Un “borgo” (?!)

Sestriere, un «borgo».

Sestriere, già, nata con regio decreto il 18 ottobre 1934 per la volontà di Giovanni Agnelli di creare una località esclusivamente vocata al turismo sciistico, che ai tempi cominciava a trasformarsi nel fenomeno di massa poi sviluppatosi ovunque dal dopoguerra in poi. Nemmeno novant’anni di vita, e sarebbe un “borgo”.

Capite quale immaginario della montagna ci vogliono imporre, sempre più distorto, deviato, funzionale alla svendita commerciale e al consumo illimitato dei territori montani? Non da oggi, sia chiaro, ma negli ultimi tempi con sfacciataggine ancor più bieca e sfrenata. 

Ha ben ragione l’illustre Antonio De Rossi, sulla cui pagina Facebook ho intercettato la cosa lì sopra, a commentare: «La situazione pare oramai sfuggita di mano». Già: da discutibile, a paradossale, a ridicola ormai e chissà cos’altro, di questo passo.

Sia chiaro, nulla contro Sestriere per quel che è realmente e per chiunque ci vada: posto peculiare, per molti versi. Ma non è un borgo. Altrimenti definiamo “cattedrale” un centro commerciale e “foresta vergine” gli alberi di un giardino pubblico cittadino – o si continui pervicacemente a fare ciò che notai tempo fa sulla brochure promozionale di una nota località delle Dolomiti, dove ebbero il coraggio di definire “wilderness” il bosco in mezzo alle piste da sci da «esplorare» in appositi tour guidati lungo tracce comodamente battute e segnalate, con ovvio happy hour finale in un rifugio lì vicino. Fate voi!

Da par mio dunque non posso che ritornare a Antonio De Rossi, in merito a tale questione, e al fondamentale libro di cui è autore/curatore insieme a Filippo Barbera e Domenico Cersosimo: Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, pubblicato da Donzelli. Da leggere, sempre più (e cliccando sul link troverete un altro libro similmente interessante, sullo stesso tema).

Buone vacanze a tutti quelli che si recheranno a Sestriere. Che non è un “borgo”. No.

Una giovane speranza per le montagne

[Immagine tratta da www.altabadia.org.]

[…] Nell’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna, in Italia, contro ogni evidenza e al di là delle parole, si continua ancora a puntare sull’industria della neve, e si prosegue con opere faraoniche e di grande impatto ambientale come quelle delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Dobbiamo anche ricordare i progetti di nuove funivie come quella nel Vallone delle Cime Bianche in Val d’Aosta e della Doganaccia-Corno alla Scala nell’Appennino Tosco-Emiliano. Questi ultimi sono solo alcuni esempi legati a un’idea di turismo che non fa rima con sostenibilità. È ancora lontana la messa in pratica di un modello di sviluppo che concili esigenze economiche, infrastrutture, difesa dell’ambiente e della biodiversità ambientale, sociale e culturale.

Da questo punto di vista, l’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna non sembra essere stata un’occasione ben sfruttata per dare una spinta importante nella direzione sperata. Ci sono però anche ragioni di ottimismo, perché nonostante la scarsità di azioni concrete in direzione di un cambio di passo qualcosa è accaduto davvero: è aumentata la consapevolezza delle persone. Questo, se ci pensiamo bene, è già un ottimo risultato. La maggiore coscienza non è riconoscibile in senso lato, ma soprattutto in quelle fasce di popolazione più coinvolte dal cambiamento. Pensiamo ai giovani che oggi, oltre ad aver ricevuto un’eredità pesante, anziché essere sempre più sfiduciati sembrano i primi a consapevolizzare il bisogno di processi d’innovazione sostenibili. […]

Da Se la montagna soffre, soffriamo anche noi di Luca Calzolari, pubblicato il 5 dicembre 2022 su “Agenda17.it”. Cliccando qui potete leggere il testo nella sua interezza.

Ringrazio Luca per avermi concesso la pubblicazione di questo suo testo, uno dei più recenti di una lunghissima serie di contributi, sempre illuminanti, che concretizzano il suo costante impegno, teorico e pratico, a favore delle montagne e delle loro realtà ovvero a vantaggio di chiunque le abiti e le frequenti. Un impegno illustre quanto mai prezioso e necessario, senza alcun dubbio.

Carlo Mollino e Cervinia (o viceversa)

Chiunque passerà le prossime giornate festive all’ombra della Gran Becca e vorrà ritemprarsi dopo la calca in funivia e l’affollamento in pista, sappia che Luciano Bolzoni, uno dei maggiori esperti di architettura alpina, autore di vari volumi e soprattutto (in tal contesto) di Carlo Mollino. Architetto, splendido testo sul geniale progettista torinese, mercoledì 28 dicembre terrà la conferenza la cui locandina vedete qui sopra. Un’ottima occasione per conoscere ancora meglio la conca del Breuil attraverso le opere, i progetti, le idee e l’estro di Mollino e dunque, il giorno dopo, per affrontare con mente e animo ben appagati – nonché con uno sguardo più consapevole e sensibile verso il luogo – le sciate sulle piste del comprensorio.

D’altro canto è un evento targato Alpes, questo: garanzia di grande fascino e massima qualità. Per cui, se siete in zona, partecipate: ne vale assolutamente la pena.

La “corsa agli armamenti” dei comprensori sciistici

[Foto di Tim Oun da Unsplash.]

Leggete le citazioni di seguito pubblicate, e poi chiedetevi: chi le ha espresse? Un attivista per il clima? Un ambientalista? Un contestatore del sistema economico turistico? Un oppositore antisistema?

I modelli climatici mostrano in effetti uno spostamento dell’arrivo della prima neve della stagione. È una tendenza che si intensificherà in futuro, anche se possono esservi variazioni meteorologiche molto forti da un anno all’altro. Queste difficoltà si aggiungono all’innalzamento del limite pioggia-neve: dagli anni 1960, il limite di zero gradi è salito di quasi 300 metri nelle Alpi svizzere.

Le persone che vogliono continuare a sciare andranno in zone di alta quota. Ma il problema del riscaldamento globale prima o poi raggiungerà anche quelle stazioni. Con la chiusura di piccole stazioni sciistiche delle Prealpi o del Giura, i bambini avranno sempre meno opportunità di imparare a sciare vicino a casa e il bacino di reclutamento di nuovi sciatori si restringerà. Inoltre, gli ingenti investimenti necessari per l’innevamento artificiale delle piste porteranno a un ulteriore rincaro dei prezzi. Già oggi, molte persone hanno abbandonato lo sci per motivi finanziari. In futuro, questo sport sarà riservato solo a una fascia agiata della popolazione.

La maggior parte delle società di impianti di risalita continua a investire massicciamente in infrastrutture: è una sorta di pericolosa “corsa agli armamenti”, una vera e propria fuga in avanti ma, indipendentemente dalla variabile climatica, alcune stazioni non se la caveranno. Il numero di giornate-sciatori è crollato di quasi il 20% in dieci anni e nulla indica che si invertirà la tendenza.

Per un comprensorio sciistico ha certamente senso investire in misure di adattamento di fronte ai cambiamenti climatici. Misure che passano per lo più dalla neve artificiale. Ma se tutti lo fanno mentre il mercato dello sci è in declino, non ci saranno abbastanza clienti per tutti. Si dovrebbero invece concentrare gli aiuti pubblici su alcune aree sciistiche e aiutare altre stazioni a disinvestire e trovare alternative allo sci. Il blocco al riguardo è soprattutto mentale. Molti attori del settore turistico e politici eletti continuano a mantenere una sorta di mito e di rapporto sentimentale con gli impianti di risalita.

Alcune stazioni delle Prealpi, come il Monte Tamaro in Ticino o il Moléson nel cantone di Friburgo, hanno superato con successo questa svolta. È la prova che la fine delle gli impianti sci non significa necessariamente la morte delle stazioni turistiche di montagna.

Risposta alle domande in testa al post: no, tali considerazioni (tratte da questo articolo di “SwissInfo.ch”) non sono di un ambientalista “integralista”, come spesso in Italia viene definito chi osa confutare le idee e le iniziative di certi gestori dei comprensori sciistici, ma di Christophe Clivaz, professore associato presso l’Istituto di geografia e sostenibilità dell’Università di Losanna, il cui lavoro attuale si concentra sui temi della governance dei siti turistici (in particolare località montane e parchi naturali), sull’analisi comparata delle politiche di sviluppo turistico e di politiche pubbliche a impatto turistico (pianificazione del territorio, natura e paesaggio, ambiente, sviluppo del territorio, agricoltura, eccetera), co-autore del libro Tourisme d’hiver: le défi climatique (Turismo invernale: la sfida climatica, testo non pubblicato in Italia). Uno che la montagna la studia e la conosce scientificamente, insomma, offrendo la propria competenza nei progetti di sviluppo sostenibile e al passo con i tempi dei territori montani: una competenza indispensabile e illuminante per chiunque meno per chi, a quanto sembra, ne avrebbe più bisogno, ovvero certi gestori di comprensori turistici e sciistici in particolare, quelli che si arrogano il diritto di decidere le sorti delle montagne che gestiscono in base ai propri tornaconti condannandole così a una inesorabile decadenza – i cui effetti paga e pagherà sempre la collettività, con l’elargizione di gran quantità di soldi pubblici per coprire i buchi di bilancio fino all’inevitabile fallimento.

Quanto possono restare ancora inascoltate le considerazioni del professor Clivaz e di ogni altra figura come lui? Fino a che veramente delle montagne, della loro bellezza e del loro patrimonio naturale e umano resteranno solo macerie?

Anche a tali domande è l’ora di dare adeguate risposte.

Era (è e sarà) un bellissimo posto

Ultima domenica prima del Natale, impellenza diffusa di fare gli acquisti del caso, strade trafficate verso il centro delle città o i luoghi dello shopping, festoni e luminarie ovunque, eccetera.

Io e Loki, il segretario personale a forma di cane, ce ne andiamo in montagna alla ricerca di quiete e silenzio, certi di poterli trovare piuttosto facilmente oggi. Anche in un luogo altrimenti ben vivo, quando la stagione e il clima sono propizi e non sopravvengono distrazioni d’altro genere: a Era, magnifica piccola conca prativa in Val Meria, il profondo e spesso rude solco percorso dall’omonimo torrente che dalle rive deliziose di Mandello del Lario, sul ramo lecchese del Lago di Como, sale verso le Grigne e in particolar modo raggiunge i versanti di Releccio e di Val Mala, biforcato dai possenti pilastri del Sasso dei Carbonari e soprattutto del Sasso Cavallo, la big wall per antonomasia di queste montagne.

L’Alpe d’Era è uno di quei luoghi così idilliaci che chiunque se la ritrovi davanti, salendo dal suggestivo sentiero che da Somana, sobborgo alto di Mandello, taglia gli articolati versanti degli “Zuc” che caratterizzano il lato destro della Val Meria (transitando da un altro luogo sublime, Santa Maria), ne resta sicuramente affascinato. La conca alpestre che appare quasi d’improvviso, sospesa sulle forre del fondovalle, le piccole baite, quasi tutte ben ristrutturate, sparse sui prati a dare forma a un minuscolo, fiabesco villaggio, i fitti boschi d’intorno, le rupi sovrastanti che anticipano l’imponente dominanza del Grignone, il torrente qui assai placido prima di agitarsi gettandosi a capofitto tra innumerevoli cascate nel dirupo, i ponticelli in legno che lo scavalcano… Se salire quassù in stagioni più favorevoli è sempre qualcosa di piacevolissimo per la mente, il cuore e l’animo, arrivarci in una giornata come domenica scorsa, con la neve che ammanta tutto, le case inanimate, la quiete assoluta che permea il piccolo villaggio, l’assenza di altri viandanti, dona l’impressione vivida di entrare in una dimensione sospesa nello spazio e nel tempo. Ci sembrava di essere in un luogo lontanissimo da ogni altra presenza umana e urbana, nascosto e protetto da montagne incognite che pare lo proteggano come tra due palmi di mani silvestri e dove non possano udirsi altri rumori che quelli naturali e dai nostri, e invece eravamo a tre chilometri in linea d’aria dalla “civiltà” in preda, non tutta ma certa parte sì, alle compulsioni natalizie (nonché da una delle strade più trafficate e rumorose di questa parte delle Alpi, la strada statale 36 che porta in Valtellina).

Sedersi sui gradini di una casa di Era ad ascoltare il silenzio è stato bellissimo, rigenerante, ancor più dopo essere ridiscesi dalla stretta e ombrosa Valle di Prada, che io e Loki abbiamo esplorato e nella quale il fitto bosco di questi tempi rende la luce e il tepore solari una sostanziale chimera (e dove abbiamo intuito le uniche altre presenze della giornata: caprioli, probabilmente, le cui orme freschissime hanno incrociato le nostre e il cui vago rumore abbiamo anche sentito, senza però vederli). A Era invece il Sole, fino a quel momento appannato da un’insistente velatura nuvolosa, ci ha concesso la sua compagnia e reso ancor più piacevole e affascinante la sosta, in un momento così speciale, in una dimensione così privilegiata dacché rara, così preziosa per poter apprezzare un luogo del genere anche quando la vita ritornerà e lo rianimerà allegramente.

D’altro canto i posti come l’Alpe d’Era sono talmente belli che è sempre un gran piacere viverli: nella bella stagione o nelle ombre invernali, animati o meno, rumorosi o silenti, nelle giornate più radiose o col cielo ingombro di nubi. Basta intessere con essi la giusta relazione, diventando parte del loro meraviglioso paesaggio e in armonia con ogni altra cosa che contiene. Ovvero, basta poco o quasi nulla, a ben vedere, per essere e “avere” una tale bellezza.