Geografia e migrazioni

[Immagine tratta da www.agenzianova.com, cliccateci sopra per la fonte originaria.]
Personalmente è da anni (almeno da qui) che vado sostenendo che la questione dell’immigrazione non può e non potrà essere risolta e tanto meno gestita al meglio finché non verrà compresa sul suo piano fondamentale che è quello antropologico, il quale ne sottintende altri – quello storico, quello geografico, sociologico, ambientale eccetera – ma che, appunto, appare come l’ineluttabile contesto entro il quale bisogna analizzare e comprendere la questione.

Ma io non sono nessuno e dunque le mie opinioni valgono per quel che (non) valgono, dunque mi fa molto piacere constatare che un ente scientifico prestigioso come GEA, l’Associazione dei Geografi del Ticino, membro della Associazione Svizzera di Geografia, ha dedicato un numero (il 42 di settembre 2020) della propria rivista “GEA paesaggi territori geografie” alla suddetta questione, con alcuni illuminanti saggi che ne dissertano con quel taglio antropologico suddetto, saldamente ancorato alla dimensione spaziale che la geografia studia e determina. Credo sia una delle poche pubblicazioni, almeno tra quelle reperibili sul web, che affrontino la questione in tal modo, per cui la sua importanza è veramente notevole.

In uno dei saggi della rivista nel quale si occupa della cosiddetta “rotta balcanica”, Valerio Raffaele – geografo, membro dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia – segnala proprio l’inadeguatezza dell’approccio alla questione finora utilizzato dalle istituzioni nazionali e europee la quale a cascata influenza (in un rapporto di causa/effetti viziosamente circolare) le azioni intraprese dalla politica al riguardo:

L’impellente necessità di trovare un reale coordinamento delle politiche migratorie, fondamentale per il futuro stesso dell’Unione Europea, è anche una questione geopolitica. Gli eventi dei primi mesi del 2020, con la minaccia turca di aprire i confini ai migranti nell’area di Edirne, ne sono una chiara dimostrazione. Mettere il proprio futuro nelle mani di un vicino di casa poco affidabile quale è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per non parlare dell’opportunità o meno di pagare fior di soldi uno Stato dalla marcata deriva autoritaria, costituisce certamente un elemento di estrema debolezza. In una “fortezza Europa” dove i venti sovranisti soffiano forte, emergono tutti i limiti degli Stati-nazione nell’affrontare le nuove migrazioni globali che, per loro natura, richiamano una serie complessa di legami spaziali transnazionali. La questione riguarda anche i diritti umani. Sono ben poche le lapidi con un nome nel cimitero musulmano di Sidirò. Una delle poche porta il nome di Mustafà Rahuan, siriano di Aleppo. I muri voluti dall’Europa uccidono anche chi scappa dalla guerra.

Peraltro è bene rimarcare che in queste settimane l’attenzione del mondo e dei media si è inevitabilmente puntata sul conflitto russo-ucraino ma nel frattempo i flussi migratori Sud-Nord, cioè sostanzialmente quelli con direttrice Africa/Asia Centrale-Europa, continuano e anzi aumentano, come si può evincere dalle statistiche diramate al riguardo dal Ministero dell’Interno italiano ovvero dalle cronache drammatiche che comunque i media forniscono, se le si cercano, come questa. Senza contare che la stessa situazione ucraina acuisce la gravità della situazione, con l’esodo di massa degli ucraini al quale si unisce quello meno ingente ma comunque significativo dei non ucraini, sovente migranti, che vivevano nel paese allo scoppio della guerra.

Insomma: mi auguro vogliate cogliere il mio invito alla lettura della rivista di GEA (lo potete fare qui), sono certo ne potrete trarre delle opinioni assolutamente interessanti e, ribadisco, importanti.

Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.

Il ritrovamento dell’Endurance

A volte accade che un frammento di leggenda, cioè di qualcosa che per diversi motivi appare extra-ordinario al punto da essere stato ormai mitizzato e per questo considerato popolarmente come un elemento “leggendario”, riappaia improvvisamente nella realtà come se spuntasse da una sorta di squarcio dimensionale – e in effetti per certi versi è proprio ciò che accade, in questi casi.

Il più recente, di tali casi, è senza dubbio il ritrovamento di Endurance, una delle più celebri e importanti navi della storia – delle esplorazioni e non solo – per molti motivi, storici e simbolici, legati alla vicenda del leggendario (appunto!) esploratore britannico Ernest Shackleton, il quale nel 1914 partì con l’Endurance per tentare la traversata a piedi dell’Antartide (per i tempi un qualcosa di paragonabile a un’impresa spaziale contemporanea) ma fallì proprio per il naufragio della nave il 21 novembre 1915 tuttavia riuscendo a portare l’equipaggio in salvo nonostante le tremende circostanze in cui la missione si ritrovò.

L’aura di leggenda intorno a Shackleton e all’Endurance è tale che la stessa missione di ritrovamento della nave ha assunto risvolti assimilabili, al punto che il capo della missione, il geografo John Shears, ha detto a BBC: «Abbiamo portato a termine la più complicata ricerca di un relitto al mondo, lottando costantemente contro iceberg, tempeste e temperature fino a -18 °C. Abbiamo fatto qualcosa che molte persone ritenevano impossibile».

Dulcis in fundo, la nave di Shackleton è stata ritrovata proprio nel centenario della morte del grande esploratore britannico, scomparso per un infarto a soli 47 anni nel gennaio 1922 a Grytviken, nella Georgia del Sud, mentre si stava apprestando a una nuova spedizione esplorativa antartica.

Insomma: una notizia capace di suscitare forti emozioni e notevoli suggestioni, e che mi permette di segnalare un bellissimo libro di una grande scrittrice che ho la fortuna di conoscere, Mirella Tenderini, appena ripubblicato da Alpine Studio: La lunga notte di Shackleton, nel quale l’autrice racconta «il più celebre salvataggio di tutti i tempi», come venne definito, e delinea la figura di Shackleton non solo come celeberrimo esploratore ma anche come uomo di grandi princìpi e notevolissime doti, riconosciute da tutti. Infatti, come disse un altro famoso esploratore britannico, Apsley Cherry-Garrard in una frase divenuta famosa: «Per organizzare un lavoro congiunto di tipo scientifico e geografico, datemi Scott; per un viaggio d’inverno, Wilson; per una capatina al Polo e nient’altro, Amundsen; ma se mi trovo in un dannato buco e voglio uscirne, datemi Shackleton tutte le volte.»

N.B.: informazioni e citazioni sul ritrovamento della Endurance le ho ricavate da questo articolo de “Il Post”; l’immagine in testa al post viene invece dal sito ufficiale della spedizione, endurance22.org.

Riccardo aveva ragione (pare)

[Cliccate sull’immagine, tratta dall’articolo di “Tio.ch” linkato qui sotto, per ingrandirla.]
Arrivano le prime conferme scientifiche alla previsione di Riccardo, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, il quale quest’autunno, prima di andare in letargo, mi aveva confidato che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo nei suoi ultimi scampoli (?!) si sarebbe rivelata come una delle più calde di sempre – ve lo avevo raccontato qui.

Ecco dunque quanto riporta al riguardo MeteoSvizzera, il prestigioso ente meteo-climatico elvetico, per come ne riferisce questo articolo di “Tio.ch”:

A sud delle Alpi l’inverno non è mai stato così mite e secco come quest’anno. Che sia stata una stagione anomala ce n’eravamo accorti tutti, ma ora arriva la conferma anche da MeteoSvizzera, che per analizzare l’andamento climatico può basarsi su misure sistematiche raccolte a partire dal 1864.
Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico – che contrariamente a quello astronomico comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio -, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni si possono già trarre le prime conclusioni sulla stagione che sta per concludersi e inquadrarla da un punto di vista climatologico. A sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8°C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso. In passato una stagione invernale mite e asciutta come quella che si sta per concludere non era mai stata registrata. […]

Attendo ulteriori comunicazioni sulla questione, ora che la fine dell’inverno è ormai prossima, ma fin d’ora credo, come avevo già scritto nel mio articolo sopra linkato, che il riccio Riccardo, ovvero il suo istinto animale che chissà quali percezioni sfuggenti a noi umani coglie le proprie informazioni, finirà per avere ragione. Purtroppo.

Il futuro dello sci, in breve

Ci si ritrova spesso a discutere – tra addetti al settore, professionisti della montagna, studiosi di vario genere, appassionati – intorno al futuro del turismo dello sci, quello che per convenzione “istituzionalmente” stereotipata e mediaticamente imposta viene considerato “il” turismo della montagna invernale ovvero l’economia ineluttabile di essa, ma di contro che appare per vari motivi e sotto diversi punti di vista claudicante, se non già in stato comatoso. Poi, alle riflessioni che scaturiscono da tali dibattiti, di qualsiasi genere esse siano, a volte si aggiungono dati sui quali invece c’è ben poco da discutere. Come quelli indicati nella tabella sottostante, che ho trovato in questo articolo di “Swissinfo.ch” (cliccateci sopra per ingrandirla):

Ecco: nell’ottica del futuro dello sci su pista e rispetto alla realtà di fatto della montagna del presente e degli anni prossimi, ragionando grossolanamente ma fondatamente, posti tali dati possiamo considerare che il costo di produzione di un metro cubo di neve artificiale varia dai 2 Euro (clic) ai 5 Euro (clic); dunque le stazioni sciistiche italiane, che essendo sul versante Sud delle Alpi (pur con esposizioni locali apparentemente favorevoli) in genere stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici – non a caso devono produrre più neve artificiale, come la tabella dimostra – sono costrette a sostenere al riguardo spese quasi doppie rispetto alle località svizzere e quasi triple rispetto a quelle francesi. Oltre a tutto il resto, e  denotando che i costi suddetti sono riferiti al periodo precedente l’attuale che, come sappiamo tutti, sta registrando aumenti dei costi energetici mai riscontrati prima, con inevitabili ricadute sulle attività in questione e sui bilanci delle società di gestione, già da anni alquanto disastrati e puntellati da risorse pubbliche.

Dunque, la domanda (ri)sorge spontanea per l’ennesima volta: dove sta andando a finire lo sci su pista? O forse è ormai più corretto chiedere: come sta andando a finire?