chiedermi con gli occhi dove diavolo me ne stia andando con il tempo che c’è; gli sorrido. Altri sono bardati di mantelle parapioggia nemmeno tornassero dalla Malesia nel periodo dei monsoni, mentre la pioggia è sì aumentata ma non tanto intensamente: mi basta indossare il cappello impermeabile, non serve altro.

Cosi io e Loki saliamo lungo il sentiero che s’innalza nella vallata ormai priva di altre presenze umane, accompagnati dal solo rumore dell’acqua che scroscia nel torrente oppure, nei tratti in cui questo s’inforra rumoreggiando più sommessamente e la traccia vi si allontana a monte, dal ticchettio da vecchia macchina da scrivere della pioggia che scrive il proprio diario pomeridiano sulle foglie degli alberi. Non abbiamo una meta alla quale giungere e oggi non lo è nemmeno il “viaggio”, classicamente inteso per come vi si riferisca il noto modo di dire; semmai, una “meta” per questa giornata è il vagare nella Natura per godere di momenti che alcuni ritengono non così ideali e invece, nelle giuste condizioni ambientali e emotive, io penso lo siano anche più di tanti altri. Peraltro, pensarci gli unici presenti in questa micro porzione di mondo regala sempre una sensazione particolare, quantunque basta gettare lo sguardo oltre il crinale boscoso a valle per cogliere la pianura antropizzata e immaginarne la gran frenesia. Non siamo chissà dove e qui non c’è nessuno solo per un fortunato caso meteorologico; fosse stata una bella giornata ci sarebbe una coda assai variegata di gitanti. Però, nel qui-e-ora attuale, è divertente formulare la percezione di vivere una personale e temporanea Dissipatio H.G. morselliana: lo è probabilmente perché so benissimo che sia una mera fantasia tanto quanto che nonostante ciò la finzione sembri molto reale.

Mentre Loki esegue le sue consuete e approfondite analisi della qualità dell’acqua del torrente ad ogni guado che affrontiamo (si veda qui sopra), la pioggia scema pressoché del tutto e già qualche frazione di cielo si sfilaccia abbastanza da lasciar passare scintillanti lame di Sole. Abbiamo avuto ragione noi e torto quelli che sono scappati a casa, riguardo la meteo, o forse c’è solo andata bene e nessun temporale ci ha scagliato addosso le proprie folgori. Siamo in mezzo al bosco, il torrente qui percorre un tratto tranquillo e dunque anche la fluida colonna sonora si stempera, facendo intuire il silenzio pressoché totale che altrimenti regnerebbe, in questo tratto appartato della vallata, se l’acqua non ci fosse. D’un tratto, Loki si impettisce, comincia a fiutare nervosamente l’aria e punta lo sguardo verso certi bricchi che si intravedono tra il fogliame sopra di noi; il segretario mi fa così notare qualcosa che solo ora il mio udito coglie e identifica ma che già prima era percepibile, solo non ci stavo facendo caso: un fischio, che proviene esattamente dal punto sovrastante verso il quale Loki guarda. Eccolo, è un camoscio, a una ventina di metri da noi, che corre verso l’alto e rapidamente sparisce alla nostra vista. Evidentemente un maschio, e pure di taglia piuttosto grossa. Loki vorrebbe dimostrargli che anche lui ci sa fare con la corsa in montagna (così è convinto, a quanto pare) ma riesco a farlo desistere tenendogli saldamente la pettorina – con gran sforzo, per quanto tira, e rischiando un bagno magari gradevole ma non espressamente desiderato nelle acque del torrente. Acquietatosi lui e io pure, restiamo immobili per qualche secondo ancora ascoltando lo scalpiccio del camoscio sulle rocce fino a che il rumore dell’acqua non torna a sovrastarlo e a farlo svanire nel labirinto di rocce e anfratti silvestri. Guardo l’ora: se continuassimo a salire verrebbe tardi, non saremmo di ritorno per cena. Dunque decidiamo che questa è la meta di oggi, invertiamo la rotta e cominciamo la discesa verso valle.

Niente di che tutto questo, sia chiaro, e una “meta” a sua volta apparentemente banale, posto che la visione di camosci da queste parti è piuttosto comune. Quale “meta” poi? Non siamo arrivati da nessuna parte formalmente, rifugio o vetta o luogo oppure punto geografico importante… niente di tutto ciò. Eppure, non è detto che la meta debba sempre essere un punto spaziale; potrebbe anche essere uno “spazio di tempo”, una specie di cronotopo ovvero un certo momento, anche casuale e imprevedibile, il quale tuttavia nel suo manifestarsi è capace di dare un senso multidimensionale al cammino compiuto, alla fatica sopportata, allo starsene in quel luogo apparentemente anonimo ma che così assume un proprio significato, genera un ricordo, diventa esperienza, magari nozione, un elemento immateriale nell’elaborazione personale del paesaggio materiale vissuto in quel dato momento. Il qui-e-ora come meta, appunto, qualsiasi esso sia ma comunque essendo un accadimento unico e irripetibile proprio perché manifestazione significativa di un particolare istante, di chi lo vive e come lo vive in quel preciso istante.

«I viaggi sono i viaggiatori», scrisse giustamente Pessoa; a me piace anche pensare che i viaggiatori sono il viaggio, ovvero che la meta principale di qualsiasi “viaggio” – il quale, sia chiaro, è tale sia se percorra migliaia di km oppure solo qualche centinaia di metri vicino casa; per quanto mi riguarda, ogni escursione sui monti è assolutamente un viaggio, nel senso pieno del termine – è dentro di noi, deve essere dentro di noi affinché possa trovarsi anche fuori, possa essercene una da raggiungere anche materialmente. Quel piccolo, apparentemente banale momento vissuto con il segretario Loki nel bosco è stata la meta “reale” di una meta mentale e spirituale che ho percepito vividamente e la quale ho avuto certezza di aver raggiunto proprio quando ho vissuto la prima, cioè nel momento in cui le due si sono riallineate e riunite. Non una “meta” nel senso ordinario del termine e per come molti la potrebbero intendere ma anche per questo speciale, a suo modo unica. Qualcosa che ha dato senso, significato e valore a una normalissima camminata sulle montagne vicino casa in un modo che nessun altra “meta” ordinariamente intesa forse avrebbe potuto fare.

Nessun politico come un albero

Ho visto molti gruppi di olmi imponenti che meritavano di essere rappresentati all’assemblea legislativa più degli omuncoli sotto di loro, del bar e della trattoria e dei negozi cui facevano ombra. Quando vedo le loro magnifiche chiome all’orizzonte a miglia di distanza, al di là delle valli e delle foreste che ci dividono, esse fanno pensare all’esistenza di un villaggio, di una comunità. Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione.

[Henry David ThoreauDiario, 16 ottobre 1857 in Ascoltare gli alberi, Garzanti, 2018, pagg.71-72.]

Se per me Thoreau ha sempre ragione, in un brano del genere ha sempre doppiamente ragione. Non c’è politico più autorevole, capace, saggio, giudizioso, onorevole di un albero. O forse qualcuno c’è anche, ma è talmente confuso nell’orrido d’intorno da non risultare visibile. Proprio come un albero circondato da una schiera di orribili palazzoni di cemento, i quali peraltro gli tolgono aria, luce, vitalità.

Francesco Garolfi (e i suoi nuovi singoli)

Mi considero parecchio onorato e fortunato, oltre che assolutamente grato, di avere l’occasione di condividere il “palco” – o quanto di simile – per qualche presentazione o reading letterario con un musicista di eccelsa qualità come Francesco Garolfi. Come è accaduto venerdì scorso a Martinengo, dove tra una mia lettura e l’altra i presenti hanno goduto dell’ennesima dimostrazione del suo talento artistico e della capacità di tessere armonie chitarristiche affascinanti, capaci di ammantare qualsiasi momento e circostanza di una veste musicale inevitabilmente emozionante.

Peraltro da qualche settimana sono stati pubblicati i primi due singoli che con altri di prossima uscita andranno a comporre il prossimo album di Francesco Garolfi.

Sono solo è un brano di grandissimo fascino, dalla melodia peculiare, dinamica, avvolgente, sostenuta da un basso deciso e ossigenata dal raffinato tocco chitarristico dell’autore, con armonie che rimandano nemmeno troppo velatamente ad atmosfere folk rock alternate a momenti più delicati (il ritornello, ad esempio) che profumano di ampi spazi, foschie leggere, pianure tranquille. Il tutto impreziosito da un testo potente e perfettamente intonato alle accentature armoniche del brano, che Garolfi canta e interpreta perfettamente, lasciando intendere di avere una voce con ampi margini di manovra. Insomma, applausi a scena aperta!

Abbi pietà gira su una partitura più classicamente blues, lineare, che echeggia le armonie del gospel e fa pensare senza molte incertezze agli USA del sud, al Mississipi, al paesaggio e al mood di quelle terre profondamente black dell’America e dalla quale nasce lo spiritual, autentica musica dell’anima variamente antesignana del blues del jazz e del gospel. Anche questo brano ha un testo forte, ricco di significati, di narrazioni importanti, elaborato in una forma quasi cantilenante il cui cantato lascia spazio in due frangenti ad altrettanti assoli in slide, molto belli, i quali aggiungono colore e calore al brano e vi regalano un appeal quasi (passatemi la blasfemia) pop.

Sul suo canale Youtube potete trovare molte altre testimonianze della mirabile arte musicale di Francesco Garolfi. E se potreste pensare, dopo aver letto questo mio post e ciò che vi ho scritto in principio, che io sia di parte, ascoltatelo fare musica. Poi mi direte.

“Il miracolo delle dighe” su “Fatti di Montagna” (e non solo)

Fatti di Montagna” ha dedicato una sorta di breve ma approfondito reportage “multimediale” – dacché in forma scritta e in audio con podcast – al mio libro Il miracolo delle dighe, che peraltro farà parte del prossimo numero della rivista “Dislivelli.eu”, pubblicata e curata dall’omonima prestigiosa associazione, il quale sarà dedicato al tema dell’acqua. L’articolo è già presente nel blog di Dislivelli, qui.

Devo ringraziare in maniera parimenti molteplice Luca Serenthà, ideatore e curatore di “Fatti di Montagna” con il quale già ho avuto l’onore e il piacere di collaborare per altre iniziative montane, che intorno ai temi del libro mi ha coinvolto in un bel dialogo con il quale abbiamo toccato diversi aspetti, tutti quanti variamente importanti per la montagna sia in senso storico, sia in considerazione della realtà attuale dei territori montani e, ancor più, sia per il futuro che verrà. Nel quale anche l’acqua imbrigliata in alta quota nei bacini delle dighe potrebbero giocare un ruolo fondamentale in relazione al paesaggio montano e al vivere umano in esso: pure attraverso modalità per così dire inopinate, che nel libro ho cercato di raccontare.

Cliccate sull’immagine lì sopra per aprire la pagina di “Fatti di Montagna” dedicata a Il miracolo delle dighe e leggere/ascoltare i contenuti; cliccate invece qui per sapere ogni cosa utile sul libro.

Mario Rigoni Stern, 15 anni

Noi, da ragazzi, si andava a piedi lungo le vie dei pastori e dei carbonai, o sulle mulattiere della guerra. Ma da vent’anni a questa parte il nostro Altopiano è stato riscoperto dalle masse come luogo di svago, di riposo, di agonismo, di funghi: terra ludica da conquistare e godere. Ben sappiamo, però, come questa fruizione del territorio, questa antropizzazione, se fatta in maniera volgare può cagionare, e cagiona, anche consumo di ambiente e, quindi, di natura, con la perdita parziale, e forse totale di quel topos di cui tutti sentiamo il bisogno: un rifugio dell’anima e del corpo, sempre più necessario a mano a mano che crescono i rumori confusi della civiltà dei consumi.

[Mario Rigoni Stern, Camminare. Ritrovare quanto perduto, 1983, tratto da Andrea Cunico Jegary, Nomi, luoghi e comunità. Quaderni di toponomastica Cimbra, Altra Definizione Editore, 2021.]

Rigoni Stern lasciava le sue montagne e il nostro mondo esattamente 15 anni fa, il 16 giugno 2008. Autentica e lucidissima coscienza di quelle (ovvero di tutte le) montagne e del tempo che viviamo, il grande autore slegar (asiaghese, in cimbro) non è più tra noi ma resta quanto mai presente e fondamentale, aiutandoci costantemente a meditare e comprendere molte delle cose che col tempo sui monti (e non solo qui) noi uomini facciamo. Resterà – dovrà restare – una figura imprescindibile, e in modo crescente, anche in futuro: finché lo sarà, noi tutti avremo un buon sentiero lungo il quale incamminarci.

P.S.: per conoscere Mario Rigoni Stern e approfondirne la grandezza culturale e umana, c’è sicuramente da leggere il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto, di Giuseppe Mendicino, massimo esperto del grande scrittore di Asiago – sul quale di libri ne ha scritti anche altri, si veda qui. L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Rigoni Stern.