Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.
Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.
Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.
[Foto di Calvin411, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.
Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?
Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).
La Daniel Johnson Dam (intitolata al ventesimo premier del Québec, responsabile dell’avvio del progetto) non è solo “bella” da vedere ma è anche ciclopica: alta ben 214 metri e lunga più di 1,3 kilometri, ha l’arco centrale largo 160 metri/530 piedi e gli altri circa 76 metri/250 piedi, rappresentando la diga del suo genere più grande al mondo il cui sbarramento forma il quinto bacino artificiale più grande al mondo. Un bacino dalla particolarissima forma circolare (detta “The eye of Québec”, l’occhio del Québec, lo vedete nell’immagine sottostante; la diga si trova in basso, proprio in fondo al ramo che esce dal lago), creatosi in quanto la diga ha unito due precedenti laghi di forma semicircolare i quali testimoniano la presenza di un antichissimo cratere da impatto meteoritico generato dall’impatto di un asteroide di 5 km di diametro caduto sulla Terra 214 milioni di anni fa, il sesto più grande cratere sul pianeta. A sua volta l’isola che si è formata nel centro del lago – denominata René Levasseur in onore dell’ingegnere responsabile della costruzione della diga Daniel Johnson, il quale morì all’età di 35 anni pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’opera – è la seconda più grande isola lacustre del mondo, essendo vasta ben 2.020 km2.
Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.
Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto:
Due fine settimana fa ero in Valle Varaita, nelle Alpi cuneesi, per presentare il mio ultimo libro. Durante una pausa una persona del pubblico, abitante in zona, mi si avvicina e chiacchieriamo insieme di cose di montagna, di quelle belle e di altre meno belle.
«A proposito» mi dice ad un certo punto, «ho saputo di un progetto di riattivare persino una stazione sciistica a poco più di 1000 metri di quota… non ricordo il nome, ma se non sbaglio si trova dalle sue parti…»
«Il Monte San Primo, immagino!» gli dico.
«Ecco, esatto, si chiama proprio così. Ma che razza di progetto folle è, quello? Chi sono quelli che l’hanno pensato?»
«Eh, ce lo chiediamo tutti, dalle mie parti!» rispondo.
Già, se lo chiedono pure a centinaia di km di distanza, come si possa presentare un progetto di sviluppo turistico come quello sul Monte San Primo talmente dissennato, la cui eco evidentemente si diffonde un po’ ovunque e lascia interdetti tutti. Eccetto gli amministratori pubblici che stanno sostenendo il progetto ovviamente – Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano con il sostegno di Regione Lombardia – i quali invece continuano a o fingono di non volerne capire l’irrazionalità e la dannosità per il meraviglioso territorio del San Primo, ciechi e sordi a qualsiasi presa d’atto e di coscienza riguardanti la realtà del territorio, il suo valore culturale, il paesaggio e l’ambiente, le autentiche potenzialità di sviluppo economico, turistico e sociale, celando le proprie pretese dietro documentazioni e motivazioni tanto (funzionalmente) arzigogolate quanto del tutto insostenibili. Per avere maggiori dettagli al riguardo basta consultare articoli e post sul sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” e sulla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.
Perché tanta insensatezza, così palese da essere colta anche lontano dal Triangolo Lariano? Perché tanta incapacità di riflessione e giudizio, tanta mancanza di sensibilità e di visione strategica? Perché così tanto cinismo riguardo le nostre montagne – sul Monte San Primo come in altre, troppe località montane?
Se lo chiedono veramente tutti, già.
N.B.:qui trovate i numerosi articoli che nell’ultimo anno e mezzo (ovvero da quanto si è saputo del progetto succitato) ho dedicato alla questione del Monte San Primo.
«Gli avvenimenti di questi giorni – spiega l’assessore Sertori – mettono in luce ancora una volta quanto sia fondamentale la manutenzione e la pulizia degli alvei dei fiumi. Tale pratica deve diventare ordinaria». (Fonte: qui.)
Fa veramente specie – e, sinceramente, anche un po’ incazzare – leggere ancora di politici di alto livello, aventi deleghe amministrative sulla gestione dei corsi d’acqua, affermare bellamente che per prevenire le esondazioni dei fiumi bisogna pulirne gli alvei quando viceversa tale pratica è, come affermano tutti gli esperti del settore, un modo per accelerare e concentrare il deflusso delle piene, facendo diventare le alluvioni ancora più violente.
Ancora più violente, ribadisco.
Ma come si può manifestare così tanta incompetenza al riguardo, per giunta detenendo la gestione politica (in tal caso, in una delle principali regioni italiane – ma è una questione bipartisan, al solito) sul tema? Come è possibile che nessun esperto, nessun tecnico parli mai di pulire i fiumi e i politici invece continuano a farlo, come in preda a uno sconcertante idro-analfabetismo funzionale (mirato a chissà quale distorto tornaconto personale o di parte, chissà)? Perché?
La soluzione, o almeno il metodo più efficace, per mitigare se non evitare le piene dei corsi d’acqua è aumentare la sezione dell’alveo. Allargarne gli argini il più possibile, insomma, così che i flussi eccezionali d’acqua trovino lo spazio per allargarsi e dissipare la loro energia. Cosa si è notoriamente fatto invece per decenni? Si sono ristretti i fiumi in argini sempre più alti e stretti per guadagnare terreno da cementificare e dal quale ricavare lauti oneri di urbanizzazione. I risultati li abbiamo tutti sotto gli occhi e sempre più frequentemente, visto che l’estremizzazione dei cambiamenti climatici estremizza pure i fenomeni meteorologici.
Eppure, i politici ce la menano ancora con la “pulizia dei fiumi” volendo farci credere che sia la soluzione al problema. Forse, mi viene da rispondere, la reale soluzione al problema sarebbe che non ci fosse così tanta incompetenza e cotanta mancanza di sensibilità verso l’ambiente e il paesaggio da parte della politica, ecco.
A volte le dighe sanno compiere un “miracolo”, come racconto nel mio libro Il miracolo delle dighe, a volte no. O comunque non qualcosa che, obiettivamente, si possa definire “miracoloso”.
Ad esempio: una diga tra le meno suggestive delle Alpi Bergamasche e dalla storia travagliata, grossi tubi metallici accanto ai sentieri, condutture di vario tipo, funivie e relativi sostegni, tralicci e cavi elettrici, piani inclinati, edifici d’ogni sorta… la zona del Lago Nero, nell’alta Valle del Goglio (laterale della Valle Seriana, in provincia di Bergamo, meglio conosciuta con il toponimo comunale Valgoglio) è caratterizzata da un paesaggio idroelettrico che più di altri rende l’idea di un’industrializzazione pesante delle alte quote montane, che all’apparenza poco si è curata della salvaguardia estetica del territorio e ha pensato solo a come adattarlo il più funzionalmente possibile ai propri scopi. In prossimità della Capanna Lago Nero (a sua volta ricavata da un ex edificio di servizio agli impianti idroelettrici), se non fosse per la presenza del piccolo Lago Canali sulla cui riva il rifugio si trova e che mantiene nel luogo un elemento di evidente vitalità naturale, si ha veramente l’impressione di stare dentro un impianto industriale inopinatamente sorto a 2000 m di quota, come si può intuire dall’immagine lì sopra. Il che in fondo è sostanzialmente vero, anche se ciò fortunatamente non basta a nascondere la suggestiva bellezza alpestre di questo angolo di Orobie, famoso per la presenza di numerosi laghi artificiali formati da dighe di vario genere – tutte più belle di quella del Lago Nero col suo profilo dozzinalmente squadrato la cui forma, mi raccontarono, è dovuta alla necessità di appesantirne la massa (con il blocco evidentemente aggiunto in un secondo momento sopra il coronamento originario della diga) per incrementarne la stabilità – oltre che da una miriade di laghetti naturali più piccoli, i quali rimarcano la gran ricchezza d’acqua della zona e che sono meta di alcuni itinerari escursionistici di grande fascino.
Di contro, la babele di infrastrutture idroelettriche presenti lassù, obiettivamente non belle da vedere, rende immediatamente evidente, e in modo palese, la fondamentale importanza delle montagne e delle loro risorse naturali – l’acqua innanzi tutto, ma non solo – per lo sviluppo e il sostentamento della civiltà umana, che dalle alte quote ricava molta parte dell’energia necessaria a soddisfare i propri fabbisogni. I tubi e le condotte che fuoriescono dal corpo roccioso della montagna e ne percorrono la superficie fanno pensare alle cannucce di idratazione dei pazienti negli ospedali, solo che qui il ciclo è invertito, il prezioso fluido “vitale” scorre in direzione opposta, dal corpo verso le macchine che lo trasformano in energia elettrica la quale alimenterà le cose umane dal fondovalle in giù, fino alle grandi città delle pianure pedemontane. Dunque, da questo punto di vista, l’impatto visivo eccessivo e disturbante delle infrastrutture nella zona del Lago Nero forse trova la sua unica “giustificazione”: il paesaggio idroelettrico locale è peculiare in quanto modello di una territorializzazione industriale in alta quota ormai storicizzata sulla quale poter riflettere intorno allo sfruttamento antropico della Natura ovvero all’inesorabile contraddizione ecologia/economia, ancor più evidente in un luogo del genere. È un paesaggio che a qualcuno potrà pure apparire affascinante nella sua parvenza quasi “postindustriale” in mezzo a un ambiente alpino così grandioso, con la commistione visiva di forme naturali e strutture artificiali che racconta una relazione tra uomini e montagne piuttosto ardua, che dura ormai da più di un secolo ma che già oggi, e ancor più spingendo lo sguardo e il pensiero al futuro, sembra avviato ad assumere le sembianze – materialmente e immaterialmente – di un singolare sito di archeologia industriale a 2000 m di altezza in mezzo a montagne bellissime tuttavia sempre più “lontane” da quel progresso umano che più di cent’anni fa le avvicinò a sé per servirsene, sfruttarle e imprimervi sopra la propria impronta identitaria.
N.B.: l’immagine in testa al post è di Roberto Garghentini, bravissimo esploratore fotografico (e non solo) delle montagne lombarde (ma non solo!), che ringrazio molto per avermela concessa.