Le montagne italiane si spopolano sempre più: ma in concreto si fa qualcosa affinché ciò non avvenga?

(Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

L’analista economico Lorenzo Ruffino sulla sua pagina X (ex Twitter) ha pubblicato una mappa che rende evidente il saldo naturale della popolazione italiana nel 2022 (ultimo anno con i dati completi disponibili su base ISTAT). Come scrive Ruffino, «Il saldo naturale è di -322 mila persone. Tutte le province hanno avuto un salto naturale negativo. Bolzano è l’unica vicino all’equilibrio.»

Ora, provate a confrontare la mappa di Ruffino nelle sue colorazioni più scure, quelle che indicano il saldo di natalità peggiore, con una carta fisica dell’Italia: noterete che le zone con il saldo naturale più negativo combaciano ampiamente con quelle montane e rurali.

Ecco: da ormai molti anni sentiamo dire che gli interventi finanziari istituzionali a favore dei territori montani sono elargiti con lo scopo principale di frenare lo spopolamento delle montagne. Tuttavia, se si va a verificare come quei fondi pubblici vengono spesi, si evince che solo una piccola parte va a favore delle comunità residenti, dei loro bisogni primari, dei servizi di base, delle necessità funzionali al sostegno della quotidianità, mentre la fetta maggiore viene spesa nel comparto turistico, ritenuto (per non dire imposto come) l’unica economia che possa sostenere i territori montani. Cosa che la realtà dei fatti indica come falsa, evidentemente.

Per approfondire il tema, anche attraverso altre evidenze al riguardo, potete leggere l’articolo completo su “L’AltraMontagna” cliccando qui.

La montagna che cura

Uno dei motti ancora oggi piuttosto citato nel parlare di montagne e di vita in alta quota è «la montagna è una scuola di vita»: nella sua apparente retorica novecentesca racconta una innegabile verità, coniugabile in mille modi ma del tutto effettiva: le terre alte possono insegnare molte cose anche all’uomo contemporaneo, innanzi tutto nella relazione con il loro ambiente naturale, e spesso sono insegnamenti di valore profondamente pragmatico applicabile in ogni altra circostanza proprio perché scaturenti da una dimensione nella quale ancora l’uomo non può permettersi di fare ciò che vuole (dove ciò accade ne vengono solo danni, inutile rimarcarlo) ma deve necessariamente sviluppare la più compiuta consapevolezza della sua presenza tra i monti e degli effetti che si generano.

Per gli stessi motivi è ormai assodato che la montagna può insegnare tanto a vivere quanto a risolvere, o almeno mitigare, le situazioni problematiche che una persona può dover affrontare nel corso della propria vita. È la cosiddetta montagnaterapia, alla cui scoperta invita La montagna che cura, il podcast di Luca Calzolari e Roberto Mantovani – entrambi grandi conoscitori e fini narratori delle montagne – da qualche settimana disponibile su “Rai Play Sound”. Grazie a ventiquattro giornate di registrazioni lungo i sentieri delle Alpi e degli Appennini e una decina di incontri per preparare le uscite sul terreno, epitome di un fitto intreccio di colloqui con operatori, medici, volontari, con persone affette da dipendenze patologiche, problemi di salute e disagio psichico, La montagna che cura ci porta a conoscere le esperienze italiane di montagnaterapia e racconta gli effetti delle cure basate sul potere trasformativo della montagna.

Il coro di voci raccolto dal registratore lascia intravedere il metodo seguito dagli autori, che hanno cercato di integrarsi il più possibile con le attività di montagnaterapia e con i vari soggetti che le sviluppano un po’ ovunque sulle montagne italiane. Sarebbe però un errore pensare che la montagnaterapia si esaurisca con qualche camminata in alta quota: si è invece di fronte a una pratica terapeutica complessa, che necessita di un approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e socio-educativo. Una pratica studiata per essere svolta, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente naturale e culturale della montagna, attingendo anche alle potenzialità racchiuse nel cuore più selvatico delle alte terre, capace di dialogare con la parte più profonda di tutti noi.

La montagna che insegna e parimenti che cura, dunque. Forse anche perché le due cose non sono così dissimili e, anzi, rappresentano i due aspetti complementari che determinano la bontà e il valore della nostra relazione con le montagne, il saper essere parte della loro dimensione elevata così da viverle nel modo più benefico possibile diventando noi stessi parte della emblematica vitalità del paesaggio montano.

Per ascoltare le puntate del podcast, cliccate sull’immagine in testa al post.

La vera scuola (ora che sta per ricominciare)

Nell’opera di portata capitale dell’educazione dei fanciulli, la montagna ha da svolgere il ruolo più importante. La vera scuola deve essere la natura libera, con i suoi bei paesaggi da contemplare, le sue leggi da studiare dal vivo, ma anche gli ostacoli da superare. Non è nelle anguste aule con le inferriate alle finestre che si formeranno uomini coraggiosi e puri. Diamo loro piuttosto la gioia di bagnarsi nei torrenti e nei laghi di montagna, portiamoli a passeggio sui ghiacciai e sui campi di neve, conduciamoli alla scalata delle grandi vette. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnar loro, non solo si ricorderanno tutto ciò che avranno imparato nei giorni felici in cui la voce del professore si confondeva, per loro, in un’unica impressione con la vista di paesaggi affascinanti e grandi, ma si saranno inoltre trovati in faccia al pericolo e lo avranno gioiosamente sfidato. Lo studio sarà per loro un piacere e il loro carattere si formerà nella gioia.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.157-158; 1a ed.1880.)

Già, la montagna può ben essere – lo si usa dire, d’altro canto – “una scuola di vita”: come lo è stata in passato lo può essere oggi e, per molti aspetti, nel futuro. Ma se a qualcuno tale affermazione potrebbe sembrare “retorica” (non di rado per colpa di come la si utilizza), Reclus rimarca da par suo che la montagna è una scuola, punto. Sic et simpliciter.
Poi lo è di vita ovvero per la vita, per il carattere e per lo spirito, per la volontà, per l’intraprendenza e per chiunque e in ogni sua età, nel ragazzino certamente ma, perché no, anche nell’adulto, che tra i monti troverà sempre qualcosa di importante e significativo da imparare.

La storia dell’uomo nel culto dei monti

All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.131; 1a ed.1880.)

A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).

Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.

Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.

Vivere nella verticalità dello spazio

[Prato Leventina, nell’omonima valle ticinese. Foto di Alazar Ferrazzini da Unsplash.]

«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»

[Giorgio Orelli, Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.98-99.]

Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.