Olimpiadi veramente “olimpiche”

[Immagine tratta da offtopiclab.org.]

Milano-Cortina 2026 avrebbe dovuto essere la prima Olimpiade invernale realmente improntata alla sostenibilità. «Con l’eccezione della rinuncia alla costruzione di un nuovo impianto per il pattinaggio di velocità, tutte le altre opportunità per dare a Milano-Cortina 2026 almeno una parvenza di sostenibilità sono sfumate», denunciano Serena Arduino e Bianca Elzenbaumer, presidenti della CIPRA International. Ad esempio, la decisione di costruire una nuova pista da bob a Cortina è stata presa nonostante il CIO avesse assicurato alle ONG italiane che sarebbe stato predisposto un piano di utilizzo concreto e sostenibile. Questo piano non è ancora disponibile, mentre il costo della pista, inizialmente stimato in 60 milioni di euro, è attualmente arrivato a 80 milioni e potrebbe superare i 100 milioni di euro. L’alternativa decisamente più ragionevole ed economica, rappresentata dalla vicina pista di bob di Innsbruck-Igls/A, non è mai stata presa seriamente in considerazione. I progetti di costruzione previsti non rispettano né la Convenzione di Aahrus né la Convenzione delle Alpi e i suoi protocolli, il trattato internazionale vincolante che impegna gli Stati alpini alla protezione e allo sviluppo sostenibile delle Alpi.

[Da Milano-Cortina 2026: sostenibile solo sulla carta, di Michael Gams, pubblicato sul sito Cipra.org il 16/02/2023.]

Alla base di tutto ciò che si sta rilevando intorno alle opere per Milano-Cortina 2026, e in senso generale riguardo l’evento in sé non certo nel suo valore indiscutibile ma per come si manifesta (e per come quel valore viene snaturato), sta una domanda tanto importante quanto ormai inevitabile: hanno ancora senso le Olimpiadi invernali nei territori montani, se attuate in questo modo? Ovvero: che cosa sono diventati, oggi, i Giochi Olimpici? Sono ancora, quelli invernali, un «complesso di gare dedicate agli sport della neve e del ghiaccio» direttamente ispirate allo (e dallo) spirito olimpico, organizzate per far «che tengano conto in modo responsabile dei problemi dell’ambiente, incoraggiando il Movimento Olimpico a preoccuparsi di tali problemi, a recepire tali preoccupazioni in tutte le proprie attività ed a sensibilizzare tutte le persone ad esso collegate sull’importanza di uno sviluppo sostenibile» (Capitolo 1, articolo 2, comma 13 della Carta Olimpica del CIO – Comitato Internazionale Olimpico)? Oppure sono diventate tutt’altro e, con la prossima edizione di Milano e Cortina, qualcosa di sostanzialmente alieno come non mai alle montagne e alla loro realtà ambientale, socioeconomica e culturale?

Visto ciò che sta accadendo sulle montagne olimpiche italiane, è il caso di rispondere quanto prima a tali domande nel modo migliore possibile e, finalmente, pensare a organizzare un evento sportivo che sia veramente olimpico nel senso più alto, nobile e decoubertiniano del termine, declinato sotto ogni punto di vista. Ecco.

Il necessario ritorno al bosco

Ogni tanto ritorno al bosco per raccontargli quel che nel frattempo la mia penna ha radicato nel regno della carta. Semplicemente torno al bosco per leggere quel che ho composto grazie a questo vasto quanto irragionevole magistero; consegno silenzi e parole, insceno un oratorio privato di ricompensa e ritorno costante alla fonte della mia ispirazione – la natura, l’albero, le acque che ruscellano, il canto degli uccelli, il fruscio delle ali e delle code e tutta quella fantasia senza fine che può farmi compagnia in questo giro di ore che chiamiamo vita. Chiunque provi un autentico sentimento di trasporto verso i boschi e la natura e gli alberi sa che questi sono anzitutto trasformatori universali, proiettano quel che noi abbiamo bisogno di costruire oltre i nostri limiti, le nostre angosce, le nostre paure.

Così scrive Tiziano Fratus nel suo bellissimo Sutra degli Alberi (leggetelo, è uno dei libri più affascinanti usciti di recente; trovate la mia “recensione” qui) e mi trovo profondamente in sintonia con queste sue impressioni scritte. Anch’io ogni tanto – ma quanto più di frequente possibile – ritorno al bosco per gli stessi motivi, perché sono ben conscio che molto di quello che faccio nella mia quotidianità ha preso forma, materiale e immateriale – durante i miei vagabondaggi silvestri, nel corso dei quali ho trovato innumerevoli ispirazioni, molte probabilmente inconsce ma che so essere state comunque raccolte dai miei sensi e lasciate sedimentare nel mio animo, fino a che il loro valore divenuto chiaro le ha fatte e le fa tornare in superficie nella mente, mostrandomele proficue per tante cose: per scrivere, per riflettere, per vivere le cose ordinarie della giornata e quelle straordinarie, per provare a comprendere ciò che mi circonda, per provare benessere, equilibrio, armonia. In effetti camminare nel bosco è una pratica di illuminazione: rende più chiara la vita, non necessariamente la fa più bella ma, io credo, probabilmente la rende più nitida, più cristallina e dunque più tollerabile, facendone un cammino maggiormente equilibrato e armonico rispetto allo spazio e al tempo percorsi.

Poi a volte capita che quella “illuminazione”, prima da me descritta come un’ideale da praticare, diventa una realtà da vivere, fugace tanto quanto intensa, fantastica eppure tangibile (che con risultato largamente manchevole ho provato a fissare nell’immagine in testa al post, còlta nei boschi sui monti sopra casa nell’attimo in cui la luce del Sole prossimo al tramonto penetrava le foschie a volte dense che avvolgevano il luogo, un pomeriggio recente). È l’energia che scaturisce dal bosco quale «trasformatore universale», come scrive Fratus, ed è il bagliore generato dalla proiezione del nostro «bisogno di costruire oltre i limiti, le angosce e le paure» che umanamente abbiamo, che forse non sapremo superare ma le quali possiamo meglio definire, comprendere, accettare anche grazie al bosco e al mondo naturale, ovvero alla più armoniosa relazione che sapremo intessere con essi e con la loro tangibile fantasia.

Paesi splendidi e città merdose

[Veduta di Torre del Lago. Immagine tratta da www.artoftraveling.it.]

Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia… abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccherona d’estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d’inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi.

[Lettera ad Alfredo Caselli del luglio 1900, in Carteggi Pucciniani, a cura di Eugenio Gara, Ricordi, Milano, 1a ed.1958, lett. 233.]

[Milano a fine Ottocento. Immagine dal web.]

Città schifosa, sudicia, merdosa, putrida, caliginosa, infame, scureggialla, bifolca, bianca di grappa (almeno fosse di quella fina) con quel Duomo che pare un panforte di Siena ammuffito in cantina… con quei risotti che paiono cacca gialla di bimbi, con quelle cotolette che paiono guance di parroci rifiorite […] quel parlare poi! Pare un rutto dopo una sbornia da giovedì grasso.

[Da Giovanni Gavazzeni, Nel cuor s’annida Tosca, su “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.149, agosto 2022.]

Un insolito Giacomo Puccini, compositore operista tra i più grandi di tutti i tempi, nelle vesti di narratore intenso e originale del paesaggio: nella prima citazione, è quello di Torre del Lago, la frazione di Viareggio nella quale si trasferì nel 1891 dopo aver vissuto per qualche anno in Lombardia, tra Monza e Milano, città alla quale si riferisce la seconda citazione che rende palese il disamore (a dir poco) di Puccini per il capoluogo lombardo e, in generale, per i centri abitati troppo grandi e caotici, amando molto di più le zone rurali anche in forza della sua indole solitaria. Comunque, in entrambe le citazioni, dimostrando grande e sagace – se non mordace – sensibilità paesaggistica e una notevole capacità di tratteggiare in poche parole una visione nitida dei luoghi, dote propria (e rara) dei grandi scrittori di paesaggio e Natura.

Un presentimento d’amore

[Foto di Dino Reichmuth su Unsplash.]

Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.

[Dino Buzzati, Un Amore, Mondadori, 1a ed. 1963.]