La geografia ci salverà

[Foto di piviso da Pixabay ]
Stavo chiacchierando telefonicamente, oggi, con un amico cartografo con il quale collaboro in vari progetti di quell’ambito, e il parlare con lui di cose varie al riguardo mi ha fatto riflettere su una cosa – un’altra cosa che può scaturire, forse, da questo periodo così strano e difficile. Una cosa magari paradossale eppure indispensabile, anche perché proprio ora così evidente.

Viviamo giorni, appunto, nei quali siamo costretti, salvo rari casi, a restare al chiuso delle nostre case, in spazi domestici più o meno ampi ma certamente che nulla sono rispetto al territorio che abbiamo intorno, sia esso urbano o naturale. In pratica, siamo in un momento di – se così posso definirlo – negazione quotidiana della geografia personale: la nostra “mappa temporanea” è fatta di qualche decina di metri quadri o poco più, priva di coordinate che non siano quelle funzionali all’ambito domestico e di riferimenti che ci possano risultare necessari per renderci consapevoli di dove siamo e dove andiamo. Non ci serve saperlo, in fondo, conosciamo bene la nostra casa e i suoi spazi, sappiamo dove dobbiamo andare per muoverci in essa e in che punto della casa stiamo in ogni momento, senza bisogno di mappe, bussole o che altro. E tuttavia, ribadisco, così siamo in una condizione non geografica, in uno stato di “assenza referenziale”: un po’ come se fossimo ritornati alla notte dei tempi, quando i nostri antenati vivevano nelle caverne e non si muovevano da questi loro ripari che per brevi tratti e in forza di mere necessità sopravvivenziali, unico interesse concreto per farlo.

Ma l’uomo primitivo ha potuto diventare Sapiens anche nel momento in cui ha deciso di vincere i propri timori ancestrali e rispondere alle domande sempre più pressanti dell’intelletto in formazione, decidendo di allontanarsi dalla propria “tana” e conoscere spazi sempre più ampi del mondo che aveva intorno. Ciò non solo per poter acquisire maggiori risorse vitali ma, in forza della matrice intellettuale di tale atto “rivoluzionario”, per conoscere il mondo attorno a sé, per riconoscerne forme, elementi, territori, ambienti, “paesaggi” e dunque per saperli identificare e per identificarsi in essi. È stato un processo culturale fondamentale, questo, che per molti aspetti ha contribuito a sancire la superiorità della razza umana rispetto alle altre sul pianeta, permettendo all’uomo di annettere culturalmente lo spazio che aveva intorno e quindi di adattarlo alle proprie esigenze evolutive, in senso materiale ma pure, in senso immateriale, di acquisire la coscienza costante, crescente e razionale della propria presenza nel mondo, con la conseguente certezza di saper sempre bene in quale direzione andare – non soltanto metaforicamente. In un certo senso questo processo rappresenta la “nascita” della geografia o, direi meglio, della consapevole percezione geografica del mondo nonché, di rimando, dell’uomo nel mondo. Una percezione fondamentale, se vogliamo continuare ad affermare noi stessi nello spazio in cui viviamo, abitiamo, viaggiamo, lavoriamo, ci muoviamo per qualsiasi motivo, e per non ritornare a quello stato cavernicolo dei primordi della civiltà umana che tuttavia, come ho detto, per certi versi siamo costretti a subire e vivere per colpa dell’emergenza in corso ma che alcuni già manifestavano prima, da tempo, proprio per la mancanza di consapevolezza o per indifferenza geografica, nelle forme di dissonanze cognitive, stati di alienazione, spaesamenti, confusione identitaria, eccetera.

Ecco: ora che siamo rinchiusi nelle nostre case e comunque impossibilitati a muoverci se non su distanze minime e necessarie, e nel mentre che da qualche anno le discipline geografiche sono state sempre più ritenute secondarie e trascurabili, non solo nell’ambito scolastico, potrebbe invece essere il momento buono per riscoprire, riconsiderare, ridare valore e comprendere nuovamente la fondamentale, indispensabile, imprescindibile conoscenza della geografia. Anche nel modo più elementare e didascalico, inizialmente, ma comunque importante a metterci nel posto giusto al mondo e darci coscienza costante di dove siamo e cosa abbiamo intorno. Questo maledetto coronavirus ci fa sentire “smarriti” di fronte all’ignoto che così paurosamente rappresenta: be’, è un po’ ciò che accade al viandante che smarrisce la strada e la propria posizione geografica e non ha a disposizione mappe, strumenti e soprattutto quelle nozioni grazie alle quali saprebbe ritrovare la giusta via o quanto meno capire dove si trova con accettabile approssimazione, sapendo così pure la direzione da riprendere per continuare il viaggio. Senza contare che, banalmente ma nemmeno tanto, poi, una certa sensibilità verso la geografia e le sue cose consentirebbe di sentirci molto meno “in gabbia”, chiusi in casa come siamo, e di poter viaggiare con la mente e il pensiero – che d’altro canto è l’espressione di più totale libertà che noi umani avremmo a disposizione – verso qualsiasi territorio, luogo, spazio, tempo, e verso le conoscenze che da ciò potrebbero venire. Con il privilegio, ribadisco ancora, di sapere sempre dove siamo e cosa abbiamo intorno, cioè di identificare il mondo e identificarci nel mondo (è un’affermazione di unicità individuale in effetti, no?), di marcare il nostro posto in esso – e solo nostro, appunto, – con la massima consapevolezza del caso. Il che, a mio modo di vedere, è d’altro canto una delle conquiste intellettuali e culturali più grandi che da sempre l’Homo Sapiens può conseguire.

Insomma, credo proprio sia un buon momento per fare tutto ciò, questo. O vogliamo ritornare allo stato di uomini di Neanderthal e restare acquattati nelle nostre caverne, seppur oggi dotate di banda larga, smart TV e aria condizionata? Non credo che sia il caso, visti i già tanti problemi che il genere umano sa cagionarsi di suo. Ecco.

Italia e Mediterraneo, identità e metissage

Vi voglio proporre una riflessione su un tema costantemente caldo, oggi, e altrettanto “tirato per la giacca” da più parti anche in modi fin troppo rozzi: quello dell’identità.

Riflessione che comincio con una (se così posso definirla) “provocazione” (che tuttavia per me tale non è): e se per varie ragioni, ma in primis storico-geografiche, l’Italia fosse una terra naturalmente destinata al metissage etnico e ancor più culturale, e solo da tale condizione storicizzata di acculturamento e trasformazione derivasse (potesse derivare) una autentica e peculiare forma di identità? Non solo, un’identità più forte e intensa proprio in forza della propria poliedricità culturale (ciò che in fondo evidenzia la sociologia sul tema dell’identità contemporanea in costante trasformazione, Zygmunt Bauman docet) rispetto ad altre unicamente basate su caratteri nazionali e limitate a questi, dunque inevitabilmente destinate ad avvilupparsi su se stesse e involvere?
Ciò, intendo dire, rispetto ad altre condizioni storico-geografiche territoriali, giuridicamente definite, più “naturalmente” portate a forme di sovranità nazionale non opposte alla prima ma, semplicemente, basate su altri fattori contingenti e non necessariamente di matrice isolazionista (anche se sovente si manifestano in questo modo).

Insomma, in parole povere: è molto più “normale” e logico che sia l’Italia, per la sua posizione geografica da un lato protesa nel bacino del Mar Mediterraneo e dall’altro a contatto con la realtà mitteleuropea, a essere interessata dai movimenti di genti e culture di varia origine – traendone notevoli vantaggi, peraltro – piuttosto della Finlandia! Ma se questo paese – lo uso ancora come esempio – può ricavare una propria identità culturale peculiare proprio dalla sua posizione geografica, dalla condizione storica e da una specifica omogeneità etnica e culturale della parte di mondo nella quale si trova inserita, lo stesso processo culturale di definizione identitaria può avvenire in Italia per ragione opposte e ugualmente contestuali alla parte di mondo in cui è inserita.

I Romani l’avevano capita perfettamente, questa realtà geostorica, al punto da inglobare l’intero bacino mediterraneo nel proprio impero creando il concetto di Mare nostrum e facendo di questo territorio l’anima sociale, culturale, economica nonché identitaria della propria potenza – non a caso l’unico vero “periodo identitario” ascrivibile al territorio italico (posti gli ovvi distinguo storici). Un concetto che poi sarà funzionalmente travisato e totalmente distorto dal colonialismo fascista, anche in funzione pseudo-identitaria, altrettanto non casualmente generando danni sociali, culturali ed economici tremendi all’Italia in quanto paese mediterraneo.

Più tardi lo avrebbe capito anche Élisée Reclus, geografo geniale e premonitore, tra i padri fondatori della geografia umana (quello che oggi si chiama antropogeografia) che un secolo e mezzo fa scriveva: «Il mondo è caratterizzato dal movimento e dalle relazioni: rapporti dinamici fra gli uomini e gli ambienti fisici, ma anche mobilità degli uomini sulla superficie della Terra, che tende a portarli dall’interno verso i litorali e a circolare all’interno dei bacini, marini o fluviali, con per risultato un métissage umano che rende vani i dibattiti sull’esistenza di differenti razze umane, e stimola al contrario una riflessione alla scala dell’umanità, intesa nel suo insieme.» Anch’egli, Reclus, pressoché inascoltato se non osteggiato dagli ambienti scientifici fino a poco tempo fa, e pressoché sconosciuto al di fuori. Non a caso, di nuovo.

Per concludere: da tempo credo e sostengo che le dinamiche demografiche, nello specifico quelle relative ai fenomeni migratori, debbano essere comprese e gestite dalla sociologia e dall’antropologia ben prima che dalla geopolitica dacché, ben prima che rappresentare fenomeni strumentalizzabili ideologicamente e politicamente, essi sono dinamiche contestuali allo spazio e al tempo, ovvero ai territori geografici e alla storia contemporanea, che per poter essere adeguatamente gestite (qualsiasi cosa ciò significhi, non è questo il punto) devono essere comprese nella loro relazione con quello spazio e quel tempo. Altrimenti, se tutto ciò non sarà compreso ovvero sarà funzionalmente ignorato, ci si troverà inesorabilmente a fare i conti con la storia – e non saranno conti “facili”, per nulla, né per la politica né per le società civili. Perché come ben scrisse Albert Camus, «Ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino Mediterraneo, nello scontro di concezioni che ne è risultato il Mediterraneo è sempre rimasto intatto, la regione ha vinto qualsiasi dottrina.»