La vita sempre più dura dei gestori dei comprensori sciistici

[La situazione a Bormio e in alta Valtellina nei momenti in cui ho scritto l’articolo qui sotto. Immagine tratta da qui.]

Slitta di una settimana, rispetto alla data preventivata, l’avvio della stagione invernale sia a Bormio che a Santa Caterina Valfurva. […] Fatta eccezione per Livigno, il resto del comprensorio dell’Alta Valle ha posticipato l’avvio di stagione causa le scarse precipitazioni e le condizioni meteo dei giorni scorsi. «Questa decisione – hanno sottolineato da Bormio SKI – non è stata presa a cuor leggero, ma è dettata dalle condizioni meteorologiche attuali e dalle previsioni meteo dei prossimi giorni. Le temperature non consentono di garantire un innevamento sufficiente per offrire un’esperienza soddisfacente e all’altezza dei nostri standard. Le mancate precipitazioni autunnali, il clima particolarmente mite non hanno permesso di innevare e preparare adeguatamente le piste da sci della ski area […].

Come testimoniato dai passaggi che avete letto qui sopra di questo articolo de “La Provincia-UnicaTV”, si fa ogni anno più dura la vita dei gestori dei comprensori sciistici alle prese con gli effetti della crisi climatica, che rendono l’industria dello sci precaria – quando già ora non più sostenibile e non tanto (o non solo) in senso ambientale quanto economico – proprio per la scomparsa delle condizioni necessarie al suo sostentamento. Se per certi versi è apprezzabile lo sforzo degli impiantisti atto alla sopravvivenza della propria attività, per altri versi sconcerta la mancanza manifesta della presa di coscienza riguardo la realtà attuale e futuro prossima. Una cosa che viene ben dimostrata dal recente rapporto commissionato dall’Anef – l’associazione degli impiantisti italiani – sull’impatto socio-economico dello sci: non una parola viene spesa sulla situazione climatica in corso, sulla sua evoluzione futura e circa le conseguenze che avrà sull’industria sciistica. Un rapporto tanto ricco di dati interessanti quanto del tutto inutili perché già privi di alcun valore concreto, in pratica.

Intanto il clima continua a cambiare, di neve sotto i 2000 metri ne cade sempre meno venendo sostituita da quella “tecnica” che costa sempre di più ma che viene frequentemente fusa dalle temperature in aumento, la durata delle stagioni sciistiche diminuisce, i prezzi degli skipass lievitano, la gente di conseguenza scia sempre di meno preferendo fare altro in montagna, dalle passeggiate al wellness all’enogastronomia. Lo sci in buona parte delle località ove si pratica ha il destino segnato, e se non è pensabile fermare tutto di colpo, è inammissibile che ancora così poco si pensi alla conversione turistica verso attività ben più consone ai luoghi, ai tempi e alla realtà, e ciò solo nel tentativo di difendere interessi ormai indifendibili. Perché è ovvio che i gestori dello sci la conoscono bene, la situazione in corso, ma preferiscono voltarsi dall’altra parte e provare a far finta di nulla: è come se stessero sui binari guardando dalla parte opposta a quella dalla quale sta arrivando il treno.

Finirà, forse, che arriveranno le montagne, le comunità che le abitano e chi le frequenta consapevolmente a cambiare le cose ben prima che la politica, gli impiantisti e i soggetti che gestiscono il turismo. Sta già accadendo, in effetti, ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, dice il noto proverbio.

Una serata bella, potente, importante, giovedì scorso a Clusone

Immaginavo che l’incontro pubblico di ieri sera a Clusone, in alta Valle Seriana (Bergamo), significativamente intitolato “Quale montagna vuoi?”, poteva risultare parecchio importante e mi auguravo fosse partecipato, ma di sicuro non pensavo così tanto, con la sala piena come un uovo – l’immagine lì sopra è eloquente – di persone attente per tutte le tre ore abbondanti della serata (ma avremmo potuto andare avanti tutta la notte) e nessuno che se ne sia andato prima, numerosi interventi appassionati che, ciascuno a proprio modo, hanno raccontato la quotidianità del territorio in questione, le sue peculiarità, le criticità, le necessità, un dibattito fremente, a tratti rude in forza di certe idee e visioni diverse se non opposte (ma è bene che lo sia stato), innumerevoli stimoli sui quali poter costruire altrettante dissertazioni, le espressioni facciali di molti quanto mai indicative degli stati d’animo e della soddisfazione di essere parte del momento…

Insomma, è stata una serata veramente bellissima, per la quale bisogna essere grati a chiunque vi abbia partecipato, dal primo degli organizzatori all’ultimo del pubblico. Qualcuno è arrivato a dirmi che raramente prima di ieri sera in valle si è visto un incontro talmente importante, profondo e vibrante, i cui echi si riverbereranno a lungo tra le montagne seriane e forse anche oltre. Ciò mi rende ancora più felice di avervi partecipato e aver offerto il mio contributo (dal titolo altrettanto significativo, come vedete sulla locandina e intuite da alcune delle slide che vedete lì sotto che hanno accompagnato le mie parole) al dibattito insieme a quello degli altri prestigiosi relatori, e ancor più di aver potuto imparare molto dagli abitanti dell’alta Valle Seriana, nello starci insieme per quelle tre ore e relazionarmi con essi, più o meno direttamente.

Ecco, trovo che la cosa più preziosa che la partecipazione a tali incontri mi dona sia proprio questa: il dialogo con le persone del luogo, l’ascolto delle cose che hanno da dire sul loro territorio, sulle montagne, sulla realtà che le caratterizza e riguardo la relazione che essi elaborano e sviluppano abitandole. È il racconto dell’anima del luogo fatto da parte di chi lo vive entro il quale si sente la voce del Genius Loci, a volte indistinta, altre volte chiara e forte. Ed è ciò che salvaguarda e alimenta come nessun altra cosa il senso di comunità e la rete di relazioni che la vivifica, una condizione sociale, civica, politica, culturale e antropologica che risulta imprescindibile nelle e per le terre alte.

Le comunità di montagna, che da troppo tempo sono state private della partecipazione ai processi decisionali imposti ai loro territori, quasi sempre stabiliti lontano da essi e a volte da soggetti che poco o nulla sanno e capiscono di cosa significhi vivere in montagna e vivere la montagna, devono poter recuperare non solo tale partecipazione e la relativa interlocuzione con i soggetti decisori – il che significa che devono tornare a essere il vero e solo centro di qualsiasi azione politico-amministrativa che li coinvolge e interessa il territorio; tuttavia, ancor più che poter dire cose su come vogliono che siano le loro montagne (siamo in democrazia, dovrebbe essere una cosa lapalissiana), credo che abbiano bisogno di essere veramente ascoltate. Ascoltate, sì, anche perché, senza l’ascolto dire cose, segnalare bisogni, rivendicare diritti o manifestare responsabilità non serve a nulla.

La mancanza di rappresentatività politica nei territori montani, che si riscontra ovunque e dappertutto viene lamentata dai montanari, è soprattutto questo: non ricevere l’ascolto doveroso e meritato, che comporta poi la concreta assenza di interlocuzione tra istituzioni pubbliche, politiche e amministrative, e comunità civile. Gli abitanti delle montagne vogliono poter dire la loro ma è necessario che qualcuno li ascolti, devono reclamare tale diritto e rivendicane il dovere agli interlocutori istituzionali. Altrimenti il tutto si trasforma in un mero assoggettamento politico di stampo biecamente populista che nulla ha a che vedere con la democrazia: una condizione che, se si manifesta in un ambito già di suo delicato e ricco di criticità come quello delle montagne, facilmente decreta il degrado e poi la fine della comunità che le abita e vive, la quale diventerà composta da meri possessori di un certificato di residenza e stop. Vivere la montagna significherà solo questo: diventare non montanari, per dirla alla Sergio Reolon. E non serve rimarcare che sarebbe un disastro per chiunque, non soltanto per le montagne.

Mi auguro dunque che quello di ieri sera a Clusone sia stato il primo di una lunga serie di incontri simili e di ulteriori occasioni per mettere in pratica e manifestare quanto ho appena scritto, costantemente sviluppato intorno al territorio locale e alla comunità residente. E che magari da ciò si possa ricavarne una sorta di “format” applicabile anche in quegli ambiti montani che ancora non ne godono come dovrebbero e avrebbero bisogno. Rappresenterebbe veramente una gran cosa, che per quanto mi riguarda farò di tutto – per quel poco o nulla che potrò fare – per sostenerla e svilupparla.

Grazie ancora di cuore a tutti quelli che sono intervenuti ieri sera, a Clusone, e a chiunque abbia contribuito a rendere l’incontro così e prezioso e significativo.

(L’immagine in testa al post è di Davide Sapienza, la cui prestigiosa presenza tra il pubblico ha impreziosito la serata.)

Quale montagna volete e vogliamo? Ne parliamo questa sera a Clusone, in Valle Seriana

Quale montagna volete per voi stessi che la abitate e la frequentate?

Quale futuro volete e vorreste per le vostre montagne, e per i vostri figli e nipoti?

Quando osservate le vostre montagne, cosa pensate di esse? Cosa pensate che siano per voi? E come vi sentite nel mentre che le osservate?

Quali diritti, quali doveri, quali responsabilità percepite nei confronti del territorio montane che abitate e vi accoglie?

Cosa volete essere voi, da qui al futuro, per le vostre montagne se vorrete continuare a viverle, abitarle e frequentarle?

Cosa vorreste che pensasse e ricordasse chi viene e verrà in futuro a visitare le vostre montagne?

Per formulare risposte adeguate bisogna sempre porsi prima delle buone domande.
A volte sembra che chi «faccia cose» in montagna si dia le risposte senza prima porsi nemmeno una domanda. In questo modo le presunte «risposte» non avranno alcun valore effettivo e di contro genereranno inevitabilmente conseguenze deleterie, a volte irreparabili.

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Ne parliamo questa sera a Clusone (Bergamo), con un focus sul territorio montano dell’alta Valle Seriana, ma sono discorsi, temi, domande, e relative risposte, che valgono per tutte le nostre montagne. Se siete della zona o nei paraggi, è importante che possiate partecipare e, se volete, dire la vostra. O dare le vostre risposte a quelle domande.

Per saperne di più cliccate sulla locandina lì sopra.

Livigno no limits! In volo verso le stelle (o in caduta verso le stalle?)

L’ho denotato già altre volte che Livigno è una delle località turistiche più emblematiche delle Alpi italiane e non solo in forza del suo status di territorio extra-doganale ma, in generale, per il modello di business turistico che ha deciso di perseguire in modi francamente ambigui: da un lato ambendo a diventare sempre più una località di lusso, dall’altra inseguendo la massificazione turistica più esasperata. Per tali motivi di Livigno scrivo spesso, qui sul blog.

Così, mentre in tutti gli stati alpini si fa sempre più frequente e strutturato il dibattito sull’overtourism nei territori montani e sulla necessità di porre dei limiti, di quantità e non solo, alla frequentazione turistica, a Livigno non solo si vantano dei record di transiti automobilistici lungo le strade che portano alla località (senza proferire una parola sull’inquinamento, il rumore, il caos e i vari altri impatti sul paesaggio che quel traffico comporta) ma rilanciano pure. Infatti è notizia recente che il Comune di Livigno permetterà ad alberghi e hotel della località di espandersi aumentando la metratura fino al 30% per le strutture a tre stelle e fino al 40% per quella a quattro stelle. «Non tanto per incrementare i posti letto, quanto gli spazi a disposizione», sostiene il Comune: un’affermazione poco credibile, dacché presupporrebbe che le strutture attuali non offrano spazi adeguati ai loro ospiti e ovviamente non è così. Ergo, l’aumento dei posti letti conseguenti alla concessione del comune è cosa pressoché certa, con tutto ciò che ne consegue: di positivo, forse, per il commercio, di negativo per tutto il resto e innanzi tutto per il territorio e il paesaggio livignaschi.

Ma non finisce qui: un’altra recente notizia riferisce che a Livigno verrà pure costruito il più grande bacino idrico d’Europa per l’innevamento artificiale delle piste da sci, a ben 2600 m di quota. Un bacino che, ovviamente, è «sostenibile» (tenete sempre presente che per certi soggetti politici e imprenditoriali che gestiscono il turismo sulle nostre montagne, per far sì che qualsiasi opera sia “sostenibile”, anche la più palesemente devastante, basta dire che è “sostenibile”): «Si tratta di un’opera maestosa, tra le più grandi d’Europa che dimostra tutta la sua sostenibilità visto il riutilizzo dei terreni da scavo per la sistemazione delle piste». A parte che non si capisce bene come per i motivi addotti l’opera sia “sostenibile”… ma un tempo Livigno non era chiamato “il piccolo Tibet” perché faceva freddo e nevicava un sacco? Dunque anche a Livigno lo sci ha gli anni contati – in effetti il nuovo bacino è un’ammissione indiretta di ciò – in quanto se nevicherà sempre meno sarà anche perché farà sempre più caldo? O è solo un modo per riprodurre in quota ciò che accade nel fondovalle, laggiù il consumismo commerciale delle merci e in alto il consumo e la mercificazione delle montagne?

[Immagine tratta da laprovinciaunicatv.it.]
Insomma: Livigno appare per molti versi in controtendenza rispetto a ciò che accade in molte altre località delle Alpi. Tuttavia non sembra affatto una controtendenza positiva e virtuosa, tutt’altro (leggete qui), per la quale viene da chiedersi: ma Livigno sta costruendo per sé stessa il migliore e più proficuo futuro possibile, oppure si illude di ciò e in realtà si sta scavando la fossa – a forma di bacino artificiale! – sotto i piedi?

Per gli svizzeri costruire nuove strade non risolve il problema del traffico. E per gli italiani?

[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.

In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.

Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.

Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.

P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.