Bonatti, 93 anni

Il degrado ambientale purtroppo è una bomba innescata che sta su tutti noi. Però da come se ne parla direi che è di moda parlarne e tutte le cose di moda non sono depositarie della verità; bisogna prenderle con le pinze. Invece di parlarne tanto dovremmo essere più disposti a fare quello che ci compete perché con un cucchiaio d’acqua per ognuno di noi alla fine potremmo mettere insieme l’oceano. Quindi salvare la natura è un impegno, è una responsabilità che ci dobbiamo assumere tutti, rinunciando a qualcosa e badando a qualcos’altro.

Walter Bonatti nasceva proprio il 22 giugno di novantatré anni fa, nel 1930. Le sue parole qui citate sono tratte da un’intervista di Osvaldo Segale in occasione di una conferenza presso il CAI di Conegliano del 10 novembre 1989.
Millenovecentottantanove, proprio così. A fine anni Ottanta Bonatti, dimostrando quanto fosse “illuminato”, già diceva cose che ancora oggi, più di trent’anni dopo, molte persone ancora non vogliono capire, comportandosi irresponsabilmente verso l’ambiente naturale e non solo. Guarda caso, poco prima nella stessa intervista, Bonatti dice che

L’uomo, oltre ad essere quel grande uomo che va sulla luna e altrove, è purtroppo subdolo. A tante virtù corrispondono altrettanti difetti che per me, spesso, sono stati intollerabili.

Da ricordare, Bonatti. Sempre.

(L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Walter Bonatti.)

L’Italia è una Repubblica fondata sull’infantilismo ideologico


In un recente articolo ripreso da diversi media (qui, ad esempio) riguardante il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, Mario Tozzi ha nuovamente stigmatizzato la pratica molto in uso in Italia di strumentalizzare ideologicamente – e quindi in base alle solite parti politiche – ogni cosa, ponte incluso:

«Chi si oppone al ponte è di sinistra»: non è condizione necessaria né sufficiente, basta avere a cuore il futuro dei sapiens, la natura e il paesaggio. I partiti non c’entrano.

D’altro canto già nel 1994 l’insuperabile Giorgio Gaber si prendeva gioco di tale pratica nella sua canzone Destra-Sinistra:

Fare il bagno nella vasca è di destra
Far la doccia invece è di sinistra
Un pacchetto di Marlboro è di destra
Di contrabbando è di sinistra […]

Chiedendosi infine nel ritornello «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?»: una domanda sempre più valida dalla risposta sempre meno seria, a mio parere.

Così, occuparsi di ambiente a vario titolo e di temi ad esso inerenti, anche senza praticare politicamente l’ambientalismo, è ritenuto «di sinistra». Anch’io me lo sono sentito dire più volte, con fare inesorabilmente dispregiativo: «Voi di sinistra…!», circostanza che mi suscita sempre un’immediata e potente risata per come io sia distante anni luce, materialmente e immaterialmente, da entrambe le parti.

Tuttavia ciò che mi lascia veramente basito, e non poco disgustato, nei confronti dell’opinione pubblica contemporanea (definizione da prendersi nell’accezione più ampia possibile), è che si sia ancora fermi lì, a un tale giochetto puerile, futile, volgare: una cosa deve essere di destra, quell’altra di sinistra, e se è di destra viene disprezzata a sinistra e viceversa. Qui non c’entrano le ideologie (comunque obsolete, a mio modo di vedere, ma è un parere personale), e non c’entrano i principi di filosofia politica alla loro base: piuttosto a me pare un giochetto delle parti assolutamente scemo e semmai del tutto antitetico alle autentiche ideologie, buono solo per triviali caciare da osteria di quint’ordine o per grottesche sedute parlamentari, ecco. Ma perché, se il cambiamento climatico provoca disastri ambientali, questi non coinvolgono tutti, destri e sinistri? Frane e alluvioni chiedono l’appartenenza politica e ideologica prima di colpire le persone? Se il versante di un monte viene dissestato e danneggiato da un’infrastruttura impattante e mal congegnata, la bellezza del paesaggio e l’integrità del versante montuoso si rovinano solo per quelli di sinistra e non per quelli di destra o viceversa?

Ma per favore!

Per non dire di qualsiasi altra questione parimenti strumentalizzata – proprio come cantava Gaber – in modi che, a quanto sembra, sono pensati apposta da un lato per non risolverla (lo scopo fondamentale, io temo) e dall’altro per ricavarne “utili” tanto quanto bieche propagande politiche.

Ma veramente siamo ancora qui ad avere a che fare con tali sconcertanti infantilismi? E poi ci si chiede come mai certi problemi che affliggono da decenni l’Italia non vengano mai risolti e, anzi, si incancreniscano sempre di più?

P.S.: per quanto riguarda il ponte sullo Stretto di Messina, da anni il mio pensiero è lo stesso: la sua unica utilità è quella di rappresentare un grande regalo alle organizzazioni malavitose di quelle regioni. Fine.

Migrazioni e politica, chiacchiere e meschinità

[Immagine tratta dal profilo Twitter dell’Agenzia Ansa.]
Da qualsiasi parte la si osservi e analizzi, la gestione europea della questione migratoria resta profondamente vergognosa e indegna di quella parte di mondo che si ritiene la più avanzata e civile del pianeta.

Gli ultimi drammatici episodi, dei quali il naufragio di Cutro è tra i più tragici ma niente affatto isolato (e di certo la tragicità di questi fatti non può essere determinata dal mero numero di morti, come se il problema sussistesse solo se accadono naufragi da un tot di decessi in su), hanno semplicemente rimesso in evidenza una volta di più la gravità della situazione in corso ormai da decenni. Ciò almeno fino a che i media avranno voglia di occuparsene, ovvero fino a che la politica fingerà di dibatterci sopra fornendo alla stampa le solite parole tanto belle e nobili quanto ipocrite e vuote di sostanza (se non slogan beceri e vergognosamente strumentalizzanti), nel frattempo facendo spallucce e semmai dando le colpe a quello che le schiverà e scaricherà a quell’altro e così via, funzionalmente a far che alla fine le responsabilità non siano di nessuno e tutto vada avanti come sempre – quello che tanti sperano in fondo. D’altro canto, a breve, qualche nuova questione più o meno emergenziale (delle quali l’Italia abbonda, lo sappiamo bene) devierà nuovamente lo sguardo della stampa e l’attenzione del pubblico e ogni cosa sarà dimenticata, con gran soddisfazione della politica.

Personalmente – da quel signor nessuno che sono, inutile dirlo – è da anni (si veda qui) che vado sostenendo che la questione dell’immigrazione non può e non potrà essere risolta e tanto meno gestita al meglio, a livello politico, finché non verrà compresa sul suo piano fondamentale che è quello antropologico, il quale ne sottintende altri – quello storico, quello geografico, sociologico, ambientale eccetera – ma che, appunto, appare come l’ineluttabile contesto entro il quale bisogna analizzare e comprendere la questione sì da trarne qualsiasi metodologia operativa sul campo, la più restrittiva come la più accogliente nel rispetto delle normative internazionali vigenti. Non li si vuole far arrivare sul suolo europeo? Bene, si faccia qualcosa in tal senso. Li si vuole accogliere e integrare? Bene, si faccia qualcos’altro in tal senso. Insomma: la questione non è più tanto attuare questa o quell’altra cosa ma fare qualcosa. Invece qui non si fa nulla, da decenni girando le spalle alla messe di morti di donne, uomini e bambini (26mila morti in dieci anni solo nel Mediterraneo) la cui unica colpa è stata quella di sperare in un futuro migliore, e che se ciò sia lecito o meno non è per nulla “motivo” per lasciarli morire come avviene, calpestando criminalmente qualsiasi loro dignità.

Ovvio che per fare quanto sopra occorre la combinazione di due cose parimenti fondamentali: competenza rispetto al fenomeno e volontà di gestirlo (ve ne sarebbe una terza che tuttavia non sarebbe nemmeno da citare: l’umanità). Invece, il mix strumentale di razzismo e xenofobia resta la forma mentis fondante del (non) agire politico, così come la pericolosità del mare (o del clima, su altre rotte continentali) resta il principale “metodo di gestione” dei flussi migratori: in pratica, più ne crepano e meno se ne hanno da gestire nei vari centri di accoglienza e da regolarizzare. Amen. Tutto il resto – la bieca “differenza” tra rifugiati politici e migranti economici, i corridoi umanitari sempre annunciati e mai realizzati, l’aiutarli a casa loro mai messo in atto, la persecuzione delle ONG che con i loro salvataggi evidenziano il menefreghismo delle istituzioni, eccetera – sono solo chiacchiere e meschinità.

Senza dare una sola occhiata

[Una veduta lacustre del centro di Bellagio. Immagine tratta da qui.]

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)

La “casa nel bosco” di Guido Airoldi

Riguardo una delle sue più recenti opere, La casa nel bosco. Inverno (collage e carta da manifesto su legno, la vedete qui sopra), Guido Airoldi mi scrive che nel crearla ha pensato anche alle cose che a volte scrivo e osservo, qui, in merito ai boschi e alla nostra relazione possibile con il mondo silvestre.

Non so quanto possa veramente meritarmi la considerazione di Guido, artista di rara raffinatezza e profondità espressive, ed è inutile rimarcare che trovo la sua attenzione un dono assolutamente prezioso. Anche per l’opera protagonista di queste considerazioni: sorprendente e affascinante nella sua semplicità solo apparente, frutto di un minimalismo metafisico che invero racconta tantissime cose, sia materiali che immateriali e che elabora un’idea di connessione profonda, di relazione che va oltre l’evidenza e può diventare simbolica.

Glielo denoto e Guido mi risponde che «L’immagine della casa nel bosco per me è ancestrale». È vero, lo è – fate caso a quante case nel bosco si trovano nelle fiabe, sia come luoghi di protezione che come posti inquietanti – perché è ancestrale la relazione dell’uomo con il bosco: civiltà con natura, urbano e selvatico, conoscenza e mistero. La casa nel bosco può rappresentare il punto di unione tra queste antitesi ma anche la raffigurazione massima di una delle due tesi in contrapposizione all’altra. Siamo Sapiens supertecnologici e iperurbanizzati ma in fin dei conti alla base del nostro essere al mondo c’è ancora quella relazione primordiale con la Natura; stiamo per andare a conquistare altri pianeti ma la “casa” nella quale viviamo è quella nel bosco, il segno antropico nel regno selvatico e, si spera, il più armonico possibile con esso.

La casa nel bosco. Inverno fa parte della serie “Heimat (nome azzeccatissimo, anche per ciò che ho appena scritto) rispetto ai cui altri lavori Guido mi rivela che «È una sorta di “passo di lato”, in questo periodo dove sento particolarmente il bisogno di allontanarmi dal mercato del mondo per stare ancor più a contatto con la natura. Sono sempre più spesso nel bosco: medito, faccio legna e mi imbatto in animali e in loro ossa. Mi sento un po’ profeta inascoltato e come diceva Giovannino Guareschi in Mondo piccolo, «quando il fiume travolge gli argini e i campi, bisogna salvare il seme». Ovvero la vita nella sua essenza più profonda e importante: un seme che ci scordiamo spesso di portare appresso fino a che, appunto, entriamo in un bosco, ritroviamo la relazione con quella dimensione naturale, ancestrale e atemporale quale autentica Heimat originale, lasciando al di fuori del perimetro silvestre – se ne siamo capaci – buona parte della nostra più pesante e travolgente quotidianità. A questo punto allora probabilmente sì, sentiremo di nuovo tra le mani, nel cuore e nell’animo la presenza benefica e vitale di quel seme e capiremo che noi siamo il terreno nel quale può germogliare, tanto più se protetti dal bosco e dalla primordiale salvaguardia che sa offrirci.

«É difficile fare cose semplici» ha scritto Guido sulla sua pagina Facebook nel pubblicare l’immagine dell’opera. Ci rifletto sopra e penso che, forse, la semplicità che noi pensiamo di vedere in realtà è il frutto dell’incapacità di osservare e comprendere la complessità del mondo che ci circonda. D’altro canto, penso anche che se la sappiamo rendere capacità, dote, attitudine, è l’unico modo attraverso il quale possiamo capire semplicemente le cose difficili e far infine germogliare i nostri semi.

Ringrazio di cuore Guido per avermi reso in qualche modo partecipe, nei modi che vi ho qui raccontato, del suo prezioso e importante lavoro artistico e dell’illuminante visione che ne ricava e materializza nelle sue opere per chiunque ne sappia e voglia beneficiare.