Psicogeografia silvestre

[Foto di Mario da Pixabay.]
Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».

Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.

Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.

Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.

Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.

Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.

È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.

P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.

In un mondo normale gli “ambientalisti” non esisterebbero

[Foto di Evgeni Tcherkasski da Pixabay]

Non dovremmo avere bisogno di definire chi si preoccupa dell’ambiente. Dovrebbe essere una cosa scontata. Non abbiamo una parola d’uso comune per definire, per esempio, le persone che hanno due mani. Due mani è l’ovvia norma, perfetto, e dunque la necessità di comunicare questa caratteristica non si presenta con una frequenza tale da necessitare di un vocabolo apposta. Preservare l’ambiente, avere due mani: cose ovvie. Da un punto di vista strettamente logico mi sembra che l’unico motivo per disinteressarsi del collasso del pianeta Terra sia non essere terrestri. Se uno è di Ganimede, o di un’altra luna di Giove, potrei capire che dell’effetto serra e dell’acidificazione degli oceani gliene freghi il giusto. […]
Ma se invece uno è un terrestre che abita sulla Terra, e non può volare via, allora il suo concetto di normalità dovrebbe presupporre il preoccuparsi dell’ambiente. L’essere ambientalista. Pensa un po’.
Abbiamo escluso però che gli ambientalisti possano essere normali, e dunque ecco che, procedendo lungo il rettilineo della deduzione logica, siamo arrivati al punto in cui noi tutti, umanità, dobbiamo concludere di avere un serio problema di alieni. Sennò non si spiega. Tra l’altro, guardando la televisione e leggendo i giornali, era facile da indovinare.

Sono stralci di un articolo assolutamente sagace e illuminante – per come descriva cose ovvie che la gran parte di terrestri riesce incredibilmente a considerare opinabili – intitolato La parola “ambientalista” (e gli alieni) firmato da Davide Rigiani per “Il Post”, che l’ha pubblicato il 21 dicembre scorso. Un articolo nel cui senso peraltro io mi ci ritrovo pienamente e che vi invito a leggere (anche se qualcuno farà di tutto pur di non capirne il senso, purtroppo): lo trovate qui.

En passant, vi consiglio anche il romanzo d’esordio di Rigiani, Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino (Minimum Fax), altrettanto sagace, illuminante nonché alquanto divertente.

Grande Dixence, la diga “aliena”

La “bellezza” di una diga a gravità – sono quelle dall’andamento rettilineo e dalla forma più massiccia, dacché deputate a contrastare la spinta della massa d’acqua col solo loro peso e con la solidità delle fondazioni – è certamente piuttosto minimale e a volte brutale, semmai correlata alla sensazione di forza e di possanza che dona agli occhi del visitatore, posta l’intransigenza del suo corpo compatto che poco lascia a qualsiasi armonia. Penso ad esempio alla colossale Grande Dixence in Vallese, Svizzera, la più alta diga a gravità del mondo: immaginatevi un muro di liscio calcestruzzo alto ben 285 metri, quasi come la Tour Eiffel, dallo sviluppo al coronamento di 700 metri e pesante la “bellezza” (appunto) di 15 milioni di tonnellate, che sbarra un’ampia vallata alpina – dove già nel 1935 era stata realizzata una diga ad arco, per l’epoca altrettanto imponente coi suoi 87 metri di altezza, ora sommersa nel nuovo lago – contenendo in essa 400 milioni di metri cubi d’acque di fusione glaciale nel più grande lago artificiale della Svizzera la cui spinta, nonostante la solida imponenza dell’enorme muro, lo fa flettere di 11 centimetri dal suo asse sia verso monte che verso valle, in base allo stato di riempimento dell’invaso! Un’opera impressionante, insomma, soprattutto se osservata dal suo piede, quando in certe giornate nebbiose il muro svanisce in alto nel cielo caliginoso e sembra talmente immenso da poter contenere dietro di sé un intero oceano, non solo un pur grande lago di montagna! Oppure dalla parte più bassa della valle, particolarmente amena, ricca di boschi di conifere, verdi prati ed edifici rurali tipici, dalla quale appare come qualcosa di alieno e “impossibile”, troppo gigantesca per essere reale, forse il frutto di un’allucinazione o di una falsa prospettiva visiva. Come fosse un oggetto di provenienza sconosciuta, forse giunto quaggiù da altri mondi e precipitato tra le montagne vallesane, incastrandosi nel bel mezzo della valle così da ostruirne il flusso delle acque, la cui astrusità può essere solo in parte mitigata dalle nevicate invernali che confondono almeno parzialmente la gigantesca lama grigia nel biancore nivale che omogenea il paesaggio.

Questo brano con protagonista la ciclopica diga svizzera, tra le più grandi al mondo, è (ovviamente) tratto da

Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
Data di Pubblicazione: 18 maggio 2023
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita da maggio 2023 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Nelle immagini in testa al post ho seguito le suggestioni del testo e giocato sull’aspetto mastodonticamente alieno della Grande Dixence rispetto al paesaggio montano nel quale è inserita, proprio come se anch’essa fosse una enorme astronave caduta sulla Terra a gran velocità così da rimanere incastrata tra le montagne in posizione inopinatamente orizzontale, imprigionando l’acqua alle sue spalle nel solco della Val des Dix.

Per saperne di più sul mio libro, cliccate qui o sull’immagine sottostante, mentre qui trovate il comunicato stampa di presentazione del libro.

L’invenzione più rivoluzionaria

P.S. – Pre Scriptum: il racconto che potete leggere qui sotto lo scrissi anni fa come parte di una raccolta mooooolto particolare al momento ancora inedita. Forse prima o poi verrà pubblicata ma, ora, lo vorrei dedicare ai tanti amici e conoscenti che si impegnano con sincera passione e grande senso civico a migliorare e far evolvere la civiltà nella quale viviamo, anche attraverso il sostegno e la promozione di pratiche quotidiane molto più virtuose, benefiche e umane rispetto ai modi con i quali oggi viviamo le nostre città, sovente rendendole luoghi pericolosi e malsani.

Buona lettura.

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L’invenzione più rivoluzionaria

Di tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse ma, come spesso succede per ogni novità quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita. Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei Megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto bizzarre, inopinate insomma.
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale «frutto di tecnologia sfrenata», «spregiudicato orpello da bislacca fantascienza» o simili definizioni biasimevoli. Ma come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto, quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali), trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari, gioielli tecnologici di colpo divenuti – nell’impressione della gente – obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

Il bosco è un popolo “ultradimensionale”

[Foto di Sebastian Engler su Unsplash.]
Camminiamo nel bosco, io e Loki. Sono le 20 passate, ci siamo solo noi. L’aria è ferma, gli unici suoni udibili sono quello sommesso dell’acqua che scorre nel ruscello più a valle e i cinguettii assortiti degli uccelli nascosti tra le foglie. Altrimenti, la quiete sarebbe quasi assoluta.

Siamo circondati dagli alberi, l’unico segno qui che non sia espressione e rappresentanza del regno silvestre è l’esile traccia di sentiero che stiamo percorrendo. Gettando lo sguardo nel profondo del bosco, la visione dei tronchi così numerosi mi generano in mente l’immagine di un popolo in attesa o in contemplazione di qualcosa che sta in cielo o chissà dove, vitale ma immobile o, forse, dinamico in modi per noi imperscrutabili. Comunque accogliente nei miei confronti, niente affatto minaccioso come a taluni risulta il bosco quando lo si percorra in solitudine.

Anzi.

A volte, nei testi che trattano il tema della ricerca di civiltà extraterrestri, viene segnalata la possibilità che l’eventuale contatto sarebbe difficile, se non impossibile, nel caso che gli alieni esistessero in un’altra dimensione o universo parallelo al nostro: è la cosiddetta ipotesi parafisica, che riconduce alla teoria del multiverso. In pratica: gli alieni potrebbero essere già qui tra noi ma sarebbe impossibile incontrarli e interagire reciprocamente, almeno fino a che non si troverà il modo di passare da un universo all’altro. Un tema, peraltro, sul quale la letteratura fantastica e quella fantascientifica, con tutti i loro derivati, hanno prodotto innumerevoli opere.

Ecco: mi viene da pensare che, sotto certi aspetti, quegli alieni “ultra dimensionali” potrebbero essere proprio gli alberi. Sono qui in mezzo a noi ma non li consideriamo granché se non attraverso una visione meramente estetica di matrice romantica o tramite afflati più emozionali che altro – intriganti, senza dubbio, ma piuttosto vacui; in effetti per molte persone è come se fossero invisibili o tutt’al più oggetti materiali inanimati sparsi qui e là nel mondo (il che non fa molta differenza con l’invisibilità). Sono organismi viventi che la scienza conferma sempre più essere pure intelligenti e senzienti ma in modi totalmente differenti dai nostri e dalla gran parte delle altre creature che abitano con noi la Terra; utilizzano anch’essi sostanze vitali terrestri quali l’acqua e l’aria ma attraverso processi biologici che nulla hanno in comune con i nostri; tra di loro comunicano – altra evidenza ormai provata dalla scienza – ma noi non siamo in grado di percepire nulla dei loro discorsi; persino quando ci sembrano morti in realtà spesso non lo sono e “resuscitano”, a modo loro. Le reciproche dimensioni di vita, comuni solo per il fatto che gli alberi sono visibili e tangibili, sembrano per qualsiasi altra cosa diverse e lontane. Non possiamo sapere se gli alberi detengano altre facoltà intellettive, se magari padroneggino la telepatia o conoscano verità ontologiche che noi nemmeno immaginiamo. Magari i loro rami si protendono così verso l’alto, verso il cielo, non solo per ragioni biologiche ma perché tramite di essi gli alberi sanno captare messaggi alieni e dialogare già da millenni con altre civiltà sparse per l’Universo, loro sì e non noi con le nostre supertecnologiche antenne che brancolano nel buio infinito del cosmo. Che ne possiamo sapere? In fondo, come rimarca spesso Stefano Mancuso, che di neurobiologia vegetale è tra i massimi esperti al mondo, noi umani in quanto tali siamo sulla Terra da 400 mila anni, le piante vi proliferano da ben 450 milioni di anni. Hanno avuto tutto il tempo per imparare a conoscere i massimi sistemi molto più che noi Sapiens, in effetti. Chi può negarlo?

Bene, è ora di rientrare verso casa. Nonostante il Sole sia già sceso oltre i monti ad occidente il cielo permane luminosissimo, quasi abbagliante. O forse gli occhi si erano ormai abituati alla penombra silvestre. Chissà se e cosa avranno pensato, gli alberi, di noi due strane creature che vagavano tra di loro, un bipede con arti prensili ricoperto di tessuti colorati e un quadrupede peloso col naso incollato al terreno ad annusare ogni cosa… chissà che commenteranno, tra di loro.