La “rivoluzione gentile” di ALT[R]O Festival

C’è un modo di frequentare e fruire le montagne, ad esse imposto da un immaginario che con i territori di montagna nulla o quasi aveva ed ha a che fare, che è ormai giunto al capolinea, palesemente superficiale, decontestuale, fuori dal tempo e dalla realtà correnti e ancor meno proteso al futuro, anzi, al contrario avviluppato ad una visione dei monti obsoleta e rovinosa.

Ecco perché un evento come ALT[R]O Festival, dopo soltanto tre edizioni – la prossima è imminente, si terrà il 25 e 26 settembre tra Sondrio e la Valmalenco – sta già diventando un appuntamento emblematico e illuminante, generando attorno a sé un interesse notevole e un consenso crescente di pubblico. Perché ALT[R]O Festival offre finalmente e concretamente una diversa visione della frequentazione montana attraverso narrazioni rinnovate e innovative che riportano alla luce l’autentica e ancestrale bellezza dei monti e il loro valore assoluto, così necessario a poter vivere con la montagna un’esperienza veramente piena e ancor più nuovamente consapevole: qualcosa che quelle strategie di frequentazione turistica prima citate da tempo non offrono più, anzi imponendo visioni distorte e degradanti delle terre alte e della loro cultura. Ma non solo o, per meglio dire, non per unico suo merito ALT[R]O Festival sta avendo un successo così crescente: a fronte delle sue affascinanti e coinvolgenti proposte, il festival riesce proprio a intercettare l’altrettanto crescente sensibilità e interesse delle persone verso una frequentazione della montagna non più condizionata in modalità turistiche massificate e banalizzanti, non più mediata da artifici, finzioni, slogan e convenzioni da “non luogo” e finalmente cosciente, ribadisco, di tutto ciò che la montagna può offrire quando finalmente liberata da tutto ciò che gli viene imposto – che è infinitamente di più rispetto a ciò che il “turismo” convenzionale ormai propone.

Ormai, gli unici a non capire quanto sia cambiata la frequentazione dei monti e come continuerà a evolvere in tale senso negli anni futuri sono certi amministratori locali ben poco attenti al bene dei propri territori e, ad essi sodali, alcuni imprenditori unicamente sensibili ai propri tornaconti personali: diventeranno sempre più come quei vecchi soldati giapponesi che, rimasti isolati su alcune isole del Pacifico, erano convinti che la Seconda Guerra Mondiale non si fosse ancora conclusa! Per tutti gli altri amanti delle montagne, ALT[R]O Festival sta conducendo una piccola/grande “rivoluzione”, gentile tanto quanto determinata alla quale è e sarà bellissimo partecipare. Michele Comi ne tratteggia il senso e la sostanza nel bell’articolo uscito su “L’Ordine” domenica 19 settembre e sopra riprodotto (cliccate sull’immagine per ingrandirla e rendere il testo più leggibile) mentre per essere parte della rivoluzione di ALT[R]O Festival, cliccate qui per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio utile al riguardo.

Il turista cosciente

[Foto di Michele Mescolin da Unsplash.]

La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemiche della complessità. Esse ci consentono non soltanto di uscire dalle dicotomie oppositive e riduzionistiche delle precedenti impostazioni culturali, ma anche e soprattutto di cogliere la portata innovativa della responsabilità etico-politica dell’uomo nella costruzione del paesaggio mediante il governo intelligente della natura e del territorio. In questo rinnovato corso di idee entra in gioco la riscoperta e la riappropriazione del valore identitario dei territori che le comunità residenti possono ritrovare tanto nella memoria storica, da un lato, che nella progettazione responsabile, dall’altro. Il paesaggio ritorna, così, a essere percepito come luogo dell’appartenenza per chi, dall’interno (gli abitanti), vi si riconosce e dell’accoglienza rassicurante per chi, dall’esterno (il turista), vuol esserne ospite cosciente.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.36-37.)

Di questo emblematico passaggio del libro di Annibale Salsa, ricco di innumerevoli spunti di riflessione e di dissertazione (che invito caldamente a cogliere e meditare), mi limito a citare le sole ultime-ma-non-ultime, parole: «il turista (che) vuol essere ospite cosciente». Una condizione tanto fondamentale (è la cosiddetta place experience definita dalla sociologia del turismo contemporanea, contrapposta alla precedente e ormai fallimentare customer experience) per la qualità del turismo montano e la proficuità per le montagne stesse e la loro realtà, quanto troppo spesso ignorata se non palesemente avversata da chi invece punta a mere pratiche turistiche di massa – e ai relativi possibili grassi (?) tornaconti – per le quali conta solo la quantità (di turisti) a totale discapito della qualità (del turismo).

Ecco così proliferare in giro per i nostri monti idee immateriali e opere materiali sovente scellerate e che non c’entrano nulla con i territori alpini ai quali vengono imposti dacché il loro unico compito è attrarre più persone possibili: fa niente poi se tali persone non sanno nemmeno dove si trovano, cosa hanno intorno, quali peculiarità possiede quel territorio, perché il suo paesaggio è unico, dunque identitario, ovvero certamente diverso da qualsiasi altro. Manca il perseguimento di qualsiasi relazione culturale con il luogo la quale poi genererebbe anche il legame nel tempo (cioè il ritorno del turista che si sente legato e magari affezionato a quel luogo, appunto), c’è solo la volontà di monetizzare il più rapidamente possibile la presenza di massa, null’altro. Ciò anche perché, probabilmente, quei personaggi che impongono tali scellerate strategie turistico-commerciali sanno bene, essi per primi, che queste forme lunaparkizzate di turismo massificato durano pochissimo tempo e, una volta decadute, lasciano strascichi pesanti (ambientali, economici, sociali, antropologici) nel territorio che le ha subite. Ma intanto quelli avranno ottenuto (forse) il loro bel tornaconto e amen, alla faccia dello sviluppo, della valorizzazione, del bene, del futuro delle montagne e delle genti che le abitano e vorrebbero continuare a farlo. Già.

(Ri)abitare la frontiera

[Un caffè a Baarle-Nassau (Paesi Bassi), a ridosso del confine con il Belgio. La linea di frontiera è indicata sul pavimento. Foto di User:Jérôme, Opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

È possibile abitare la frontiera? Si può estendere il significato di abitare in modo da andare oltre al semplice concetto di “risiedere”, stimolando una partecipazione attiva ai luoghi e una dimensione pubblica degli spazi?
Un grande senso di radicamento ha sempre caratterizzato le zone di confine, come ci ha ricordato l’antropologo Franco La Cecla: la consapevolezza di appartenere a un luogo ben individuato ha permesso alla popolazione dell’area che oggi corrisponde alla Regio Insubrica di partire verso lidi lontani – come fecero i Maestri Comacini nel loro peregrinare seguendo il lavoro dei costruttori – ma conservando un senso di orientamento legato alla propria origine.
La cultura architettonica e urbanistica ha riconosciuto la specificità di aree come queste, lette attraverso categorie come quelle del regionalismo critico (Kenneth Frampton) o dedicando studi specifici a momenti particolari dello sviluppo della teoria architettonica legata al luogo (gli studi di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni e il razionalismo comasco). L’economia ha parlato, fra altri concetti, di zone filtro, mentre l’antropologia ha adottato il concetto di bioregione per descrivere il fenomeno.
I recenti lockdown ci hanno fatto percepire la città e il territorio in cui viviamo in modo molto diverso. L’epoca pandemica ha riportato l’accento sull’aspetto tecnico e burocratico del confine, inteso come limite, inasprendo radicalmente il suo carattere di separazione tra Stati. Una cultura dell’abitare basata su una visione più complessa della situazione deve portare a ripensare in altri termini il “rito di passaggio” tra un luogo e l’altro, ripensando lo spazio di connessione come spazio pubblico e partendo da un’idea qualitativa dell’architettura di confine.

È un brano di un articolo assai interessante dell’architetta Katia Accossato pubblicato lo scorso 22 luglio su “Swissinfo.ch” e intitolato Ripensare il modo di abitare la frontiera. Da “buon” indagatore di paesaggi e di relazioni umani con essi, sono sempre molto attento al tema del confine e della frontiera, elementi immaterialmente concreti che nelle geografie moderne e contemporanee, ben più che in passato, determinano lo sguardo diffuso sul mondo e l’immaginario collettivo al riguardo, anche al netto delle smodate strumentalizzazioni ideologico-politiche che infestano il dibattito pubblico. Il tema ho cercato di dissertarlo a modo mio nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé (la cui copertina vedete qui accanto) che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovvertirebbe di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.

Posto ciò, Katia Accossato nel suo articolo rimarca una cosa molto interessante, sul tema del confine e della frontiera (prendendo a modello la regione tra Piemonte, Ticino e Lombardia), ovvero che tale spazio, apparentemente il “meno pubblico” che vi sia nell’ambito di un territorio politicamente delimitato proprio perché elemento di separazione e divisione (ciò anche in forza della dottrina idrografica cartesiana, che ad esempio ha fatto dei monti e della loro apparente inospitalità un confine definito e assai materiale), è invece profondamente pubblico – anzi, iper pubblico, mi verrebbe da dire – proprio perché in verità è un ambito di contatto, di connessione, di relazione forte, intensa e giustificata (paradossalmente ma non troppo, a pensarci bene) proprio dalla presenza della frontiera: qualcosa che mette di fronte due elementi, diversi solo per la presenza di quella linea di demarcazione, non per altri motivi – come nel caso della regione dei laghi prealpini lombardo-ticinesi, divisa da un confine arzigogolato ma culturalmente assai omogenea.

Quindi, ripensare il modo di abitare la frontiera, di umanizzare coerentemente quello spazio senza ignorare la linea che lo divide ma anzi usandola come strumento che propugna e sollecita una comune ovvero armonica pratica dell’abitare – che è una delle più identitarie in assoluto, è bene rimarcarlo: giustamente lo fa anche l’architetta Accossato citando Franco La Cecla – è qualcosa di fondamentale, nel mondo di oggi. E non in un senso oppositivo rispetto a certe interpretazioni politicamente e ideologicamente rigide del confine e della frontiera ma proprio perché il settecentesco concetto di “confine”, nel mondo di oggi e in quello di domani ancor più, perde costantemente senso e valore, anche rispetto ad una possibile esegesi identitaria di esso.

Tornerò prossimamente, su un tema così importante, intanto vi invito alla lettura dell’articolo di Katia Accossato nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

 

Anime Salve | Tallinn Blues | Nostalgistan

A Milano, nello spazio B(r)e(a)the SPACE di Via Savona 45/53, nell’ambito degli eventi del Fuorisalone 2021.

Save the dates, e non mancate!

ALT[R]O Festival 2021

Valmalenco, 25 e 26 settembre 2021, uno degli eventi più belli, nel senso pieno del termine, per (far) vivere la montagna: ALT[R]O Festival torna, nell’ultimo fine settimana di settembre, a riaprire, cullare ed emozionare la mente, il cuore e lo spirito di chiunque vi parteciperà.

Perché – come indica la presentazione del festival,

Visitare ed esplorare la montagna per gran parte delle persone vuol dire seguire un percorso prestabilito per raggiungere una meta.
Mettersi in cammino senza assillo, con la predisposizione alla scoperta, aperti allo stupore e alla possibilità di vagare, offre l’opportunità di cogliere le mille trame nascoste che si celano anche nei luoghi meno noti ed apprezzati e di rendersi conto che non esiste la sola chiave di lettura orientata al raggiungimento della vetta.
Imparare ad essere “errante” aiuta a trarre piacere da ogni dettaglio, apprezzando anche le tratte meno conosciute che si attraversano in modo distratto e superficiale, abitualmente in automobile, per raggiungere la montagna “mozzafiato”.
ALT[R]O festival nasce dal desiderio di raccontare alle persone questo modo di vivere il territorio, fuori dagli schemi consueti, offrendo un percorso che faccia comprendere che la bellezza si nasconde anche a pochi passi dalla città e che le esperienze più autentiche non hanno bisogno di artifici.

Lo fa prendendo a territorio e luogo modello la Valmalenco, che da Sondrio e dal solco della Valtellina sale verso i ghiacci eterni del Bernina, percorrendola, vivendola e narrandola con il prezioso intervento di scrittori, artisti, scienziati, alpinisti che raccontano ai partecipanti le proprie relazioni con i luoghi, accompagnandoli alla loro riscoperta di essi e offrendo loro nuove, differenti, peculiari visioni: in questa edizione saranno Paolo Novellino, Tiziano Fratus, Andrea Mori, Gianni Manfredini, Stefano Scherini e gli allievi della Scuola Civica di Teatro di Sondrio e un autore a sorpresa. Trovate il programma completo di ALT[R]O Festival 2021 cliccando sull’immagine in testa al post, mentre cliccando sull’altra immagine potrete visitare il sito web del festival per conoscere ogni altra informazione utile.
Ciò senza dimenticare l’anteprima: infatti quest’anno il Festival ha il desiderio di raccontare qualcosa anche durante la stagione estiva. Una serie di piccoli eventi e laboratori, già iniziati a luglio, faranno respirare l’aria della due giorni di settembre, con la voglia di stare in Natura e mettersi in cammino.

Se potete, andateci: un evento così particolare e così intenso deve essere vissuto per poter essere compreso e apprezzato pienamente – lo dico con cognizione di causa, avendo goduto della fortuna di essere tra gli ospiti della scorsa edizione (e forse le “tracce letterarie” del mio passaggio le potete constatare ancora, lungo il Sentiero Rusca nel tratto tra le località di Prato e Tornadù!) E se ci andrete, non solo mi darete ragione ma tornerete a casa arricchiti di sublime bellezza e preziosa esperienza – e grazie alla vostra presenza di ciò si arricchirà la montagna. Qualcosa di prodigioso, insomma: per questo ALT[R]O Festival è così unico – e direi pure necessario, già.