[Foto di Yusuf Evli da Unsplash.]Ieri sera io e il segretario Loki eravamo fuori casa, dopo le 22, e c’era una tale assenza di vento, di gente per la via o di auto in transito, una così insolita immobilità delle chiome delle piante e delle foglie secche in terra, nessun cane abbaiante o animale del bosco vociante e neanche un aereo sorvolante e nessun altro rumore udibile, e l’aria era così in equilibrio tra tepore e frescura (dovrebbe fare ben più freddo, già) da sembrare una performance immateriale di stone balancing e persino le stelle nel cielo lievemente velato brillavano senza far troppo luminoso trambusto – viceversa di quando il cielo è così limpido, come in certe sere ventose, che le stelle ti sembra di sentirle ronzare, per quanto brillano… – e tutto questo originava un tale inopinato silenzio, di quelli che è rarissimo percepire stando in mezzo alla cosiddetta civiltà, che mi è tornata in mente una scena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, il celeberrimo film di Spielberg, quando dopo alcuni attimi di silenzio e immobilità irreali i protagonisti della pellicola vengono sorvolati da alcuni abbaglianti UFO restandone sbigottiti.
Invece no, niente astronavi aliene, ieri sera. Nessun extraterrestre in visita alla Terra ma qualcosa di extra-ordinario senza dubbio, un momento di niente che conteneva moltissimo, la presenza contemporanea di tante assenze… insomma, una inaspettata sospensione temporanea del frenetico turbinare del mondo, all’apparenza, il quale in effetti a volte gira fin troppo veloce e fa un gran rumore ma quasi nessuno ormai pare infastidirsene mentre, io credo, qualche attimo di quiete, di silenzio, di immobilità generale, non farebbero affatto male – se li si sa apprezzare, naturalmente. E ci darebbero pure maggior consapevolezza di quel notevole rumore che altrimenti disturba il mondo e la nostra quotidianità, già.
[La “Futuro House” di Matti Suuronen a Dombay, Russia. Immagine tratta da qui.][Immagine tratta da qui.]Di case a forma di disco volante ne sono state fatte, in giro per il mondo, fin dal momento in cui il mondo ha “scoperto” i dischi volanti. Ne sono state fatte anche in montagna, ovviamente, e devo dire che lassù, sui pendi innevati neve o con lo sfondo delle vette rocciose, queste case bizzarre assumono se possibile un aspetto ancor più particolare, più… “ufologico”.
[La “Chesa Futura” di Foster+Partners a Sankt Moritz, Svizzera. Immagine tratta da qui.]Forse perché maggiormente che altrove danno l’impressione, a prima vista, che sul serio lassù sia atterrata un’astronave aliena, o forse, mi viene da pensare, perché in qualche modo la montagna è un pianeta a sé, un mondo diverso rispetto a ogni altro nel quale, quando ci stiamo e lo attraversiamo, siamo un po’ tutti esploratori spaziali, di un “spazio” che offre moltissimo ancora da scoprire e che probabilmente non scopriremo mai del tutto se non sapremo entrare in contatto autentico con la sua particolare dimensione.
[Un’altra casa-UFO “atterrata” a San Maurizio d’Opaglio, Piemonte. Immagine tratta da qui.]Per tale motivo, ci siano pure case-UFO sui monti ma spesso gli “alieni” sono gli umani che arrivano lassù senza capire bene dove stanno, mal comportandosi di conseguenza. “Alieni” dacché alienati rispetto al luogo, ecco.
P.S.: se anche voi, durante le vostre esplorazioni del pianeta Terra, avete avvistato altre case-UFO “atterrate” da qualche parte sui monti, fatemelo sapere!
Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”
(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)
Sono certo che molte persone normali che solitamente rispettano poco o nulla i classici cartelli stradali avranno gran cura di rispettare un cartello come questo. Già.
Ma attenzione, non si dica a quelle che il loro impegno in tal senso è pressoché inutile: le civiltà aliene che giungono sulla Terra e vogliono studiare la razza umana generalmente rapiscono individui dotati di maggior senno. Altrimenti sarebbe come se un viaggiatore appassionato d’arte si recasse a Parigi o a San Pietroburgo e, invece di visitare il Louvre o l’Ermitage, si limitasse a qualche piccolo museo secondario tuttavia pretendendo di avere visto le opere migliori. Che le cose si fanno bene oppure non si fanno è un principio valido anche in altre galassie, eh!